“L’uomo che vendette la sua pelle”, il film candidato all’Oscar

di claudia

Un amore intenso e contrastato, una drammatica situazione politica, la dolorosa esperienza dell’emigrazione, la mercificazione del mondo dell’arte: questi gli ingredienti di “The man who sold his skin” (L’uomo che vendette la sua pelle), della regista tunisina Kauter Ben Hania. Una storia originale e dal messaggio molto forte, in uscita nelle sale italiane il prossimo 7 ottobre.

di Annamaria Gallone

Il 7 ottobre uscirà nelle sale italiane un film del quale vi avevo già brevemente parlato per diversi motivi: perché già insignito di numerosi premi, candidato all’Oscar come miglior film straniero del 2020 e anche perché lo amo molto: The man who sold his skin (L’uomo che vendette la sua pelle) è un film straordinario per la sua originalità, per la forza del suo messaggio e per una magnifica messa in scena.

Coprodotto da Tunisia, Francia, Germania, Belgio e Svezia, il film ha come magistrale protagonista Yahya Mahayni, premiato a Venezia come miglior attore nella sezione Orizzonti e tra gli interpreti una bionda Monica Bellucci che interpreta Soraya, ritratta con molta ironia.

Un film che racconta una storia drammatica e intensa: Sam Alì è un giovane siriano fuggito in Libano per allontanarsi dagli orrori della guerra del suo Paese, la Siria. È emotivo, non ha uno stato legale e vuole a tutti i costi ottenere un visto per raggiungere in Europa la sua amata Abeer. Se non riuscisse ad arrivare, la ragazza potrebbe arrendersi al matrimonio con un uomo ricco. Sam Alì per caso incontra Jeffrey Godefroi, un noto artista americano, con il quale conclude uno strano accordo che cambierà per sempre la sua vita. L’artista, personaggio intrigante, ricchissimo e mefistofelico come si definisce lui stesso, trasforma infatti il ragazzo in un’opera d’arte tatuandogli un visto Schengen sulla schiena, rendendolo così un quadro vivente. Il giovane in un primo momento è accondiscendente e poi diviene pazzo di rabbia quando scopre il fallimento del suo tentativo di libertà.

La trama si ispira ad una storia vera quella dell’artista belga Wim Delvoye (che appare nel film in un cameo) il quale nel 2006 tatuò un uomo rendendolo un’opera d’arte vivente intitolata “Tim”.

La coraggiosa regista tunisina, Kauter Ben Hania, già nota per una solida filmografia ricca di scelte audaci, ha realizzato un film ricco di elementi: un amore intenso e contrastato, una drammatica situazione politica, la dolorosa esperienza dell’emigrazione, la mercificazione del mondo dell’arte.

Il tutto raccontato senza toni aspri, con una sorta di dolcezza amara che ammalia lo spettatore, totalmente immerso nell’assurda vicenda.

L’autrice dell’articolo, Annamaria Gallone, tra le massime esperte di cinema africano, terrà a Milano il 16 e 17 Ottobre 2021 il seminario “Schermi d’Africa” dedicato alla cinematografia africana. Per il programma e le iscrizioni clicca qui

Condividi

Altre letture correlate: