Patrick, il ranger amico dei gorilla

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Dal Parco dei Virunga, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, la guardia forestale Patrick Sadiki Karabaranga pubblica ogni giorno sul suo profilo Instagram dei “selfie” molto particolari: sono scattati in compagnia di gorilla rimasti orfani, con cui Patrick ha istaurato un affettuoso e commovente rapporto di fiducia

testo di Céline Camoin – foto di Alexis Huguet / Afp

Quasi ogni mattina Patrick ci regala un saluto in diretta con i gorilla delle montagne. Video e foto di quotidianità ma, allo stesso tempo, immagini rare e incredibili che ci portano dritto nel mezzo della vegetazione del santuario di Senkwekwe per vederli mangiare bambù, foglie, arrampicarsi, giocare, riposare, abbracciarsi. Momenti di tenerezza, di grande intimità e di straordinaria bellezza, attraverso i quali è anche possibile seguire la vita e la crescita di queste impressionanti creature. «Sono così simili a noi umani… A loro manca solo la parola», ci dice Patrick Sadiki Karabaranga, che con estrema gentilezza accetta di scambiare qualche parola al telefono durante la sua pausa pranzo.

Siamo nell’unico santuario al mondo per gorilla orfani e i nostri piccoli-grandi primati si chiamano: Matabishi – è l’unico maschio –, Ndeze, Mazuka e Ndakasi, quest’ultima la più affezionata al nostro custode. I quattro esemplari di gorilla delle montagne non sono ancora adulti e vivono da anni protetti dai ranger nell’orfanotrofio del Parco nazionale dei Virunga, vicino agli uffici centrali di Rumangabo, a 45 chilometri a nord di Goma, nella provincia del Nord-Kivu, nord-est della Repubblica Democratica del Congo.

Delle grandi scimmie antropomorfe, il Wwf scrive addirittura che «ridono, piangono, portano il lutto e mostrano un comportamento sorprendentemente simile al nostro. Non è un caso: dopo i bonobo e gli scimpanzé sono i nostri parenti più stretti. Purtroppo abbiamo quasi sterminato questi nostri cugini».

«Ndakasi – racconta il nostro interlocutore – aveva solo due mesi quando fu trovata dai ranger accanto al cadavere di sua madre, uccisa da bracconieri. Era debole, disidratata, sotto shock». Era il 2007 e Patrick fu scelto, assieme al collega André Bauma, per prendersi cura degli orfani. «Avevo 17 anni, nel 1999, quando decisi di seguire la formazione di guardia forestale. Sin da bambino ero attratto dalla natura e dagli animali. Fui poi assegnato al settore dei gorilla in foresta, dove ho lavorato per circa sette anni», ci racconta Patrick, padre di famiglia – tre figlie e quattro maschi. Oltre a Ndakasi e Ndeze, di quasi quattordici anni, a Matabishi, che ne ha nove, e alla piccola Mazuka, di soli cinque anni, l’ultima arrivata.

Mazuka fu scoperta nel giugno del 2017 intrappolata da un laccio, probabilmente armato da bracconieri in foresta. Era impossibilitata a muoversi, prigioniera da giorni, isolata, senza cibo e senz’acqua. La ferita a un arto inferiore era talmente grave che non ci fu altra scelta che amputarle il piede. Il suo nome, in dialetto locale, significa infatti “resurrezione”.

Ndeze, invece, è reduce del peggior massacro di gorilla della storia del parco. Sua madre, Safari, fu brutalmente uccisa assieme ad altri sei gorilla incluso il maschio silverback Senkwewe nell’agosto del 2007. La foresta era allora in preda alle attività illegali di gruppi armati, bracconieri e altri occupanti illegali. La strage di Rudengo suscitò grande sgomento tra la popolazione locale, che aiutò a trasportare il gigantesco cadavere fuori dalla zona, un’impresa immortalata dagli scatti del fotografo Brent Stirton. Il santuario è stato battezzato in onore di questa vittima innocente della crudeltà umana.

«Ognuno di questi gorilla proviene da un’esperienza drammatica, che senza il nostro intervento sarebbe finita ancora peggio». Per ognuno di loro, Patrick e i suoi colleghi sono diventati come padri, madri e fratelli, una famiglia nella quale si sentono protetti e amati. «Avendo finora trascorso con noi quasi tutta la vita, non potranno più tornare a vivere da soli nella giungla. Per loro sarebbe pericoloso», ci spiega il custode. Intanto, i quattro giovani gorilla fanno la gioia dei turisti che riescono ancora ad affacciarsi sul lato congolese della catena vulcanica dei monti Virunga.

Il turismo è una delle tante risorse che il parco nazionale potrebbe offrire, in condizioni di pace e di stabilità, per il benessere delle comunità locali, alla stregua dei grandi parchi del Sudafrica, del Kenya o della Tanzania. Su questo sta lavorando con grande impegno, alla guida dei suoi circa 700 ranger, il conservatore e direttore del parco Emmanuel de Merode. Esponente di una grande famiglia della nobiltà belga, il principe de Merode è soprattutto un antropologo e ottimo conoscitore dell’est del Congo, dove vive dal 1993. La sua gestione a difesa della riserva in un’ottica di ecosviluppo è apprezzata dalle guardie e dalle popolazioni locali, lo è molto meno da tutti coloro che cercano di trarre vantaggi dal parco a discapito della fauna e della flora, siano essi bracconieri, ribelli, occupanti illegali o aziende interessate alle risorse del sottosuolo. L’imboscata di cui fu vittima nel 2014 ne è la riprova. Dalla fondazione del parco a oggi, sono stati uccisi oltre duecento ranger, in gran parte a datare dalla guerra del 1996-97. Ma gli attacchi continuano ancora oggi come dimostra la strage di ranger avvenuti pochi giorni fa.

Anche de Merode è un sopravvissuto. E la sua storia merita di essere conosciuta, così come quelle di Matabishi, Ndeze, Mazuka e Ndakasi, di Patrick, André e degli altri angeli custodi. È anche per questo che Patrick sceglie di condividere su Facebook ogni giorno un po’ della loro storia nel santuario. «Per far vedere al mondo come lavoriamo e per trasmettere l’amore per questi animali. La vita del ranger nella Rd Congo è molto difficile – confessa Patrick –, anche se posso dire che nel Parco dei Virunga abbiamo condizioni migliori e che tanti progressi sono stati compiuti negli ultimi anni. Ma vorremmo che davvero la comunità nazionale e internazionale fosse al nostro fianco per aiutarci a proteggere questo grande e meraviglioso patrimonio».

L’ultimo numero della rivista Africa è dedicato agli “angeli custodi delle foreste congolesi che hanno il difficile compito di difendere un territorio vastissimo, circondato da milizie armate, che fa gola a contadini, allevatori, trafficanti e bracconieri. Per acquistare una copia della rivista, clicca qui.

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