Nelle foreste del Gabon con i ranger che lottano contro i bracconieri

di AFRICA
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Alle propaggini settentrionali del Gabon si estende il Parc National de Minkébé, un santuario naturale che è minacciato da cacciatori di frodo, tagliatori illegali, trafficanti d’oro e d’avorio. Ma c’è chi è impegnato a difenderlo.

La piroga scivola sulle acque torbide del fiume Oua, come se fosse attratta da un’invisibile calamita dispersa nel cuore della foresta. L’imbarcazione sfiora rocce e tronchi galleggianti, si destreggia in un intrico di canali, supera secche insidiose e ondeggia sotto lo scroscio di cascate fragorose. Dopo dieci ore di navigazione solitaria si ha la sensazione di trovarsi su una macchina del tempo, diretti verso un’Africa che credevamo ormai scomparsa. L’orizzonte è stato inghiottito da chiome di alberi maestosi che si arrampicano nel cielo. Neppure la luce del sole riesce a penetrare l’inestricabile muraglia verde.

Il paesaggio non deve essere molto cambiato da quando nel 1875 l’esploratore Pietro Savorgnan di Brazzà penetrò – primo europeo a riuscirvi – in questa regione interamente coperta dalla foresta vergine. Ancora oggi il Nord del Gabon è il regno della natura più selvaggia. Qui, in un groviglio di liane, si muovono mandrilli e scimpanzè, sulle anse dei corsi d’acqua sonnecchiano ippopotami e coccodrilli, nelle sporadiche radure erbose scorrazzano antilopi e bufali.

Il regno dei pigmei

Solo i pigmei Baka riescono a vivere nel cuore della foresta. Per molto tempo questi cacciatori-raccoglitori sono stati considerati un popolo di selvaggi e di primitivi. Il loro lungo isolamento nella selva e la relativa mancanza di contatti con l’esterno hanno dato origine nel passato ad assurde leggende che li dipingevano come animali pericolosi. Inoltre l’ignoranza e l’arroganza dei primi osservatori bianchi hanno contribuito ad alimentare il pregiudizio circa le loro attitudini intellettuali e spirituali: si pensava stupidamente che la piccola statura delle persone comportasse una cultura altrettanto ridotta.

Oggi le cose sono cambiate: nei libri di antropologia i pigmei africani sono descritti come autentici scienziati della natura e il loro straordinario bagaglio di conoscenza sugli ecosistemi forestali non finisce di stupire gli studiosi. «I Baka sanno come difendersi dal temibile pitone delle rocce, lungo anche cinque metri, che stritola le sue prede in un abbraccio mortale», ci informano le guardie forestali. «Sanno anche come evitare il morso fatale della velenosissima vipera del Gabon o il terrificante attacco del gorilla di pianura… Peccato che usino le loro eccezionali conoscenze per aiutare i nostri peggiori nemici».

Massacro silenzioso

I pigmei sono accusati di lavorare in qualità di guide e cacciatori al soldo dei bracconieri: uomini senza scrupoli armati fino ai denti, che si avventurano in questo territorio in cerca di facili prede da smerciare nel mercato nero. «Vengono pagati con alcool, tabacco e prodotti alimentari», spiegano le guardie forestali. Siamo all’interno del Parc National de Minkébé, un santuario naturale situato alle estreme propaggini settentrionali del Gabon, al confine con Congo e Camerun. È un territorio di frontiera pressoché disabitato: il posto ideale per chi vive di traffici illeciti. In questa fitta giungla delle dimensioni del Belgio, costituita da centinaia di rarissime specie vegetali e alberi secolari alti fino a trenta metri, hanno trovato rifugio gli ultimi esemplari di elefanti africani delle foreste (Loxodonta cyclotis Matschie): una delle specie più a rischio di estinzione.

Secondo gli studiosi, la popolazione dei pachidermi dell’Africa centrale e orientale si è ridotta di circa due terzi dal 2000 a causa della caccia illegale. Gli abbattimenti procedono a un ritmo di 35.000 esemplari all’anno. E proprio il Gabon è diventato la riserva di caccia prediletta dai trafficanti d’avorio. Negli ultimi cinque anni qui sono stati uccisi almeno undicimila elefanti, gran parte dei quali nel Minkébé. «La situazione è fuori controllo», fa sapere un portavoce del Wwf che affianca le autorità di Libreville nel tentativo di contrastare la carneficina. «Stiamo assistendo al massacro sistematico del più grande mammifero terreno del mondo». Andando avanti di questo passo, avvertono dunque gli esperti, tra cent’anni sarà avvenuta l’estinzione.

Guerra impari

Il governo del Gabon ha cercato di correre ai ripari: inviando anzitutto i migliori ranger a sorvegliare le zone protette. Le squadre antibracconaggio pattugliano ogni giorno il parco muovendosi nei meandri dei corsi d’acqua. Ma il territorio è troppo vasto e le armi a disposizione insufficienti per contrastare il nemico. Il business irrefrenabile dell’avorio (in Cina si vende a 2.500 dollari al chilo) rafforza ogni giorno le organizzazioni criminali artefici del massacro. «È una guerra impari contro un nemico molto più potente e organizzato», avverte Lee White, 49 anni, zoologo di origine britannica, che dirige la task-force dell’Agence Nationale des Parcs Nationaux incaricata di proteggere i tredici parchi nazionali del Gabon. I custodi in tuta mimetica del Minkébé devono contrastare non solo i cacciatori di frodo, ma i anche cercatori d’oro clandestini e i tagliatori illegali di legname pregiato. «La corruzione dilaga, è difficile far rispettare la legge».

Di recente i ranger hanno scovato una dozzina di lavoratori cinesi che avevano occultato delle zanne di elefanti nella loro segheria nella foresta: arrestati per reati ambientali, sono stati liberati dopo soli tre mesi di prigione. «Siamo demotivati: senza armi, mezzi di trasporto adeguati e attrezzature per il pattugliamento notturno», si lamenta Ntsame Ndong, una guardia ecologica con vent’anni di servizio. «Veniamo beffeggiati dai cacciatori, umiliati… In gioco però non c’è la nostra dignità, bensì la difesa dell’ultimo paradiso d’Africa».

(di Michelle Tinubu)

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