Cinema | Le due Afriche di “Muna moto” e “Rakifi”

di Diego Fiore
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Continuiamo il nostro viaggio su Festival Scope grazie all’iniziativa “Meet the Neighbours of the Neighbours“, promossa da ACP/EU. Questa settimana desidero segnalarvi due film che potrete visionare fino al 22 maggio.

A presentarci il primo, “Muna moto“, è il suo autore, il camerunese Dikongue Pipa. Non lo vedevo da molti anni e ritrovarlo così invecchiato e ancora così innamorato e orgoglioso del suo film mi ha commosso. Mi è rimasto impresso il racconto che mi aveva fatto sulla produzione, davvero epica: era il 1975 e per poter girare la sua storia si era indebitato con tutti i membri della sua famiglia allargata e una banca, ma i soldi non erano sufficienti e quindi, per nutrire la troupe, ogni tanto era costretto a fermare le riprese e tutti si davano alla caccia o alla pesca per procurarsi il cibo. Appena finito di girare, la banca pretendeva assurdamente di recuperare il prestito e così era finito in prigione… Il film, tuttavia, gli diede molte soddisfazioni.

Primo lungometraggio camerunense ad essere riconosciuto a livello internazionale, pluripremiato, “Muna moto” è un film indimenticabile, un film d’avanguardia che unisce documentario e fiction. Abbiamo ora il privilegio di vederne la copia restaurata, con il suo magico bianco nero, la sua luce e le sue ombre. Il regista raccomanda di non limitarci a guardare le immagini, ma di godere anche del suono. La musica è quella tradizionale africana, il ritmo incalzante dei tam tam, affiancata da ritmi classici, e la lingua è il douala, poiché solo pochi dialoghi sono in francese, sottotitolati in inglese, e molti i silenzi, che lasciano lo spazio alle emozioni. Il film è drammatico e lo preannuncia il titolo che significa “Il figlio dell’altro”.

All’inizio ci troviamo coinvolti in una festa tradizionale, quella del Ngondo, cioè dell’ombelico, che dovrebbe unire tutta la comunità, raccontata con uno stile documentaristico con inquadrature movimentate e continui cambiamenti di fuoco. A danze rituali, musiche e balli viene contrapposta la tormentata storia d’amore di due giovani, attraverso la quale il regista tratta temi importanti della realtà africana: l’obbligo della dote, i matrimoni combinati, la compravendita delle vergini e il figlio come valore assoluto. Ngando e Ndomé sono innamorati. Il giovane desidera sposare Ndomé, ma può farlo solo pagando una dote molto onerosa e lui, povero pescatore, non è in grado di portarla. Ndomé è incinta e, secondo la tradizione del villaggio, deve assolutamente essere data a qualcuno che sia in grado di pagare la dote.  Così la ragazza è costretta a sposare il detestabile zio di Ngando, che ha già tre mogli sterili. Disperato, il giovane rapisce sua figlia il giorno della tradizionale festa. Questo è il drammatico incipit del film che si chiude con l’inane tentativo di fuga dei due innamorati e l’arresto di Ngando.

Il regista si batte contro antiche tradizioni maschiliste e lo fa con uno stile teatrale, infatti sia lui che gli attori vengono dal teatro. La tragedia di questi Romeo e Giulietta neri è ambientata in una natura meravigliosa e selvaggia, fatta di fiumi e di foreste, di sabbia e di villaggi. Dikonge ha girato in piena libertà espressiva, con soggettive, primi piani e campi lunghi, non indifferente alla sperimentazione che ha conosciuto nella scuola di cinema. Ma ciò che resta impresso sono gli sguardi dei primi piani che basterebbero a raccontare tutta la storia. Il regista avrebbe voluto dire “di più”, e sicuramente il suo è un film politico, oltre che un dramma umano, ma già ha osato molto con la censura imposta nel Paese dal regime di Ahmadou Ahdjo.

L’altro film da non perdere, è recente e ha fatto molto parlare di sé: si tratta di “Rafikiprimo film del Kenya selezionato al festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2018.

La regista, Wanuri Kahiu, era già nota e pluripremiata per il suo cortometraggio “Punzi”, che con grande originalità immaginava l’avventura della prima astronauta africana. “Rafiki” in lingua swahili significa “amico”. E di una amicizia narra il suo film, anzi di un amore tenero tra due ragazze. A Cannes si è parlato di film “scandalo”. Mentre in Europa la tematica dell’omosessualità e dell’identità di genere nel cinema è ampiamente trattata con i linguaggi più diversi (pur essendo risolti solo molto parzialmente i problemi che la riguardano), su 54 Paesi africani ben 38 hanno ancora leggi che rendono illegale l’omosessualità. Ma “Rafiki” non ha nulla di morboso: l’amore tra le due ragazze è un amore tenero, delicato, che non si cura dei divieti e dei pettegolezzi. Entrambe hanno origini borghesi, ma sono diversissime tra loro: Kena, un po’ androgina, è una skater che ama giocare a calcio, mentre Kiki dalle lunghe trecce rosa si esibisce con le sue amiche danzando per strada. La società in generale le condanna e la stessa cosa fanno le rispettive famiglie: come se non bastasse, i due padri sono candidati rivali nelle elezioni. Le due amiche decidono in ogni caso di sostenersi a vicenda, e vorrebbero seguire i propri sogni, ma la loro storia non ha purtroppo un finale lieto: una deve rifugiarsi all’estero, l’altra rassegnarsi a una piatta normalità.

Bella la fotografia, a volte anche un po’ compiaciuta.  Negli abiti, nei comportamenti, nei gusti musicali, nella scelta dei colori vividi e acidi, Wanuri vuole mostrarci un’Africa moderna, lontana dai cliché. Questo film coraggioso, di valore sia politico che culturale, avrebbe potuto essere l’orgoglio della nascente industria cinematografica del Paese, invece è diventato l’emblema di una nazione omofoba che vuole limitare la libertà d’espressione e di parola. La regista ha rischiato il carcere e la Kenyan Film Classification Board ha totalmente vietato la distribuzione del film, impedendo al pubblico di vederlo.

(Annamaria Gallone)

 

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