Tanzania | Magufuli, un bulldozer contro la democrazia

di Diego Fiore
Magufuli
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Le autorità tanzaniane hanno intensificato la repressione degli oppositori politici, utilizzando anche un ampio arsenale legislativo per ostacolare i loro tentativi di campagna elettorale prima delle elezioni generali del 28 ottobre. Un ultimo colpo di coda per impedire che chiunque, in dissenso con il presidente, possa esprimere qualsiasi opinione. L’informazione deve essere a senso unico. Il governo di John Magufuli, il presidente uscente, «si è dotato di un formidabile arsenale di leggi per ostacolare tutte le forme di dissenso e limitare efficacemente la libertà di espressione e il diritto di riunione pacifica in vista delle elezioni», si legge in un rapporto di Amnesty International. La Tanzania ha manipolato la legge a tal punto che «nessuno sa davvero quando è dalla parte della legalità o dell’illegalità», sottolinea Deprose Muchena, direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e australe. Il presidente John Magufuli – “cavaliere” anticorruzione per i suoi sostenitori – è invece accusato dai suoi detrattori di deriva autoritaria e di aver limitato le libertà pubbliche dalla sua elezione nel 2015: ora cerca un secondo mandato, che sembra essere scontato, ma applicando lo stesso metodo repressivo. Non ci sta a sostenere un dialogo franco con chi non la pensa come lui. Il rischio vero è che si arrivi a una sorta di dittatura del presidente “democraticamente” eletto. Cioè una oclocrazia, il governo del tiranno osannato e sostenuto dalla plebe.

Un abile comunicatore

Magufuli ha fatto della lotta alla corruzione la cifra del suo mandato, così da essere soprannominato “bulldozer”, e faceva ben sperare in un’Africa infestata da presidenti “dinosauri”, per poi far carta straccia della democrazia. Il presidente, non c’è dubbio, ha il senso della comunicazione e sa attrarre simpatia. La foto del suo saluto “con il piede”, al posto della stretta di mano, al tempo del coronavirus, fa il giro del mondo. Come dimenticare, poi, Magufuli con la scopa in mano, nella pubblica via, a pulire i marciapiedi: era stato da poco eletto presidente e il gesto era al contempo un concreto sprone ai cittadini per tener pulita Dar es Salaam e un gesto simbolico: spazzare via i corrotti. Aveva subito abolito, per risparmiare denaro pubblico, i mega festeggiamenti per l’anniversario dell’indipendenza nazionale. E, a meno di due anni dall’inizio del suo mandato, aveva cominciato a mettere in riga le compagnie minerarie che si arricchivano con i tesori del sottosuolo tanzaniano. Insomma, Magufuli, salito alla massima carica dello Stato inaugurato da Nyerere grazie a elezioni considerate dagli osservatori “le più aperte della storia del Paese”, ha fatto onore al suo soprannome di Tingatinga, bulldozer appunto.
Ma da bulldozer si è ben presto comportato anche nei confronti della democrazia. E qui il cahier de doléances conta molte pagine oscure, dalla progressiva stretta sulla libertà di informazione, canzoni comprese, alle limitazioni di carattere più direttamente politico, come gli arresti di oppositori quali Zitto Kabwe e Freeman Mbowe, e il divieto pratico delle manifestazioni politiche di dissenso. Un cambiamento radicale della sua politica tanto che la Tanzania sta facendo ritorno allo stato mono partitico.

L’opposizione silenziata

La commissione elettorale tanzaniana, infatti, all’inizio di ottobre ha sospeso per sette giorni la campagna del principale oppositore del presidente Magufuli, Tundu Lissu, membro del partito di opposizione Chadema, per «osservazioni sediziose» e «accuse infondate» che violano le leggi elettorali. E la polizia applica le leggi in modo selettivo e parziale. Decide, d’arbitrio, quali sono le assemblee autorizzate e quali no. La maggioranza, in questo caso, ha sempre ragione. Il partito di governo può tenere tutte le assemblee che vuole, quelle dell’opposizione sono sediziose, quindi vietate. La democrazia in Tanzania, dunque, è minacciata da leggi repressive – con la vittoria del presidente uscente si inaspriranno ulteriormente – e dalla violenza politica. I tanzaniani oggi vivono in un clima di sempre maggiore paura e sono sempre più reticenti a esercitare i propri diritti per timore di entrare in conflitto con una serie di nuove leggi restrittive o di subire ritorsioni fisiche. Quanto di più lontano dalle politiche del presidente fondatore della Tanzania, Julius Nyerere, che concepiva la liberazione africana come la costruzione di una democrazia inclusiva con una stampa libera (oggi la Tanzania è passata dal settantesimo al centoventiquattresimo posto nella classifica sulla libertà di stampa). Intolleranza alle critiche da parte del potere centrale, scarsissimo rispetto per le minoranze…la Tanzania è diventata per gli analisti un caso di studio tra i Paesi africani impegnati a resuscitare l’autoritarismo in Africa. Per i tanzaniani viverci, invece, è diventato un incubo.

(Angelo Ravasi)

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