«Diamo un nome alle vittime dell’apartheid»

di Diego Fiore
Sudafrica-apartheid
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In Sudafrica, una squadra di medici legali riesuma gli scheletri nei cimiteri per tentare di restituire l’identità alle salme ignote di persone uccise dalla polizia oltre trent’anni fa. «Non dobbiamo avere paura di fare affiorare la verità»

Tsepo Letsoara aveva 25 anni quando, la sera del 18 marzo 1988, agenti armati lo prelevarono con la forza dalla baracca in cui viveva con la famiglia. Era sospettato di coinvolgimento nell’omicidio di un informatore della polizia. Da quell’ora sparì per sempre.
Sipho Mahala, 21 anni, fu portato via pochi giorni dopo, con l’accusa di avere partecipato attivamente a una sommossa sfociata nel sangue a Port Elizabeth. Anche di lui non si è più saputo nulla. Mangena Jeffrey Boesman, 37 anni, scomparve il 29 settembre 1989, arrestata da uomini in divisa per aver organizzato il boicottaggio della scuola a Sterkstroom. Nessuno l’avrebbe rivista.
Oggi sappiamo che fu impiccata in una cella. E conosciamo la fine atroce degli altri due giovani: torturati fino alla morte. I resti dei loro corpi sono stati riesumati da anonime buche ricoperte dalla vegetazione, dove gli agenti di Pretoria usavano seppellire le loro vittime. Erano là sotto da trent’anni.

Morti innocenti
A dissotterrare le loro ossa e i loro teschi sono stati gli specialisti del Missing Persons Task Team, una squadra di anatomopatologi e medici legali incaricata dalla National Prosecuting Authority (Npa) di fare luce sulla misteriosa sorte di neri sudafricani, uomini e donne, accusati di opporsi al governo segregazionista, spariti per sempre in carceri e commissariati durante gli anni bui dell’apartheid.
La Commissione per la verità e la riconciliazione istituita nel 1994, all’indomani dell’elezione di Nelson Mandela a presidente del Sudafrica, ha accertato responsabilità di eccidi, massacri, esecuzioni sommarie, omicidi politici perpetrati su ordine del regime. Ma restano, nella storia tormentata di questo Paese, pagine oscure su cui oggi le autorità sudafricane sono decise a gettare piena luce.
Dal 1960 al 1994, le forze di sicurezza del regime bianco fecero sparire circa duemila persone sospettate di fiancheggiare la lotta clandestina dell’African National Congress e di altri movimenti per i diritti civili dichiarati “terroristici”. I loro familiari, i loro cari, rivendicano da anni di sapere che fine hanno fatto. In loro soccorso opera la speciale task force incaricata di indagare sulle vittime scomparse dell’apartheid, capitanata dalla dottoressa Madeleine Fullard. «Uno Stato libero e democratico non ha paura di riaprire le pagine più dolorose della sua storia, se ciò serve a restituire dignità e giustizia a morti innocenti», spiega mentre soprintende alle operazioni di disseppellimento nel cimitero di Zeerust, alla ricerca dei resti di un giovane attivista fatto sparire nel nulla alla fine degli anni Ottanta.

Segreti svelati
«Quando troviamo uno scheletro di cui ignoriamo l’identità, preleviamo ossa e brandelli di abiti, od oggetti personali, su cui facciamo le analisi del Dna. Confrontiamo i risultati coi dati in nostro possesso fornitici dai parenti delle persone scomparse. In questo modo riusciamo a dare un nome e un cognome a quei poveri resti».
L’operazione non è ispirata solo dalla pietà umana e dal dovere civico e morale. «Ci sono rilevanti questioni legali connesse al ritrovamento e al riconoscimento dei cadaveri – spiega Fullard –. Pensiamo solo alle eredità, alle successioni e ai titoli di proprietà appartenuti un tempo alle vittime». Ma forse l’aspetto più importante è un altro. «A un quarto di secolo dalla fine dell’apartheid, in Sudafrica ci sono ancora madri e padri, mogli e mariti, sorelle e fratelli, che attendono di conoscere la sorte dei propri cari svaniti nel nulla. È nostro obiettivo dare risposte agli interrogativi angosciosi, fornire certezze su queste storie penose, offrire finalmente ai parenti una tomba su cui piangere e riallacciare i fili della memoria… Solo facendo i conti con il nostro passato potremo ritrovare pace e riconciliazione».

(testo di Marco Trovato – foto di James Oatway)

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