Mario Giro: «Paolo Dieci, la forza pacata della cooperazione»

di Enrico Casale
Paolo Dieci

Il 10 marzo, un aereo della Ethiopian Airlines si è schiantato  al suolo. Nell’incidente sono morte 157 persone tra le quali otto italiani.  Ospitiamo un ricordo tratteggiato da Mario Giro di Paolo Dieci, presidente del Cisp e di Link 2007, uno dei protagonisti più lucidi e infaticabili della cooperazione allo sviluppo italiana, morto nell’incidente di volo.

Paolo Dieci era un uomo mite e mai sopra le righe, ma anche sempre estremamente risoluto. Non dava facilmente soddisfazione: la sua era una posizione fedele ai principi umanitari di imparzialità, neutralità e indipendenza dell’attività delle Ong che non faceva sconti.

Ci conoscevamo da anni incrociandoci moltissime volte. Ma il periodo più intenso è stato quello iniziato nel novembre 2011, cioè da quando fui chiamato a collaborare con il Ministro della Cooperazione e Integrazione, Andrea Riccardi, nel Governo Monti. Quella fase fu segnata da una svolta positiva: la fine della caduta delle risorse attribuite alla cooperazione allo sviluppo e il primo aumento dopo molti anni di tagli. Fu l’inizio di un nuovo ciclo proseguito per tutta la legislatura successiva (2013-2018), con la nuova legge sulla cooperazione (la 215 del 2014), un periodo in cui fui chiamato a fare il Viceministro per la Cooperazione.

In questo lasso di tempo Paolo ha svolto, assieme ad altri, un continuo lavoro di approfondimento e di progettazione instancabile. Si trattava di scrivere e varare una legge tanto attesa, di contribuire a rafforzare il nuovo ruolo della società civile e in particolare delle Ong, di far partire l’Agenzia, di includere nuovi soggetti di cooperazione, di coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti come banca di sviluppo e tanto altro. Tutto questo senza dimenticare di insistere per una stabilizzazione dell’aumento delle risorse.

Paolo è stato sempre protagonista durante le complesse fasi della stesura della legge e, successivamente, nello start up della nuova cooperazione. Oltre a questo ovviamente proseguiva il suo lavoro al Cisp e a Link 2007, i suoi viaggi, la formazione che dava. Da ultimo si era aggiunto un impegno preciso con i rifugiati. Si può facilmente intuire che sono stati anni intensi, senza un attimo di tregua. Avendo optato per una metodo di lavoro a team, abbiamo fatto innumerevoli riunioni su ogni tema. Per far parlare i numeri si può semplicemente dire che la cooperazione italiana è passata in questo arco di tempo dall’0,19% del PIL allo 0,30%, un salto notevole che speriamo continui ad aumentare.

Nuove risorse e nuovi strumenti non costituivano tuttavia l’unico obiettivo: si doveva innovare anche in termini di qualità valutazione e trasparenza. Anche in questo il contributo di Paolo è stato essenziale e una sua lucida visione della trasparenza viene ora pubblicata postuma. Abituato a un approccio bipartisan con forte senso istituzionale (anche se le sue idee non le nascondeva di certo), Paolo era convinto che – cito da ciò che mi scriveva: «Contrapposizioni politiche non devono entrare nella sfera dell’azione umanitaria, solidaristica, pacificatrice che (…) deve contraddistinguere l’azione delle Ong».

L’idea sua non era purista o distaccata dalla realtà: solo voleva significare che esiste (e va preservata) la libera iniziativa della società civile organizzata pronta ad andare dovunque sia necessario e ad operare in maniera indipendente dai governi, accettando di parlare con tutti. Una forma ragionevole e ragionata di «ingerenza umanitaria», che non si accontenta della denuncia ma opera per superare tutti i muri che si creano nelle zone di conflitto, al solo scopo di raggiungere le vittime e i civili.

In uno degli scambi avuti sulla guerra di Siria – una costante e drammatica preoccupazione in questi anni – Paolo scriveva: «In tutti questi otto anni di crisi e guerra, i torti sono molti e da tutte le parti. Bashar ha i suoi, gravi, ma non è certo l’unico. I giochi politici e gli appetiti esterni hanno radicalizzato, complicato, peggiorato e brutalizzato la situazione, provocando vittime e distruzioni, senza alcun serio e deciso impegno per evitarle. La complessità della tragedia siriana non ha e forse non avrà mai una sola verità. Una simile situazione richiede che le Ong agiscano nel loro campo, in aiuto a tutti e strettamente fedeli ai principi umanitari di imparzialità, neutralità e indipendenza». Concetti su cui non patteggiava anche se espressi con il suo solito stile pacato.

