Burundi | Alle elezioni vince lo status quo

di Diego Fiore
Évariste Ndayishimiye
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L’ex generale dell’esercito Évariste Ndayishimiye ha vinto le elezioni presidenziali in Burundi e succede a Pierre Nkurunziza, di cui è considerato il delfino. Dopo qualche giorno di attesa, la CENI (Commissione Elettorale Nazionale Indipendente) ha annunciato i risultati delle consultazioni dello scorso 20 maggio: il candidato del partito al governo (CNDD-FDD), Ndayishimiye, ha ottenuto il 68,72% dei voti, mentre il principale sfidante, Agathon Rwasa, candidato del partito di opposizione CNL, ha raccolto il 24,19% delle preferenze. Gli elettori registrati sono stati 5,11 milioni, mentre l’affluenza alle urne è stata dell’87,71%.

Il giorno dopo il voto, Rwasa aveva annunciato la sua vittoria contribuendo al crescere della tensione nel Paese, dove si sono registrati arresti e presidi militari intorno alle case di alcuni esponenti politici in attesa dei risultati ufficiali. Questi sono poi giunti completamente ribaltati rispetto a quanto anticipato da Rwasa, eppure molto prevedibili alla vigilia del voto. Lo sfidante del delfino di Nkurunziza, inoltre, ha già fatto sapere che farà ricorso alla Corte Costituzionale, sebbene anche questa sia in mano a personalità vicine al potere presidenziale.

Il nuovo presidente Évariste Ndayishimiye è nato nel 1968 nella provincia di Gitega, nel centro del Burundi, ed è stato per dieci anni un guerrigliero, poi un militare regolare, raggiungendo il grado di Vice Capo di Stato Maggiore delle nuove Forze di Difesa Nazionale (FDN) come generale. Tra il 2016 e il 2020 ha ricoperto il ruolo di segretario generale del partito CNDD-FDD (Consiglio nazionale per la difesa della democrazia – Forze per la difesa della democrazia). Questo è il partito al potere dal 2005, quando il suo predecessore, il dispotico Pierre Nkurunziza, fu eletto per il suo primo mandato, in quelle che furono le prime elezioni dopo la guerra civile scoppiata nel 1993. Da allora Ndayishimiye è stato uno dei politici più influenti del Paese, in piena continuità con Nkurunziza, come si è ben colto fin dalla sua investitura come candidato alla presidenza il 26 gennaio 2020, quando il suo discorso di nomina ha ampiamente fatto riferimento a principi cristiano-evengelici come da anni ha abituato il predecessore, e durante il quale ha affermato di aver ricevuto segni «da Dio Onnipotente per questo straordinario destino».

Il voto del 20 maggio è stato interamente autofinanziato dal Burundi, per cui non sono stati ammessi osservatori stranieri, tranne alcuni diplomatici del Kenya e della Tanzania: per questo la comunità internazionale ha espresso forti perplessità sulla sua trasparenza e regolarità. Caratterizzate da una grande incertezza sanitaria dovuta all’epidemia di Covid-19, di cui si hanno pochissimi dati, le settimane precedenti il voto sono state particolarmente difficili, con un aumento della violenza politica, delle intimidazioni verso gli oppositori e degli arresti di giornalisti. Anche questo, tuttavia, era fortemente prevedibile, dopo gli ultimi cinque anni di grave crisi socio-economica e politico-militare dovuta alla forzatura della Costituzione da parte di Nkurunziza nel 2015. Le conseguenze sono state disastrose: migliaia di morti, carcerazioni arbitrarie, torture, fosse comuni, chiusura degli organi di stampa e fuga all’estero di almeno 400mila profughi. L’elezione del nuovo presidente Évariste Ndayishimiye è dunque solo un’apparente espressione di stabilità politica, perché la situazione sociale, economica, sanitaria del Burundi è tutt’altro che rasserenante.

(Giovanni Gugg)

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