Somalia, la voglia di futuro e i fantasmi di sempre

di Diego Fiore
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Dopo mesi di stallo, le autorità federali della Somalia e i rappresentanti degli Stati regionali hanno finalmente raggiunto un accordo sul modello elettorale da adottare in vista delle elezioni generali. La Somalia, dunque, potrà andare al voto con un calendario preciso, salvo colpi di scena dell’ultima ora, ma svanisce, scompare, la possibilità storica di arrivare al suffragio universale. L’accordo raggiunto, infatti, ripristina – con qualche ritocco – il voto su base clanica. Una svolta che la Somalia aspettava da 50 anni, ma che non c’è stata. L’ultima elezione a suffragio universale è avvenuta nel 1969 aprendo la strada alla dittatura di Siad Barre, terminata nel 1991 e seguita da una guerra civile. La riforma elettorale, firmata dal presidente Mohamed Abdullahi “Farmajo”, avrebbe consentito a ogni cittadino di scegliere direttamente chi votare. A decidere chi va in Parlamento, invece, saranno i capi dei clan con la cosiddetta formula 4.5, che spartisce equamente il numero dei seggi in Parlamento tra i 4 principali clan del Paese, riservando una quinta quota ai clan minori. Rimane valida – e questo è un segnale positivo – la legge approvata dalla Camera bassa della Somalia che garantisce alle donne il 30 per cento dei seggi in entrambi rami del Parlamento. La Camera bassa ha un totale di 274 membri mentre la Camera alta 54. Legge che, peraltro, aveva provocato la viva protesta dei parlamentari di sesso maschile. Uno di questi, Abdirashid Duale Ahmed, aveva bollato questa riforma, anch’essa storica per la Somalia, come una “violazione dei nostri diritti”…di uomini maschi. Nonostante ciò ora le donne saranno più garantite.

Un primo ministro…svedese

Al termine di cinque giorni di colloqui, dunque, che si sono svolti a Mogadiscio alla presenza del presidente Farmajo, del premier ad interim Mahdi Mohamed Guled e dei presidenti degli Stati regionali (compresi Puntland e Oltregiuba, che avevano disertato i precedenti colloqui) per discutere del processo e del modello elettorale da adottare in vista delle elezioni generali, è stato infatti concordato un calendario elettorale che prevede elezioni parlamentari a partire dal 1 novembre e che culminerà con l’elezione del nuovo presidente, prevista nel mese di febbraio del 2021. Al termine della riunione, il presidente Farmajo ha inoltre annunciato la nomina di Mohamed Hussein Roble – operatore umanitario e nuovo arrivato nel panorama politico somalo – come primo ministro. Secondo quanto annunciato dalla presidenza di Mogadiscio in un comunicato, Roble è stato scelto «sulla base della sua conoscenza, esperienza e capacità di portare avanti gli sforzi per la costruzione dello Stato e lo sviluppo della nazione». Farmajo ha quindi esortato il premier designato a «formare immediatamente un governo capace, che conduca il Paese alle elezioni e compia sforzi significativi per consolidare i progressi in termini di sicurezza, ricostruzione delle forze armate, sviluppo delle infrastrutture e rafforzamento dei servizi di base». Cioè per riprogettare tutta l’architettura dello Stato. Secondo quanto riferisce la stampa somala, il nuovo premier – che subentra ad Hassan Ali Khaire, sfiduciato dal parlamento lo scorso 25 luglio – proviene dallo Stato di Galmudug ed è un espatriato svedese. L’intesa – che dovrà ora essere ratificata dal Parlamento – ripristina sostanzialmente il modello elettorale basato sul voto per clan che ha sempre caratterizzato le elezioni in Somalia dal 1991 in poi, sebbene questo sia stato leggermente rivisto e modificato rispetto alla precedente versione approvata lo scorso 20 agosto a Dusa Mareb. In base all’accordo, verrà nominata una Commissione elettorale federale (Niec) che lavorerà con un altro organismo degli Stati membri, il che esclude la partecipazione della Niec al processo elettorale, contrariamente a quanto stabilito dall’accordo iniziale di Dusa Mareb. I collegi elettorali saranno designati in due città all’interno di ciascuno Stato federale e i delegati che eleggeranno ciascun parlamentare saranno 101, non più 301 come concordato a Dusa Mareb. I delegati saranno a loro volta designati dagli anziani di ciascun clan, in collaborazione con la società civile e i rappresentanti degli Stati membri, mentre è prevista una quota del 30 per cento destinata alla rappresentanza femminile. I parlamentari dell’autoproclamata Repubblica del Somaliland saranno invece eletti da una delegazione congiunta a Mogadiscio.

Questioni irrisolte

Tutto ciò rappresenta un mezzo passo avanti per un Paese che continua ad essere imbrigliato in una crisi economica senza precedenti, dove la corruzione è lontana dall’essere debellata – la Somalia ne detiene il triste primato – e dove molta parte del territorio è nelle mani dei terroristi di Al-Shabaab, che non danno tregua alle istituzioni del Paese sempre più prese di mira da attentati sanguinari. E poi c’è la gente, i somali. Un totale di 2,6 milioni di persone sono state sfollate all’interno del Paese a causa dell’insicurezza, della siccità e dalle inondazioni. Un rapporto dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Oim) denuncia il fatto che circa 5,4 milioni di persone su 15 milioni che vivono in Somalia devono fronteggiare l’insicurezza alimentare, mentre 2,2 milioni di persone vivono in gravi condizioni di insicurezza alimentare acuta. Ma non solo. Oltre la metà della popolazione somala vive in condizioni di povertà «con i più alti tassi di povertà riscontrati negli insediamenti di sfollati». La criminalità, poi, continua ad accumulare quantità enormi di denaro grazie ai traffici illeciti e alla pirateria. Gli stessi Al-Shabaab si arricchiscono attraverso questi sistemi, favoriti da uno Stato che non è in grado di controllare alcunché. Secondo un rapporto pubblicato dall’Iniziativa globale contro la criminalità organizzata transnazionale, gruppo di ricerca con sede a Ginevra, le società somale di trasferimento di denaro hanno convogliato più di 3,7 milioni di dollari in contanti tra sospetti trafficanti di armi. Commentando il rapporto, la Banca centrale della Somalia – che regolamenta le attività delle società di trasferimento di denaro – ha affermato di non essere a conoscenza di illeciti ma ha assicurato che indagherà. Lo Stato è tutto da costruire e perseverare nel mantenerne l’organizzazione clanica non porterà certo a periodi di pace. Gli ultimi trent’anni di storia somala lo dimostrano.

(Angelo Ravasi)

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