Lorenzo Prezzi | Tutti cittadini dello stesso mare

di Pier Maria Mazzola
mediterraneo visto dallo spazio
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È in corso a Bari “Mediterraneo, frontiera di pace”, la prima assemblea di vescovi di venti Paesi che si affacciano sul “mare nostrum”, convocata per dire una parola franca e aperta su questo spazio cruciale anche per la pace mondiale. La chiusura dell’evento sarà domani, con la presenza di papa Francesco e, per parte italiana, di Mattarella e Conte. Diritti umani e cittadinanza sono i due fuochi evidenziati dall’autore di questa riflessione.

La celebrazione dell’incontro dei vescovi del Mediterraneo a Bari (19-23 febbraio) sollecita una duplice attenzione: all’Europa e ai Paesi che attorniano il mare nostrum. Può essere utile leggere i due ambiti usando la riflessione della diplomazia pontificia.

Nel discorso del Papa ai diplomatici (9 gennaio 2020), nell’intervento del segretario per i rapporti con gli Stati, mons. Paul Richard Gallagher, in occasione dei 50 anni della partecipazione della Santa Sede al Consiglio d’Europa (7 gennaio), e nella relazione del Segretario di Stato, card. Pietro Parolin, alla presentazione di due volumi sul tema nella sede di Civiltà Cattolica (1° febbraio), si possono indicare i due fuochi della posizione vaticana: il sostegno ai diritti umani della legislazione europea e la richiesta della “cittadinanza” per i popoli del Mediterraneo. Se i primi sono una conquista aperta ad una permanente discussione, la seconda è solo all’orizzonte e trova una rilevante conferma nel Documento sulla Fratellanza approvato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019, firmato da papa Francesco e dal grande imam di al-Azhar.

Diplomazia vaticana euromediterranea

«Nei padri fondatori dell’Europa moderna c’era la consapevolezza che il continente si sarebbe potuto riprendere dalle lacerazioni della guerra e dalla nuove divisioni che sopravanzavano solo in un processo graduale di condivisione di ideali e di risorse». «Il progetto europeo continua ad essere una fondamentale garanzia di sviluppo per chi ne fa parte da tempo e un’opportunità di pace, dopo turbolenti conflitti e lacerazioni, per quei paesi che ambiscono a parteciparvi». «L’Europa non perda dunque il senso di solidarietà che per secoli l’ha contraddistinta, anche nei momenti più difficili della sua storia. Non perda quello spirito che affonda le sue radici nella pietas romana e nella caritas cristiana, che ben descrivono l’animo dei popoli europei».

Le espressioni sono tratte dal discorso di papa Francesco ai diplomatici, dove ha privilegiato gli ambiti politici convinti del multilateralismo (Europa e Onu) tralasciando i complessi confronti per l’egemonia mondiale fra Usa e Cina, con la presenza militare della Russia.

L’intervento di Gallagher costituisce un sostanziale sostegno al lavoro del Consiglio d’Europa e alla sua carta di riferimento, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1950). In termini diretti e propositivi egli riconosce i diritti umani come «elemento essenziale per la maggior parte delle comunità umane e dei popoli» e «patrimonio fondamentale di ogni persona». Essi non sono il risultato dell’azione positiva dell’ordinamento statuale «ma costituiscono una componente intrinseca della dignità umana».

Non sono il frutto delle leggi, ma il loro fondamento. Pur criticati da un numero crescente di Paesi, la loro promozione e difesa è «parte integrante della missione della Chiesa», che si preoccupa delle dignità dell’uomo nel contesto della comunità internazionale, aderendo agli strumenti giuridici conseguenti, pur con qualche riserva quando le formulazioni contrastano con la sua visione antropologica. Una sintonia non estrinseca perché il principio dell’inviolabile dignità della persona è fondato «sull’origine della persona umana creata a immagine di Dio e salvata da Cristo».

Europa necessaria

Un sostegno ecclesiale che si sviluppa in diverse direzioni. A partire dal piano educativo, che richiede un’ampia alleanza per formare persone mature. Le migrazioni hanno aperto nuovi interrogativi. Se è necessario e fondamentale partire dalle cause che le provocano, è altrettanto importante non essere prigionieri, quando gli emigranti giungono nei Paesi sviluppati, di una volontà di assimilazione che implichi la rinuncia alla propria identità oppure la loro ghettizzazione identitaria. Con l’attenzione al rischio che i processi migratori diventino selvaggi e indiscriminati.

