di Giovanni Mavarracchio
Dal Mali al Botswana le squadre anti-bracconaggio vengono addestrate come soldati, imbracciano fucili d’assalto, e pattugliano i parchi con droni, e tecnologie militari
Da una quindicina d’anni, in Africa e nel sud del mondo, il settore della conservazione ambientale sta cambiando volto. Dal Mali al Botswana i guardiaparco e le pattuglie anti-bracconaggio vengono addestrate come soldati: imbracciano fucili d’assalto, scandagliano il territorio con droni e usano tecnologie militari. Sono gli effetti visibili della green militarization, il processo di integrazione di pratiche, attori, tecnologie e logiche militari e paramilitari all’interno delle strategie di conservazione ambientale. L’Africa subsahariana è l’epicentro globale di questo cambiamento.
Forse è controintuitivo: questa trasformazione non riguarda solo la gestione di riserve naturali e parchi nazionali immersi nei conflitti armati, ma si espande anche in contesti politicamente stabili, e apparentemente pacifici. La ragione? Le iniziative di conservazione ambientale, indipendentemente dalla stabilità dell’area in cui avvengono, sono sempre più strettamente legate a logiche di sviluppo locale e, soprattutto, di opportunismo finanziario.
Green militarization nelle zone di conflitto
Nel contesto di un conflitto cronico, che da decenni destabilizza il Nord del Kivu, il parco nazionale dei Virunga, in Repubblica Democratica del Congo, rappresenta un caso emblematico di questo fenomeno. Lì, uno degli ultimi rifugi dei gorilla di montagna del pianeta, il confine tra guardia forestale ed esercito pare essersi definitivamente dissolto. La pressione ambientale esercitata sul parco nazionale ha due origini distinte. La regione è densamente popolata, e la popolazione rurale, che vive in condizioni di povertà estrema, sfrutta storicamente le risorse naturali del parco per la sussistenza, attraverso la pesca, il pascolo, e il prelievo di legname. Inoltre, gruppi armati ribelli come M23 e Fdlr in conflitto tra loro e con il governo per il controllo della regione, traggono profitto dal controllo dei siti minerari per l’estrazione del coltan e dell’oro, dal racket della pesca illegale, dal traffico di carbone vegetale.

In questo fragile contesto, la presenza di potenziali giacimenti petroliferi ha trasformato lo stesso parco nazionale in una riserva energetica strategica e l’attività di conservazione in una questione di sicurezza nazionale. Nella regione, negli ultimi anni, l’utilizzo di partenariati tra i custodi del parco e l’esercito è cresciuto a un ritmo senza precedenti. L’approccio militare alla conservazione ambientale si è tradotto in arresti, sfratti e violenze subite anche dai civili. L’atteggiamento repressivo ha creato un clima di sfiducia nei confronti dello Stato e delle autorità che amministrano il parco. Privati dell’accesso a fonti fondamentali di sussistenza, in primis la raccolta del legname e la pesca, le comunità locali si sono trovate schiacciate tra la pressione della militarizzazione verde statale da un lato, e le milizie dall’altro.
Spostandosi nel cuore del Sahel, in Mali, queste dinamiche si ripetono, e si manifestano nuovamente con l’inasprirsi dei rapporti tra le comunità locali e le autorità statali. Fin dall’indipendenza del 1960, il paese è attraversato da spaccature profonde e tensioni cicliche, che sono esplose nel conflitto degli ultimi anni. Nella regione del delta interno del Niger, la lotta governativa alla desertificazione ha assunto storicamente tratti repressivi nei confronti delle comunità locali. Le strategie di conservazione ambientale militarizzata hanno avuto nel corso di decenni impatti devastanti, specialmente sui gruppi fulani, pastori transumanti che hanno visto bloccate le rotte storiche verso i pascoli de iniziative governativa per combattere il degrado del suolo, di cui le mandrie sono state a lungo ritenute responsabili.
La gestione militarizzata della fauna ha alimentato un risentimento profondo che dal 2015 ha trovato una sponda d’appoggio nell’espansione della jihad nella regione. Gruppi armati jihadisti come il Fronte di Liberazione del Massina (Flm) hanno adottato discorsi pro-pastorali e anti-stato, ponendosi come possibili alleati delle comunità pastorali, catalizzando le rivendicazioni locali. L’attuale e crescente adesione di molti giovani fulani ai gruppi jihadisti è una forma di resistenza a un sistema di gestione delle risorse naturali percepito diffusamente come repressivo e predatorio.
Più a est, nel nord del Camerun, la militarizzazione del parco nazionale di Waza, al confine con il Ciad, si è intrecciata strettamente alla storia recente della lotta al terrorismo islamico. La svolta securitaria della regione è stata legittimata dalla narrativa internazionale secondo la quale Boko Haram, l’organizzazione terroristica jihadista nigeriana, si finanzierebbe con il traffico illegale d’avorio, prelevato con incursioni di bracconieri nel parco nazionale di Waza.
