Zimbabwe, il giorno in cui sparirono i poveri

di Diego Fiore
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La morte di Robert Mugabe lo scorso settembre ha riacceso le polemiche mai sopite sulla sua controversa figura: eroe della lotta anticoloniale e simbolo dell’antirazzismo o despota sanguinario? In questi giorni ricorre il quindicesimo anniversario dell’Operazione Murambatsvina, una delle pagine più disastrose e drammatiche della storia recente dello Zimbabwe. In lingua Shona Murambatsvina significa «gettare la spazzatura»: nel periodo fra maggio e giugno 2005 il regime di Mugabe mette in atto una delle più tragiche e imponenti deportazioni dei poveri urbani dell’epoca moderna.

Tutto ha inizio il 19 maggio 2005 quando un funzionario del governo dichiara aperta l’operazione con l’intento di ripristinare la legalità e il decoro urbano nelle città del Paese. Chiunque ha costruito edifici illegali è obbligato a demolirli entro il 20 giugno, esattamente un mese dopo. Proclami di questo tipo non sono nuovi in gran parte dei Paesi africani, e si risolvono solitamente con un nulla di fatto o con piccole demolizioni circoscritte. In questo caso però secondo diversi commentatori l’intento principale ha risvolti politici ben precisi. Nelle elezioni parlamentari di marzo molti dei quartieri sgomberati avevano votato in maniera compatta per l’opposizione del MDC: disperderne i residenti oltre che un monito può essere un’azione per prevenire possibili rivolte.

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Effetti dell’Operazione Murambatsvina: Cripps Road nel settembre 2004 e nel luglio 2005

È così che, a dispetto della scadenza proclamata, all’alba del 27 maggio scatta un’imponente operazione di sgombero forzato e demolizione in molti quartieri di Harare: l’obiettivo principale sono inizialmente i mercati di strada ma ben presto l’operazione invade sistematicamente i maggiori quartieri informali. Nell’arco di pochi giorni tutte le città del Paese saranno coinvolte. Polizia ed esercito gestiscono l’operazione in alcuni casi sgomberando a forza i quartieri e i mercati per lasciare campo libero ai bulldozer, in altri obbligando i residenti con le armi puntate a demolire da sé le proprie abitazioni. «Puliremo il Paese da questa massa di vermi striscianti che soffoca l’economia e sporca l’immagine delle nostre città», dichiara il commissario generale della polizia Augustine Chihuri, una delle menti dell’operazione. E infatti intere parti di città sono ridotte a cumuli di macerie come se fossero state sventrate da terremoti devastanti e la popolazione rinomina da subito l’operazione come Operation Tsunami (in foto, gli effetti dell’Operazione Murambatsvina: Cripps Road, ad Harare, nel settembre 2004 e nel luglio 2005).

Alla fine di giugno l’inviato speciale dell’Onu conta oltre centomila persone costrette a dormire all’aperto nei pressi della propria abitazione distrutta, con temperature invernali spesso sotto i dieci gradi, altrettante costrette a trasferirsi in aree rurali e villaggi e oltre 170.000 sistemate in campi di accoglienza organizzati principalmente da chiese e istituzioni religiose. Soddisfatto per l’esito dell’operazione il governo dichiara oltre 90.000 abitazioni illegali distrutte: sulla base di questi dati si stima che le persone colpite siano state quasi 700.000, oltre mezzo milione quelle private della casa, i restanti rimasti senza la principale fonte di impiego dopo la distruzione dei mercati di strada.

All’inizio di luglio il regime, incalzato dalla comunità internazionale, lancia in pompa magna l’Operation Garikai («Operazione Ricostruzione») che dovrebbe prevede la realizzazione di alloggi destinati agli sfollati e di nuove aree per i mercati. Un programma imponente calato interamente dall’alto, affidato alla logistica dell’esercito e per giunta senza coperture economiche. Non stupisce che a un anno di distanza le nuove case completate siano appena tremila, il 3% di quelle demolite e che parte di esse siano occupate da funzionari o militari. In compenso a molte delle persone colpite dalle demolizioni è stata proposta la concessione di piccoli terreni edificabili, quasi tutti senza accesso ai servizi, distanti anche decine di chilometri rispetto alle città e paradossalmente con l’obbligo di pagare un affitto.

Dopo quindici anni, un epocale cambio di regime e la dipartita del padre padrone Mugabe la ferita di quei giorni è ancora aperta: la demolizione di alcuni stalli di mercato abusivi durante il lockdown per la pandemia di Covid-19 è stata bollata dalle associazioni di piccoli venditori come una seconda Operazione Murambatsivina, l’ennesimo atto di una guerra mai sopita fra il potere e i poveri urbani.

(Federico Monica)

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