Come si sa «lo stile fa l’uomo» e Paolo era così: intransigente e aperto allo stesso tempo. Discutevamo recentemente sul tema del ritorno dei diplomatici occidentali in Siria e della opportunità di riaprire le ambasciate, vista la piega presa dagli avvenimenti bellici. Paolo era favorevole: «Le Ong sono ben coscienti che occorra fare passi avanti: e sono le aperture – anche se difficili, problematiche, rischiose – che permettono di farne, non certo le chiusure. Sono le presenze, non le assenze. Ecco perché consideriamo la presenza diplomatica a Damasco – italiana, ma anche europea e sulle linee tracciate dall’Onu – utile, ormai indispensabile, in questa nuova fase, per contribuire a ristabilire fili di dialogo e a mettere le basi per una stabilizzazione che permetta a tutti di ritornare a vivere in Siria».

Tuttavia riteneva che le ragioni di tale passo non dovessero essere solo politiche o economiche. Secondo lui: «Sono la difficile situazione internazionale, le crescenti tensioni che minacciano pace e sicurezza, la complessità delle migrazioni mediterranee, a richiedere uno sforzo eccezionale per favorire la più vasta stabilizzazione, compresa l’area siriana, e il rafforzamento di sane relazioni politiche e di partenariato. Non si tratta solo di geopolitica ma del destino di centinaia di migliaia di persone, con le sofferenze che potrebbero derivare da un ulteriore prolungamento degli squilibri e delle tensioni nell’area. E ciò riguarda direttamente il mondo non governativo solidaristico e umanitario».

La distinzione tra governativo e non governativo era sempre presente nei suoi ragionamenti: la cooperazione è un terreno in cui si collabora ma ad un certo punto ognuno resta fedele al proprio mandato. Quello delle Ong è chiaro: raggiungere la popolazione civile e farsene carico, senza guardare in faccia a nessuno.

Questi concetti li espresse bene nel suo intervento al Forum della Cooperazione di Milano voluto dal Ministro Riccardi nel 2012, quando intervenne a nome di tutte le Ong (le 3 reti) davanti a 3000 persone. Quelli di Milano furono giorni di nuovo protagonismo della cooperazione italiana che rientrava nell’agenda del governo ma anche della società tutta. L’idea è ancora vera oggi: uscire dal senso di declino di un paese che guarda solo a sé, alzando lo sguardo verso il mondo. La «parte migliore del Paese» si era data appuntamento e lanciava il suo messaggio non con un atteggiamento di superiorità ma mostrando a tutti la via per uscire dall’isolamento e dalla paura.

Tale cammino è poi proseguito con Coopera del 2016 a Roma. Sono stati anni bellissimi vissuti assieme a Paolo, perché la cooperazione ha potuto dimostrare di non essere un lusso ma una reale necessità per tutto il paese. E ciò malgrado la campagna di criminalizzazione delle Ong del mare che ha da circa un anno coinvolto tutte le Ong. Un Paese che non coopera – dicemmo allora e ripetiamo oggi – declina. Declina nell’autoreferenzialità della politica, nella società che guarda al mondo come ad una minaccia, nella paura di accettare la sfida della globalità, nei giovani bombardati da messaggi pessimistici. Il rischio di tale declino lo notiamo ogni giorno. Ma il declino non è un destino già scritto. Il paese ha ancora bisogno di una visione del proprio futuro. Come paolo e assieme a lui siamo convinti che la cooperazione è l’indice d’estroversione del Paese: ossia la vera misura di fiducia e di solidarietà con cui esso guarda a se stesso e al mondo, proiettandosi nel futuro.

 

mario giroMario Giro è docente di relazioni internazionali. Già viceministro degli Affari esteri e responsabile delle relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio. Esperto in mediazioni e facilitazioni nei conflitti armati, cooperazione internazionale e sviluppo, Africa, Medio Oriente e America Latina. Autore di vari saggi e collaboratore di numerose riviste, ha recentemente pubblicato per Mondadori La globalizzazione difficile.

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