Soyinka e la Nigeria in guerra che non sa di esserlo

di Stefania Ragusa
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Il governo dello stato di Kaduna ha detto ieri che i banditi hanno ucciso altri due studenti della Greenfield University Kaduna, che erano stati rapiti la scorsa settimana. I morti tra questi giovani universitari sono già cinque. E poi, più di 30 soldati uccisi in un attacco islamista al loro convoglio nello stato nord-orientale del Borno (ma in parte sembra anche dal fuoco amico). E undici civili uccisi in un attacco compiuto da un gruppo di jihadisti legati all’Isis nella città di Geidam nel nord-est dello stato di Yobe. Almeno una persona uccisa in un attacco armato contro la chiesa battista di Haske, nel villaggio di Manini Tasha, nello Stato di Kaduna. Sempre a Kaduna, due infermiere rapite in un ospedale. Un capo separatista morto e prontamente sostituito da un nuovo comandante di cui non si rivela il nome, E un attacco armato contro un’auto, avvenuto ieri sera intorno alle 22.30 a Owerri, a pochi metri di distanza da Orji, dove si trova il quartier generale della Polizia…

L’elenco, che riguarda “solo” la giornata di ieri nella cronaca della Nigeria, potrebbe allungarsi senza necessità di fare ricerche intricate. Ma che cos’è, un bollettino di guerra? Probabilmente sì, anche se si tratta di una guerra non dichiarata e combattutta contemporaneamente su molti fronti: il terrorismo a nord, la contrapposizione tra pastori e agricoltori al centro, i sepratisti a sud-est e i pirati nel golfo di Guinea e il business dei rapimenti ovunque. E checché ne dicano certi ministri permalosi, non sorprende che in uno scenario come questo Twitter abbia preferito aprire il proprio quartier generale in Ghana piuttosto che nella prima economia africana.

E non sorprendono neanche le parole che il premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka ha pronunciato in questi giorni, prendendo spunto proprio dall’uccisione dei primi tre degli studenti universitari della Greenfield University, affermando che il paese è impegnato in una guerra, ma i nigeriani sono indifferenti alla situazione. In un discorso intitolato The Relentless Martyrdom of Youth (il martirio implacabile della gioventù), Soyinka, che aveva in precedenza rimproverato l’amministrazione Buhari per la sua gestione dei problemi di sicurezza della Nigeria, ha invitato l’amministrazione Buhari ad ammettere la difficoltà e a chiedere anche aiuto all’estero, smettendo di giocare con la vita dei nigeriani.

«Abukakar Atiku (che è un politico nigeriano, ndr) ha riassunto i sentimenti della nazione: questa ferocia più recente nei confronti dei nostri giovani è straziante» si legge nel discorso. «Milioni di singoli cuori che ancora rivendicano legami in un’umanità condivisa sono spezzati, non solo il cuore. I tendini del controllo morale già tesi hanno spezzato l’involucro dell’essere nazione, lasciando nient’altro che lamenti collettivi di impotenza. Non per la prima volta, quella che molti pensavano sarebbe stata una Legge Naturale delle Limitazioni è stata violata con aria di sfida e con disprezzo. Dobbiamo ricordare gli atroci precedenti che ci hanno preceduto. Chibok deve essere ricordato. Anche Dapchi. E una sfilza di antecedenti e sequel che sono passati inosservati o sono stati rapidamente consegnati all’abisso dell’amnesia collettiva. I salari dell’impunità non diminuiscono mai; al contrario, si espandono».

“Con questo nuovo atto di vile ferocia, la paura più grande è che la Nigeria sarà costretta a prepararsi per uno scenario in stile Beslan mentre cerca ancora di evitare di diventare la Cecenia africana. Molti che si sono dimostrati vulnerabili e incompetenti devono imparare a ingoiare la loro arroganza e cercare assistenza. Ancora una volta, questa non è una nuova consulenza, ma ovviamente il cane che si perderà non ascolta più il fischio del cacciatore. Non invidio a nessuno il compito che ci attende, porre fine alla raccolta tossica delle passate abbandoni. La colpa è per dopo. In questo momento è la questione di cosa deve essere fatto e fatto con urgenza. Continuiamo a evitare l’inevitabile, ma quello molto impensabile ora martella brutalmente sui nostri cancelli, il riscatto di sangue arrogantemente insaziabile. Questa nazione è in guerra, eppure continuiamo a fingere che questi siano meri dolori del parto di un’entità gloriosa».

«Sono spasmi di morte. Avvoltoi e becchini volteggiano pazientemente ma con piena fiducia. I cani da guerra hanno smesso di abbaiare solo anni fa. Ancora e ancora hanno affondato le loro zanne nella giugulare di questa nazione. La piaga chiamata covid-19 ha incontrato la sua corrispondenza sulla terra di uno spazio nazionale un tempo noto come Nigeria. Sono addolorato per i lutti, ma piango ancora di più per la nostra gioventù così abitualmente sacrificata, gravata dall’incertezza e traumatizzata oltre la capacità dei giovani di far fronte. A questo governo ripetiamo il grido pubblico: cerca aiuto. Smetti di improvvisare con vite umane. La giovinezza, cioè il futuro, non dovrebbe servire come offerta rituale sull’altare di uno Stato in decadenza».

(Stefania Ragusa)

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