Etiopia-Egitto-Sudan | Nessun accordo sul Nilo

di Enrico Casale
grande diga del rinascimento etiope

Non sono bastati quattro round negoziali tra Egitto, Etiopia Sudan per raggiungere un accordo sulla diga sul fiume Nilo. Anche l’ultimo summit, che si è tenuto questa settimana e si è concluso giovedì scorso, è terminato con un nulla di fatto. Le aspettative erano grandi. Si sperava che i tre Paesi riuscissero a trovare un punto di incontro che permettesse di definire una equa ripartizione dei flussi idrici che permettesse all’Etiopia di poter sfruttare la diga per la produzione elettrica e a Sudan ed Egitto di mantenere una portata tale del fiume che garantisse l’attuale livello di attività agricole e industriali.

La diga, ribattezzata del Grande rinascimento etiope, è un enorme sbarramento sul Nilo azzurro, il ramo maggiore del Nilo. Una volta ultimato avrà una capienza di 74 chilometri cubi. Il progetto faraonico sta costando all’Etiopia 4,6 miliardi di dollari, ma dovrebbe garantire, nelle intenzioni dei progettisti, la possibilità di produrre grandi quantità di energia elettrica che potrebbe, in parte, essere esportata nei Paesi vicini (garantendo un flusso di entrate costanti) e, in parte, essere utilizzata per rilanciare l’industria etiope. Il Sudan ma, soprattutto, l’Egitto temono però che la diga possa ridurre notevolmente i flussi idrici. Ciò metterebbe in ginocchio le loro economie e le loro società che sono largamente dipendenti proprio dal Nilo. Non è un caso che, sotto la presidenza di Mohammed Morsi, l’Egitto arrivò a minacciare un intervento militare per fermare la costruzione della grande opera.

L’attuale presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha sopito le velleità belliche dei suoi generali e ha voluto aprire un dialogo che possa portare a una ridefinizione degli accordi, siglati nel 1929 e nel 1959,  sulla gestione delle acque del Nilo. Finora però non si è arrivati a un punto fermo.

Nell’ultimo round di colloqui Egitto e Sudan hanno chiesto che la diga sia riempita più lentamente per ridurre l’impatto sulla portat del Nilo. «La delegazione egiziana ha elaborato una nuova matrice per il riempimento della diga – ha detto ai giornalisti Sileshi Bekele, ministro dell’Etiopia per l’acqua e l’energia -. Questa prevede il prolungamento del tempo necessario per riempire la diga che dovrebbe passare da 12 a 21 anni. Ciò non era accettabile per noi. Non credo che la delegazione egiziana fosse nello spirito di raggiungere un accordo quando sono venuti qui per questo incontro».

Il ministro etiope ha rivelato che il suo Paese inizierà comunque a riempire la diga nel luglio 2020, all’inizio della stagione delle piogge del Paese. «Abbiamo ridotto le nostre differenze su molte altre questioni, inclusa la strategia di mitigazione della siccità – ha affermato Bekele -. Tuttavia, la delegazione egiziana ha mantenuto un atteggiamento ostile che si basa sulla convinzione che questa diga non sia necessaria per l’Etiopia».

Nonostante le divisioni, il dialogo non si interrompe. Prossimamente, i ministri dell’Acqua e dell’energia dei tre Paesi si incontreranno a Washington D.C. per riferire sui progressi compiuti finora. Ne parleranno con i delegati di Stati Uniti e Banca mondiale che finora hanno svolto un delicato lavoro di mediazione tra le parti.

(Enrico Casale)

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