L’esperienza drammatica del terrorismo fondamentalista e del pensiero unico alimenta il riconoscimento della libertà religiosa. Così, davanti alla cultura dell’effimero, dell’illegalità e dell’intolleranza, si erge come baluardo l’apprezzamento delle culture come la vera ricchezza dell’umanità.

Il fondamento dei diritti è l’etica oppure la legge, la natura oppure la volontà? Per i cristiani «il fondamento etico (è) ancorato nell’oggettività della natura, piuttosto che nella soggettività della volontà del legislatore, o peggio ancora, nella corrente dominante». A ciò viene richiamata la politica «divisa tra mille idee e progetti». «Sarebbe opportuno riscoprire il principio base, essenziale e di fondo che deve guidare l’azione di ogni personalità politica, in altre parole, la responsabilità che gli è propria, dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, per ognuna delle sue parole, delle sue azioni e delle sue misure legislative o decisioni riguardo al governo del popolo».

La speranza per l’Europa ha bisogno della centralità della persona, della solidarietà, dello sviluppo, della pace e dell’apertura al futuro.

La cittadinanza

La relazione del card. Parolin guarda ai Paesi a sud del Mediterraneo con l’ottica del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. In particolare, con la rinnovata domanda di cittadinanza per le minoranze (anche cristiane) di quei Paesi.

Il tema del diritto di piena cittadinanza «rappresenta per la Chiesa cattolica l’importante approdo di un cammino avviato con la dichiarazione conciliare Nostra aetate e del cammino mediterraneo verso la comune cittadinanza cominciato ormai 29 anni fa, quando san Giovanni Paolo II convocò il Sinodo speciale per il Libano».

Nell’esortazione postsinodale si insisteva sul diritto pieno di cittadinanza per i cristiani e sul loro compito di inserirsi nella cultura araba. Indicazioni riprese da Benedetto XVI nel sinodo sul Medio Oriente (ottobre 2010) e nel concistoro con papa Francesco nel 2014. Lo statuto della «protezione» (dhimma) se garantisce la sopravvivenza delle minoranze, attenta però all’uguaglianza dei cittadini.

È stato il terrorismo fondamentalista a convincere alcuni centri islamici di rilievo (come al-Ahzar al Cairo) a condannare l’uso della violenza in nome della fede e a richiedere l’applicazione dei principi di cittadinanza per tutti. La sua rivendicazione nel documento di Abu Dhabi rappresenta uno stimolo per le comunità cristiane, indotte dalla storia a farsi proteggere dalle autorità politiche pagando legittimazioni non sempre opportune e suggestionate da un confessionalismo politico non più viabile.

Il principio di cittadinanza rompe in particolare il circuito vizioso di molte società arabe, strette fra un pan-arabismo di taglio nazionalistico e militaresco e un pan-islamismo incapace di controllare il virus fondamentalista e di rispondere ai movimenti popolari per la democrazia e la libertà del 2011.

La pratica del riconoscimento della dignità delle persone suggerirebbe soluzioni per la tragedia umanitaria di Idlib, dove tre milioni di siriani corrono il rischio di diventare le vittime degli interessi delle potenze regionali. Aprirebbe prospettive del Libano che «rimane l’ultimo baluardo di una democrazia araba», per il conflitto israelo-palestinese e la soluzione di «due Stati per due popoli», per la Libia «epicentro di azioni e interazioni militari con presenze armate irregolari, anche terroriste», per Cipro che attende ancora una soluzione al suo «conflitto congelato». Senza ignorare che i diritti umani devono valere per gli emigranti che affollano i confini d’Europa, disattenta davanti alle crisi mediterranee e tentata di bloccare l’allargamento nei Balcani, aprendo la strada a ulteriori divisioni.

Mediterraneo: il futuro comune

Come ha ricordato il card. G. Bassetti a Bari: «Soprattutto nel bacino Mediterraneo, dove convergono le tensioni e le contrapposizioni del mondo intero, l’alternativa alla pace è il rischio di un caos incontrollato. Gli scontri terroristici e militari procurano morte e sofferenze indicibili alle popolazioni inermi; la comunità internazionale e le organizzazioni sovranazionali gestiscono a fatica le crisi umanitarie che ne derivano, tollerando spesso violazioni ai diritti umani. Dobbiamo dire basta a questa politica fatta sul sangue dei popoli! Dobbiamo pretendere che le controversie internazionali siano affrontate e risolte nel quadro del diritto, del bene comune e di una più forte, più funzionale e incisiva azione delle Nazioni Unite».

Padre Lorenzo Prezzi è il direttore di SettimanaNews
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