Arte | Raccontare la diaspora africana in Africa

di Stefania Ragusa
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

L’idea ricorrente (e lo abbiamo detto così tante volte che ci viene un po’ di nausea ogni volta che torniamo a ripeterlo) è che gli africani siano poveri, stremati dalle guerre e in fuga dal continente, diretti verso le “magnifiche sorti e progressive” d’Occidente. La realtà è differente. La realtà è che gli africani – poveri, meno poveri e a volte decisamente ricchi – si muovono un sacco ma soprattutto dentro il continente. La realtà è anche che un numero considerevole di persone, provenienti da Asia, Europa, Medio Oriente, si trasferisce in Africa alla ricerca di nuove opportunità.
Questi movimenti generano nuovi fenomeni e nuove dinamiche sociali che, con rare eccezioni, vedi la xenofobia sudafricana, hanno poca eco mediatica. Sul piano artistico e creativo, poi, la questione è stata finora del tutto misconosciuta. Sottolineamo il “finora”. Il progetto Diaspora at home, messo in piedi dal Center for Contemporary Art di Lagos in collaborazione con Kadist Paris, coordinato dal curatore nigeriano Iheanyi Onwuegbucha ma “benedetto” all’origine dalla grande e insostituibile Bisi Silva, nasce con l’intenzione di aprire una riflessione su tutto questo.

Iheanyi Onwuegbucha

Iheanyi Onwuegbucha

«L’espressione diaspora africana è sempre stata usata per riferirsi a persone con origini africane che vivono fuori dal continente. Ma ci sono molti africani che si sono allontanati dal paese d’origine restando tuttavia in Africa. Come possiamo chiamarli? Sono africani in diaspora ma in Africa. Ad esempio, in Sudafrica abbiamo la diaspora nigeriana. E in Nigeria c’è la diaspora Igbo a Lagos», dice Onwuegbucha in un’intervista rilasciata alla piattaforma Contemporary And. «Si è sviluppato un enorme dibattito globale sulla migrazione di massa degli africani verso l’Europa e gli Stati Uniti e sulla “crisi dei rifugiati”, ma si presta poca attenzione alla secolare mobilità degli africani in Africa e alle sue implicazioni economiche e socio-culturali. È quindi opportuno attirare l’attenzione del mondo sul fatto che mentre alcuni africani migrano verso l’Europa, gli Stati Uniti e il Canada, molti più si muovono all’interno del continente per motivi economici, sociali e politici. Inoltre, ci sono immigrati in Africa dall’Asia, dal Medio Oriente e da altre parti del mondo. Queste conversazioni devono aver luogo accanto a quelle sul muro di Trump e sulla crisi nel Mar Mediterraneo».

Untitled, di Abraham Oghobase

Diaspora at home ha inteso appunto “aprire” la conversazione. E lo ha fatto privilegiando il movimento degli artisti rispetto alla spedizione delle opere. Il progetto è iniziato infatti con una residenza di Onwuegbucha proprio al KADIST, a inizio 2019, seguita da un’altra dell’artista franco-siriano Bady Dalloul a Lagos e da altre ancora. Hanno partecipato al progetto alcuni tra i nomi più interessanti della scena creativa africana contemporanea, come Abraham Oghobase, Em’kal Eyongakpa (sua l’immagine in apertura), Nidhal Chamekh.
Lo scorso 3 novembre, al CCA di Lagos, è stata inaugurata la prima sessione della mostra. Un’altra è stata programmata a Parigi questo autunno. Non sappiamo a questo punto cosa accadrà. Al momento Kadist è chiusa ed è difficile fare previsioni, non solo sui calendari espositivi delle gallerie ma in generale sul futuro. L’idea di però mantiene tutta la sua validità. La diaspora a casa, in senso attivo e passivo, è una dimensione da esplorare, in particolare negli aspetti comunicativi e narrativi. Onwuegbucha ha fatto il primo passo.

(Stefania Ragusa)

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