Violenze interetniche in Mali, più di 100 morti in un villaggio

di Marco Simoncelli
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È un vero massacro quello avvenuto ieri mattina nel villaggio di Ogossagou-Peul nella regione di Mopti, nel centro del Mali. Un gruppo di uomini armati di mitragliatori e machete, che indossavano gli abiti tipici dei cacciatori di etnia dogon, alle prime ore del giorno hanno attaccato l’insediamento di pastori di etnia fulani facendo più di 100 morti e decine di feriti, per la maggior parte fra la popolazione civile. Secondo fonti tribali e ufficiali locali, il raid sarebbe stato effettuato da una trentina di uomini armati, che avrebbero raso al suolo il villaggio dando fuoco alle abitazioni.

Secondo quanto dichiarato alla Afp da Cheick Harouna Sankaré, il sindaco della vicina località di Ouenkoro, «le vittime della strage sarebbero 115, tra cui molte donne e bambini che gli assalitori avrebbero ucciso nella loro furia», come ha confermato anche la missione di pace Onu nel Paese, Minusma. Ma il bilancio potrebbe essere più pesante, perché secondo quanto riportato da Rfi, gli assalitori avrebbero poi attaccato un villaggio a circa due chilometri, Welingara, uccidendo altre 20 persone circa.

L’assenza delle istituzioni e la mancanza di politiche di sviluppo per la regione afflitta dalla desertificazione è causa di forte malcontento e rabbia.  Tale contesto ha fatto riaccendere le violenze intercomunitarie, per lo più tra i pastori peul (o fulani), gli agricoltori dogon e i cacciatori tradizionali donzo.

Le uccisioni di Fulani – etnia nomade dell’Africa occidentale, dedita alla pastorizia e al commercio e diffusa dalla Mauritania al Camerun – sono innescate da attriti per l’uso della terra: i loro armenti danneggiano i campi causando la reazione degli agricoltori. Stragi in scontri che coinvolgono i Fulani sono relativamente frequenti anche in Nigeria.

Secondo l’Onu, queste violenze hanno causato la morte di oltre 500 civili nel 2018. Il cambiamento climatico e la conseguente scarsità di risorse e disponibilità di terre adatte alla pastorizia e all’attività agricola ha innescato tensioni, amplificate dalla povertà e della crescita demografica.

Gruppi armati collegati ad al-Qaeda e allo Stato islamico hanno sfruttato le rivalità etniche in Mali e nei Paesi vicini, Burkina Faso e Niger, a fini di reclutamento e per rendere praticamente ingovernabili vaste aree del Sahel.

 

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