Nigeria: la fabbrica dei film nel regno di Boko Haram

di Matteo Merletto
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A Kano, roccaforte nigeriana del più spietato gruppo jihadista, prospera un’inaspettata industria cinematografica. Che sfida la censura oscurantista della legge coranica e promuove l’emancipazione delle donne.

C’è una casa di produzione cinematografica con sede in una città che è la roccaforte del gruppo jihadista più efferato che ci sia: questa casa cinematografica realizza film soltanto in hausa (la lingua più parlata nel Nord della Nigeria), tratta temi legati all’amore, alla morale e all’islam, e ha come principali nomi nei cast, delle donne. Appare difficile comprendere come una pluralità di elementi così vari e agli antipodi possano convivere nello stesso recipiente, ma ciò avviene. E l’alambicco in cui tutto prende vita si chiama Kannywood: questo è il nome della casa di produzione della città di Kano, capitale dell’omonimo Stato e maggior città della Nigeria settentrionale.

Sviluppatasi a partire dagli anni Novanta, l’industria dei film nel regno di Boko Haram oggi vanta il 30 per cento della produzione cinematografica nigeriana. Le sue pellicole vertono intorno a tre filoni: triangoli d’amore (dove due ragazzi si contendono la stessa ragazza o due mogli lottano per il marito che condividono), matrimoni forzati e poi musical.

Nel nome di Allah

Il tutto, ovviamente, molto influenzato dalla fede musulmana. Non c’è pellicola, infatti, che nei titoli di coda non riporti la scritta «Gloria a Dio». Un altro argomento che viene toccato è infatti quello della morale. In alcune storie si denuncia il comportamento dei membri delle classi dirigenti, che predicano la fede in pubblico e in privato si rivelano peccatori, si sottolinea la devozione ad Allah e vengono evidenziati i comportamenti corretti del buon musulmano.

Oggi, nella città vecchia, dove vi sono le mura e il palazzo del sultano, dove il gruppo jihadista nel novembre del 2014 ha colpito uccidendo circa 40 persone, è facile immaginare che qualcuno tra i giovani che frequentano le madrasse, in cui apprendono i veri valori dell’islam, nasconda nella sua borsa una copia pirata, o anche più, di un film di Kannywood. In effetti, anche se nei mercati ormai la gente si reca con timore e molti ambulanti hanno cessato l’attività a causa del terrorismo islamista, i dvd masterizzati dei film hausa si trovano invece ad ogni angolo di strada. Ecco infatti ambulanti avvolti in jalabie, con in testa il copricapo tradizionale e tra le mani il tashbih, il rosario musulmano, che stendono file di film sulle polverose strade della metropoli nigeriana. Le copertine dei dvd sono un patchwork di colori e volti di star, i titoli richiamano all’amore e i visi ritratti sono quasi tutti femminili.

Le regine dei set

Nell’industria cinematografica di Kannywood, il 75 per cento degli attori sono donne. Tutte accomunate dal desiderio di recitare e dalla conflittualità che ciò comporta nella loro vita privata. Per un’attrice occorre essere celibe e aver l’approvazione dei genitori, per poter svolgere la professione che sogna. Sono molto rigorosi i vincoli che determinano il percorso professionale delle ragazze. A spiegare cosa significhi essere una reginetta della Hollywood islamica è Hadiza Mohammed, 40 anni, veterana del mondo del cinema, che in un’intervista ad Al Jazeera ha raccontato: «Ho 40 anni, non sono sposata e vivo ancora con i miei genitori. Vivendo sotto lo stesso tetto di mio padre sono più rispettata. Quindici anni fa, quando decisi di intraprendere questa strada, vicini di casa e familiari cercarono di convincere mia madre a farmi smettere. Ma lei non mi pose mai dei veti e oggi quelle stesse persone corrono da me in cerca di aiuto, perché pensano che io sia ricca»

Un’altra protagonista, molto più giovane ma già nota a livello internazionale, è Fatima Yola, vent’anni; anche lei per ora è single e abita con i genitori, ma spiega: «Ora vivo con mia mamma e mio papà, perché così posso girare i film. Ma un domani vorrò anche sposarmi, e il giorno in cui prenderò marito non potrò più fare questo mestiere. È inutile domandarsi perché. La nostra cultura è così; quindi, da quando mi sposerò, starò in casa e smetterò di girare».

Niente baci

La ragazza parla dopo aver recitato in una scena che vede un uomo e una donna parlare da soli in una camera da letto. Una scena al limite, che molti occhi esaminano e poi decidono se censurare o diffondere. Ogni film di Kannywood è infatti soggetto al controllo del Kscb, Kano State Censorship Board, l’ufficio della censura che impone regole e stabilisce se ogni pellicola in uscita è conforme alla sharia, in vigore in un terzo degli Stati della Federazione Nigeriana, tra cui Kano. «Non vogliamo che ci sia contatto fisico tra uomini e donne: no baci, no strette di mano, nessuna nudità o abiti trasparenti. Temi come la prostituzione, l’omosessualità o l’adulterio possono essere rappresentati a patto che sia chiaro che è peccato; la danza e il canto sono ammessi, ma non deve esserci contatto fisico tra uomini e donne». A parlare così è Isma’el Muhammad Na Abba, il segretario esecutivo dell’ufficio della censura. È lui l’uomo che ha l’ultima parola su un film, è lui che dice se è l’opera può entrare nei televisori di migliaia di spettatori o se, invece, infrange i principi della legge islamica.

Finzione e realtà

Kannywood è un’officina di storie, di realtà fittizie che fanno sperare le donne, che strappano risate e applausi, ma che devono essere halal, libere da ogni peccato, pure agli occhi dei dettami della fede islamica. Una volta ottenuto il via libera, i film diventano dei veri e propri blockbuster, con una distribuzione legale, ma anche pirata, incalcolabile.

Arriva però momento, per ogni spettatore, dei titoli di coda: le luci in sala si accendono e il sipario della finzione si alza. Svanisce Kannywood, ritorna Kano, dove la sharia è legge. E Boko Haram e la paura di un attentato, ossessione quotidiana. Ritorna la città, che è una prigione di terra rossa, da cui ormai si evade solo con i film di Kannywood, che fanno nascere in spettatori e spettatrici sogni che regalano emozioni, fantasie e desideri, tra cui quello, per molte donne, di essere come le eroine di celluloide: emancipate, orgogliose e determinate a raggiungere sogni di libertà e di avvenire.

(Daniele Bellocchio)

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