Tanzania alle urne con poche speranze

di Stefania Ragusa
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Urne aperte domani in Tanzania per scegliere il nuovo presidente e i membri dell’Assemblea Nazionale. Se le condizioni fossero normali, il candidato con più chanche di vittoria sarebbe Tundu Lissu. Leader del Chadema Party, maggiore partito di opposizione, Lissu è tornato in Tanzania a luglio dopo tre anni di autoesilio in Belgio, dove era andato a farsi curare in seguito a un tentato omicidio di probabile matrice politica. Ha dovuto sottoporsi a più di venti operazioni. Lissu ha raccolto consensi parlando di diritti e dichiarando come principale obiettivo quello di ripristinare le libertà che John Magufuli, presidente in carica e leader del Chama Cha Mapinduzi (CCM), il partito della Rivoluzione, ha progressivamente eroso. LIssu promette anche una riforma del sistema scolastico, in modo da renderlo non oneroso per le famiglie povere, e un decentramento dei poteri dello stato a vantaggio delle amministrazioni locali e ha anche lavorato con altri candidati alla presidenza per fare fronte comune contro Magufuli.

Le condizioni, però, come è noto non sono normali. Magufuli, dopo avere governato bene nei primi anni del suo mandato, investendo sulla sanità e contrastando la corruzione, ha clamorosamente svoltato verso la non democrazia, reprimendo la libertà di espressione, imbavagliando la stampa e  inibendo qualsiasi forma di dissenso. Nella gestione della pandemia da Coronavirus ha raggiunto vette di negazionismo difficilmente immaginabili e ha utilizzato tutto il suo potere (che è notevole) per disseminare di ostacoli il percorso elettorale dei suoi 14 avversari.

All’inizio di ottobre la commissione elettorale ha vietato a Lissu di fare campagna per una settimana, dopo che questi aveva denunciato alcune scorrettezze. A Seif Sharif Hamad, leader dell’opposizione a Zanzibar, con pretesti altrettanto inconsistenti sono stati imposti 5 giorni di “fermo”. Le affissioni di manifesti, grazie all’invenzione di una nuova tassa, sono diventate costosissime, tanto che vari candidati – Lissu compreso – hanno deciso di farne a meno. «La Tanzania ha armato la legge al punto che nessuno oggi nel Paese riesce a capire se si trova dalla parte giusta o da quella sbagliata», ha dichiarato un esponente di Amnesty International. Sette membri dell’opposizione sono stati arrestati per “aver ridicolizzato l’inno nazionale” perché lo stavano cantando mentre issavano la bandiera del partito.

Gli elettori andranno alle urne domani in questo clima teso, confuso e surreale. Si temono disordini e violenze, mentre le speranze di cambiamento sono ridotte al lumicino. E non deve ingannare il coinvolgimento di star della musica nella campagna elettorale. Non è un segnale di partecipazione popolare o giovanile, ha dichiarato Viscencia Shule, docente dell’Università di Dar es Salaam ed esperta di arti performative, alla BBC. Si tratta di un attivismo di facciata, imposto ancora una volta dal potere. E non è un caso infatti che le pop star più popolari starebbero sostenendo proprio Magufuli: si tratta di una sorta di dazio da pagare per potere continuare a lavorare.

In Tanzania per lungo tempo il Ccm è stato partito unico. Costituito nel 1977 dall’unione dell’Afro-Shirazi Party – partito unico a Zanzibar – e la Tanganyka African National Union (Tanu) è stato fondato da Julius Nyerere nel 1954. Il multipartitismo introdotto nel 1992 in realtà è rimasto sempre un elemento teorico più che reale.

(Stefania Ragusa)

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