Sud Sudan, una quasi pace che mina il futuro

di Enrico Casale
Sud-Sudan
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Il Sud Sudan sta vivendo una pace instabile. Nonostante si cerchi di dare seguito all’accordo del 2018, il processo è piuttosto lento e c’è molta violenza nel Paese. È questa la lettura della situazione offerta da Paolo Impagliazzo, esponente della Comunità di Sant’Egidio che attualmente si sta occupando proprio della mediazione tra il Governo e l’opposizione a Juba.

Il Sud Sudan è la più giovane nazione al mondo. Ma, dal 2011, anno in cui è nata, è quasi sempre vissuto in uno stato di profonda violenza. «La situazione attuale – spiega Impagliazzo – è più calma rispetto agli anni della guerra civile. A Juba, la capitale, e nei principali centri non si registrano violenze. Diversa è la situazione nelle aree rurali».

Nelle campagne le tensioni politiche tra milizie si accompagnano ai combattimenti tra allevatori e agricoltori. «I mandriani – continua – si scontano con altri mandriani o con gli agricoltori ai quali invadono i campi con il loro bestiame. Ne nascono scontri violentissimi. Sono incidenti che ci sono sempre stati. Un tempo però venivano effettuati con armi rudimentali, oggi si usano armi automatiche e il numero delle vittime è sempre elevato».

Questa calma apparente è comunque fonte di instabilità. Una instabilità che si riversa sull’economia del Paese. Anche se le milizie non combattono o combattono poco, dominano il territorio. Chi intende passare o commerciare o installare attività deve fare i conti con questi gruppi. Ciò significa pagare tangenti anche elevate. Crediamo che, se il governo centrale non prenderà il controllo del territorio, nessuna azienda internazionale vorrà investire. Nessuno può rischiare tanto né accettare balzelli imposti da ras locali. Sono vere estorsioni.

A ciò si aggiungono le tensioni politiche perché, osserva Impagliazzo, se è vero che i principali gruppi etnici sostengono insieme il governo a Juba, è anche vero che spesso a livello locale continuano a combattersi. «I comandanti locali – continua – non sempre nelle regioni periferiche seguono le indicazioni dei leader nazionali. Così la tensione si mantiene alta».

In questo contesto come si inserisce l’attentato a monsignor Christian Carlassare, vescovo eletto di Rumbek? «Difficile dirlo – conclude Impagliazzo -. Quella di Rumbek è una diocesi difficile. Da dieci anni, dopo l’uscita di scena di mons. Mazzolari non ha una guida. L’avvento di mons. Christian sembrava aver segnato una svolta. La popolazione sembrava averlo accolto bene. È complicato capire che cosa abbia portato a questa violenza che per la prima volta ha colpisce un prelato. Speriamo che l’indagine in corso ci porti alla verità e ci permetta di avviare un percorso di riconciliazione».

(Enrico Casale)

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