L’Oxford English Dictionary s’inchina all’inglese nigeriano

di Pier Maria Mazzola
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Okada, il mototaxi, ma anche danfo, il minivan rigorosamente giallo – equivalente del matatu keniano –, oppure un verbo, to chop, che sta per to eat (mangiare; e quando diventa chop-chop… be’, allora si parla di corruzione), o un’espressione: ember months, cioè la “stagione” degli ultimi quattro mesi dell’anno. O anche un nome proprio, Kannywood, l’industria cinematografica fiorita a Kano, un posto che non sembrerebbe ideale per l’entertainment ai tempi di Boko Haram. Sono 29, tra termini ed espressioni, i lemmi anglo-nigeriani entrati a fare ufficialmente parte dell’Oxford English Dictionary (Oed) nel suo aggiornamento di gennaio. Che vengono ad aggiungersi ai 57 già precedentemente accolti dall’Oed.

Le storie di queste parole sono tra loro diverse: possono avere origine da qualche lingua locale o dal pidgin, essere vecchi termini, per esempio dell’inglese americano, con slittamenti di significato, o ancora essere patrimonio comune – grazie agli scambi regionali – anche di altre aree dell’Africa occidentale (to chop è in uso anche in Ghana). In effetti la questione è complessa: lo stesso Oed nelle sue categorizzazioni non si è aperto solo al Nigerian English ma anche, più in generale, al West African English (in sigla, Wafe) – si consideri che sotto il West African sono raggruppati sette territori di dimensioni disparate; dal più popoloso al meno abitato: Nigeria, Ghana, Sierra Leone, Liberia, province anglofone del Camerun, Gambia e… l’isola di Sant’Elena.

Ma l’Oed non si occupa solo di ufficializzare le nuove “lingue inglesi” che spuntano per il mondo e di fissarne la grafia, ma anche di registrare e, in qualche modo individuare i modelli di pronuncia. Il Wafe è così venuto a essere il quindicesimo modello di pronuncia dell’inglese nel mondo (tra cui anche il Manx: la pronuncia degli abitanti dell’Isola di Man, tra Irlanda del Nord e Inghilterra). La parte del leone la fanno, per il loro numero di abitanti, la Nigeria e il Ghana.

Almeno in alcuni casi, la consacrazione di certi termini è passata per la loro adozione dalla stampa o da scrittori di grido. È il caso di to eat money (vedi chop-chop), utilizzato dal News Chronicle di Abuja: «Le nostre strade non sono state finite. Entro la fine dell’anno saprete chi si è mangiato i soldi di queste strade». O di sef, un avverbio venuto dal pidgin e che non ha un senso proprio, è piuttosto un “marcatore” enfatico con cui chiudere una frase di irritazione o di impazienza. Lo aveva già utilizzato Ben Okri; Chimamanda Ngozi Adichie lo ha ripreso nel suo Americanah.

«Stiamo riconoscendo che adesso ci sono molti diversi centri dell’inglese in giro per il mondo – ha dichiarato Danica Salazar, la giovane direttrice dell’Oed, sezione World English – e che uno di questi è la Nigeria, che in realtà è uno dei più grandi Paesi di lingua inglese nel mondo. Il nostro compito è quello di raccontare la storia dell’inglese, una storia che non sarebbe completa senza includere il ruolo che vi giocano i nigeriani».

* A proposito di okada. Ieri si è svolta a Lagos, la capitale economica della Nigeria, una grossa manifestazione di conduttori di mototaxi a due e a tre ruote (i keke). Protestavano contro il divieto di circolazione loro imposto in quindici circoscrizioni della città (oltre 16 milioni di abitanti) e su 50 autostrade e ponti dell’omonimo Stato confederato. La misura ha preso effetto sabato scorso. Il provvedimento è stato preso principalmente per alleggerire il traffico, che da questi mezzi viene ulteriormente ingarbugliato. Ma la protesta è stata condivisa, anche via social, da molti cittadini che contestano la mancanza di misure alternative, da parte del governo, per rendere possibili gli spostamenti a chi non può servirsi di altri mezzi, e a costi abbordabili.

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