Padre Kizito | Il Covid-19 visto dalla periferia di Nairobi

di Pier Maria Mazzola
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Il coronavirus ha fatto capolino in Kenya. Un missionario, Renato Kizito Sesana, che negli anni ha messo in piedi una rete di case di accoglienza e iniziative sociali, passeggia per il quartiere domandandosi come sarebbe possibile far fronte, qui, a un’emergenza che esiga la “distanza sociale”.

Lo aspettavamo, e anche in Kenya è arrivato il coronavirus. Tutto è successo in meno di 24 ore. Ieri mattina abbiamo convocato un incontro dei responsabili delle case di Koinonia per decidere insieme le indicazioni da dare ai bambini. Dopo poche ore è stato dato l’annuncio di un primo caso, a Ongata Rongai, la cittadina alla periferia di Nairobi dove abbiamo Tone la Maji e Malbes. È una donna rientrata pochi giorni fa dagli Stati Uniti. Solo la settimana scorsa, mentre io ero in Zambia, un’amica romana che segue un progetto vicino a Tone la Maji mi scriveva commossa per le preghiere che i nostri bambini facevano per gli ammalati italiani.

Nel tardo pomeriggio dopo la messa coi bambini di Kivuli ho illustrato ancora una volta come devono comportarsi. Trovo difficile spiegare il social distancing. Mentre parlo penso che sarà dura cambiare lo stile di vita a Kivuli, che è il centro più importante di attività giovanili del nostro grande quartiere. Oltre ai bambini residenti ci sono le attività più svariate, dalla radio comunitaria ai gruppi giovanili, dalla scuola di computer agli intagliatori di legno, e il dispensario, lo studio di registrazione, la squadra di pallacanestro, gli uffici di un paio di grosse ong. Restare a casa? Quale casa? Sembra impossibile poter sigillare Kivuli, ormai sono oltre mille le persone che ogni giorno vi svolgono le attività più diverse. Forse potremmo riuscirci. Ma se dovessero chiudere le scuole? Dove andranno tutti i bambini del quartiere?

Quando riaccendo il cellulare cominciano ad arrivare i messaggi: chiuso il campionato di calcio (e i nostri di Shalom Yassets sono in testa alla classifica nel loro girone!), cancellati tutti i raduni pubblici, chiusa la borsa locale, i supermercati assaltati e il sapone liquido sparito dagli scaffali… e perfino l’ordinanza che tutti i matatu vengano disinfettati almeno una volta al giorno.

Esco a far due passi. Apparentemente tutto è normale. In cento metri sul nostro lato della Kabiria Road, nelle strutture in muratura (più o meno) a 3 o 4 metri dal bordo della strada conto 32 esercizi (falegnami, barbieri, macellai, riparazioni di telefonini, rivendite di abiti usati, una rivendita di medicinali (difficile chiamarla farmacia) e due chiese, Poi c’è la linea di bancarelle che toccano il bordo della strada, spesso interferiscono con il traffico: rivenditori di frutta e verdure, pesce secco, schede telefoniche, secchi di plastica, bulloni e viti usate, un ragazzo che espone cinque paia di scarpe usate – o rubate? Dall’altro lato della strada è la stessa storia.

Restare a casa? Dov’è la casa? Forse una stanza dove la sera si mettono coperte per terra perché ci sia abbastanza spazio per stare tutti sdraiati. Servizi in comune. Acqua alla fontana. Se chiuderanno le scuole, dove andranno i bambini? Inoltre per la maggioranza di questi piccoli commercianti se il mattino non ci si alza presto e non si avvia il proprio negozietto, la sera non ci sarà niente da mettere in tavola, a fine mese non ci saranno i soldi per pagare l’affitto. Vedo Peter, l’ometto che ogni mattina accende un braciere a pochi passi dal cancello di Kivuli e arrostisce pannocchie di mais per i passanti. Gli va bene se guadagna 50 o 60 scellini al giorno, mezzo euro. «Se non potrai restare in strada, come farai?». Scuote la testa e ride. Non vuol pensarci.

Scrivo che sono le quattro del mattino. Sui social circolano voci incontrollate che i casi accertati siano già più di 10. Chi, in caso di gravi complicazioni, avrà accesso a cure mediche dignitose? Non dico a terapie intensive. Mi consolo pensando che Koinonia è fatta di giovani, che non sono quasi mai vittime del coronavirus.


Padre Renato Kizito Sesana è un missionario che vive tra Nairobi (Kenya) e Lusaka (Zambia), città dove ha avviato case di accoglienza per bambini e bambine di strada (si chiamano Kivuli, Tone la Maji, Mthunzi…) e molte altre iniziative principalmente rivolte ai giovani, rendendoli protagonisti (come la comunità Koinonia). È cofondatore della onlus Amani, che dall’Italia sostiene la sua opera. Da giornalista, ha sempre avuto una viva attenzione alla comunicazione, dapprima come direttore di Nigrizia, quindi fondando a Nairobi la rivista New People e rendendosi presente sui mezzi di comunicazione keniani e internazionali.

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