Cobalto, l’oro del futuro

di Enrico Casale
cobalto
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Acqua, petrolio, oro, coltan, diamanti, ma anche cobalto. Tra le materie prime che più attrarranno l’attenzione delle grandi multinazionali nei prossimi anni ci sarà anche questo minerale che vine usato in molte leghe, nei magenti e nei mezzi magnetici per la registrazione, come catalizzatore per l’industria chimica e petrolifera, come agenti essiccante per vernici e inchiostri, come colore nei lavori in porcellana, ceramica, vetro macchiato, mattonelle e smalti per gioielleria. Ma, soprattutto, per la produzione delle batterie al litio  e accompagnerà l’industria automobilistica nel suo graduale processo di elettrificazione.

Su un’auto elettrica, in media, ci sono tra i 4 e i 14 chilogrammi di cobalto (in funzione della capacità della batteria), su un ibrida ricaricabile plug-in meno di 4 chilogrammi. È sufficiente moltiplicare questa quantità per il numero di veicoli elettrici previsti nei prossimi mesi, per comprendere l’importanza fondamentale del cobalto nel nostro futuro (senza dimenticare il suo utilizzo nelle batterie per smartphone). Una sorta di oro del futuro al quale tutti guardano con attenzione e voglia di far profitti. Non è un caso, secondo quanto riporta l’agenzia Agi, che siano molti i fondi pronti a investire milioni sul cobalto e le quotazioni volano: alla London Metal Exchange il valore si aggira intorno ai 93 dollari a tonnellata, l’86% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Secondo Darton Commodities Limited, uno dei principali fornitori di cobalto a livello mondiale, il fabbisogno del minerale per il 2020 sarà di oltre 120mila tonnellate, in crescita rispetto alle 109.500 del 2017. L’United States Geological Survey stima che le riserve di cobalto siano di circa 7 milioni di tonnellate. L’Africa è fortemente interessata dalla crescita dell’utilizzo del cobalto. Quasi la metà delle risorse sono nella Rd Congo.

Due terzi del minerale è ricavato in miniera come sottoprodotto dell’estrazione del rame (un altro 32% arriva dal nickel). Questo sistema di produzione è artigianale e non sempre sostenibile. Sono frequenti gli incidenti quotidiani, le malattie respiratorie e genetiche per i lavoratori (secondo l’Unicef sono più di 40mila i bambini che lavorano ogni giorno nelle miniere di cobalto) sono state evidenziate dalle inchieste del Washington Post. I minatori rimangono poverissimi mentre i commercianti di materie prime diventano sempre più ricchi.

A questo problema si aggiunge il fatto che la maggior parte dell’estrazione del cobalto è nelle mani di una grande multinazionale: la svizzera Glencore. Nel 2017 ha prodotto 27mila tonnellate nelle sue miniere di Congo, Australia e Canada. Arriverà a 38mila nel 2018 e punta alle 63mila nel 2020, più della metà del fabbisogno. Strategia che non sembra per nulla influenzata dall’annunciato aumento da parte del governo congolese, degli oneri fiscali a carico delle aziende minerarie straniere, con royalties che dovrebbero salire dal 2 al 10%, portando qualche risorsa in più a chi, quel patrimonio non più segreto, lo ha nel suo territorio.

(Enrico Casale)

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