Molte preoccupazioni sono state sollevate tuttavia sulla conseguente presenza a Waza del Bir (Bataillon d’Intervention Rapide), l’unità di fanteria che dal 2012 supporta i guardiaparco nel pattugliamento dei confini. L’operato del corpo militare è stato macchiato dall’utilizzo di metodi repressivi e violenti, anche a danno delle fragili comunità locali. Il Bir è accusato dalle Nazioni Unite e Amnesty International di pesanti violazioni dei diritti umani, tra cui torture, arresti e uccisioni sommarie anche di civili, accusati di complicità con i gruppi terroristi. La presenza del Bir ha ulteriormente inasprito le condizioni di vita della popolazione contadina e pastorale della regione, già costretta in povertà estrema, martoriata da decenni di scontri con l’espansione di Boko Haram che, nell’area, si finanzia attraverso rapimenti, saccheggi, e furto di bestiame.
Militarizzazione verde senza tensioni
Nelle regioni di conflitto, l’integrazione di tecnologie e pratiche militari nelle iniziative di conservazione, per quanto critica e controversa, risponde all’imperativo di tutelare contesti ambientali fragili, esposti a pressioni crescenti e incontrollate. Tuttavia, il processo di green militarization riguarda anche contesti di stabilità politica e apparentemente pacifici.
In Botswana, uno Stato politicamente stabile, negli ultimi vent’anni la protezione della fauna selvatica è diventata una priorità, mentre il Paese si trasformava in meta d’eccellenza per il turismo naturalistico. Dal 2008, sotto la presidenza di Ian Khama, ex comandante del Botswana Defence Force (l’esercito nazionale), la protezione della fauna selvatica è stata rafforzata dalla presenza dell’esercito, e dall’istituzione di nuove unità paramilitari anti-bracconaggio, concentrate specialmente nel parco nazionale del Chobe, e nella regione del delta del fiume Okavango. La strategia ha causato un parallelo allontanamento di alcuni gruppi nativi della regione come i San (noti come boscimani), accusati di bracconaggio e privati di diritti tradizionali, tra tutti quello di caccia.

branco di elefanti.
Anche in Kenya i fertili complessi forestali dell’area centrale e occidentale, considerati cruciali serbatoi d’acqua per l’intero Paese, sono al centro di una forte attenzione sicuritaria. Il Kenya Forest Service (Kfs), l’ente governativo per la gestione e la salvaguardia delle foreste, opera come un corpo paramilitare per isolare le aree ritenute ecologicamente più strategiche. Nei complessi forestali di Mau ed Embobut, nell’ovest del Paese, il Kfs attua sistematicamente campagne di sgombero delle comunità locali, etichettate come occupanti illegali e minacce alla conservazione.
L’isolamento di questi complessi forestali è uno dei risultati di iniziative di conservazione escludenti, definite “a fortezza”. Queste sono motivate e sostenute da flussi finanziari legati alla mitigazione climatica e al mercato dei crediti del carbonio. Capitali transnazionali, stanziati a favore di stati che preservano i propri polmoni verdi, e che spingono i governi a blindare militarmente i proprio complessi forestali, alimentando una politica repressiva nei confronti delle comunità forestali.
Meccanismi finanziari escludenti riguardano anche l’enforcement sicuritario delle Game Management Areas (Gma) zambiane, le zone cuscinetto che separano i parchi nazionali dalle aree rurali del Paese. Nella valle del Luangwa, nonostante l’incremento di pattugliamenti e sanzioni, gli obiettivi ecologici non sono stati raggiunti, e il declino di alcune specie a rischio non è stato rallentato. La presenza di gruppi anti-bracconaggio armati, e i pattugliamenti della guardia forestale, hanno invece alimentato il risentimento delle comunità locali, limitate nelle proprie attività di sussistenza da vincoli e divieti imposti dalle attività di conservazione ambientale. Perché, allora, militarizzare? Nelle Gma si collocano gli hunting blocks zambiani, le aree del Paese destinate al turismo venatorio. La conservazione armata nelle Gma rientra così in un dibattito ampio e controverso, sull’eticità e l’efficacia di un modello di conservazione che paradossalmente si finanzia attraverso la caccia, ed esclude le comunità locali dalla gestione del territorio.
Il processo di green militarization è una trasformazione strutturale della conservazione ambientale che da quasi vent’anni si espande nel continente. Questo avviene, sorprendentemente, anche in regioni stabili, e senza conflitti perché sono le stesse priorità della conservazione ambientale a essere cambiate. Contesti forestali e aree selvagge vengono blindate oggi, perché trasformati in asset finanziari. Ma giustizia sociale e conservazione ambientale, non dovrebbero essere entrambe parte di uno stesso processo?



