L’equilibrio spezzato dei Dogon

di Diego Fiore
Dogon
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Il leggendario popolo del Mali che abita la falesia di Bandiagara, un tempo oasi di pace frequentata dai turisti, è sconvolto dalle violenze di matrice etnica e jihadista che stanno insanguinando la regione 

C’è una muraglia di roccia giallastra che spezza la monotonia della savana del Sahel, gettando un’ombra sbiadita sulla sabbia della pianura. Una muraglia lunga una sessantina di chilometri che fa da scenario al mondo dei Dogon. Percorrere la falesia di Bandiagara è come passare davanti a un enorme quadro monocromatico. La terra delle abitazioni si confonde con lo sfondo della roccia. I villaggi sembrano camaleonti, che si nascondono all’occhio dello straniero. Solo le piogge estive, quando il cielo è generoso, pennellano qua e là di verde questa terra. Allora la falaise cambia volto, le rocce bagnate si fanno più scure, alberi e arbusti segnano l’orizzonte e dall’alto della scarpata cascate d’acqua precipitano sulla piana, riempiendo i torrenti stagionali. Visti dalla piana arida, un tempo verdissima, i villaggi Dogon, con le loro capanne dal tettuccio di paglia, sembrano presepi aggrappati alle rocce giallastre. In alto, sopra i tetti appuntiti delle capanne, occhieggiano le grotte dove vivevano i Tellem, pigmei che abitavano la regione prima dell’arrivo dei Dogon. Bisogna andarci a piedi nel Paese Dogon, percorrere la falaise per poi infilarsi nelle spaccature di roccia e risalire sul plateau roccioso, dove i campi sono pozze di terra, lasciate libere dalla crosta dura e violacea della pietra. Roccia e sabbia: i Dogon vivono tra questi due elementi. Il piede Dogon o calpesta lame taglienti o sprofonda.

Sguardo annebbiato

Per noi occidentali i Dogon sono quelli di Marcel Griaule, il grande etnologo francese che dedicò molti anni della sua vita a studiare questo popolo. Nel suo libro più celebre, Dio d’acqua, uscito nel 1948, Griaule offrì un’immagine dei Dogon e del loro ricco e complesso universo cosmogonico che vive ancora oggi, alimentata e corroborata anche da operatori turistici, guide di viaggio e riviste del settore, per i quali il Dogon mistico e incontaminato è un “prodotto” che si vende bene. Un’immagine proiettata su uno schermo di sogno, buono per appagare la nostra carenza di miti e misticismo. L’immagine resta congelata, immutabile, senza storia: i Dogon erano così e saranno sempre così. Si sprecano espressioni come “ancestrale”, “immutati”, “tradizionali” e si nega così a queste genti la capacità di fare storia. Nelle fotografie che troviamo su guide e cataloghi non vediamo mai i motorini che percorrono ansimando le piste del Paese Dogon, il traliccio del telefono che domina la piazza di Sangha davanti all’ufficio postale né le bancarelle dei mercati con oggetti in plastica e magliette di Ibrahimović o Ronaldo. Eppure i Dogon sono anche questo. La società Dogon, spesso qualificata come “tradizionale” da una certa etnologia, cela dentro di sé i germi di una flessibilità straordinaria che le permette di conservare l’essenziale: il suo conservatorismo apparente e la sua caratteristica dinamica di fondo.

Immagine mitizzata

Il viaggiatore che si affida a una guida locale verrà condotto a visitare la casa di Ogotemmeli, l’anziano cacciatore che svelò a Griaule i segreti della cosmogonia Dogon, e si sentirà raccontare gli stessi miti raccolti dall’etnologo francese. Nulla di falso, s’intenda. Ma le guide hanno capito che i turisti vogliono vedere “quel” Dogon, quello mistico e cosmogonico, perché è di quello che hanno sentito parlare ed è per quello che sono venuti fino qui, sopportando disagi, polvere e caldo. Il gioco di specchi si ripete con gli artigiani che producono pregevoli opere in legno. «C’est ancien»: è questo lo slogan per convincere il turista a comprare una maschera o una statuetta. In fondo si tratta di un perfetto meccanismo di marketing pubblicitario: si fa leva su un valore condiviso dalla clientela, in questo caso occidentale, per la quale «antico» significa raro e quindi di maggior pregio. E se l’oggetto non è antico (e non lo è mai), lo si fa diventare tale. Le tecniche sono ormai raffinate. Si mettono le statuette a invecchiare nella terra umida per fare sì che acquistino un aspetto vissuto e datato. Per gli occidentali gli oggetti autentici, originali, sono quelli antichi, lontani nel tempo. Per gli appassionati e i collezionisti occidentali l’arte vera è quella che si faceva prima dell’arrivo dei bianchi. Per quel venditore e per la sua gente l’arte è iniziata dopo l’arrivo dei toubab.

Minaccia jihadista

I turisti però oggi non arrivano più. Anche sotto la falaise è arrivata l’ombra strisciante del jihadismo, ed è arrivata con il volto dei Peul, i tradizionali allevatori della savana. Tra di loro e le popolazioni sedentarie locali non è mai corso buon sangue, ma in qualche modo si era stabilita una certa forma di convivenza: dopo il raccolto i bovini potevano pascolare sui campi, fornendo letame, assai ambito dai contadini, che non possiedono altri tipi di fertilizzante. I Peul ricevevano in cambio miglio, altri prodotti alimentari e talvolta anche piccole somme in denaro. Di tanto in tanto nasceva qualche lite, perché i Peul invadevano i campi prima della fine del raccolto. Gli scontri tra i giovani dei villaggi, armati di bastoni e coltelli, e i pastori erano talvolta degenerati ed erano state sequestrate centinaia di vacche. Il tutto si limitava a scontri per il bestiame e i campi. Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato: l’ondata fondamentalista, iniziata nel 2011 con l’occupazione del Mali settentrionale, dopo una prima fase “militare” si è trasformata in una penetrazione silenziosa di elementi islamisti nei villaggi del Mali, tra cui quelli Dogon.

Spirale di violenza

Questo ha provocato numerosi scontri, anche a fuoco, con molti morti, al punto che i Dogon hanno formato una sorta di milizia etnica a metà tra un’associazione di cacciatori e un corpo paramilitare, chiamato Dan Na Ambassagou, che nel marzo 2019 con un assalto armato ha raso al suolo il villaggio di Ogossagou, tra Mopti e la frontiera con il Burkina Faso, lasciando a terra oltre 150 vittime, tutti civili di etnia peul trucidati senza pietà a colpi di machete e armi da fuoco mentre veniva dato alle fiamme l’intero villaggio. L’eccidio è stato motivato dagli assalti jihadisti condotti dai miliziani del Macina – guidati dal predicatore Peul Amadou Koufa e inquadrati nella principale coalizione jihadista del Sahel, il “Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani”, di fede qaedista – e dalle sempre maggiori pressioni dell’ondata islamista. Negli ultimi mesi sono filtrate dalla regione frequenti notizie di scontri a fuoco, villaggi incendiati, raid punitivi e stragi di civili, in una spirale di violenza interetnica alimentata dai predicatori dell’odio. É notizia del 4 luglio scorso il massacro di almeno 40 Dogon registrato nella regione di Mopti, la stessa della falesia, episodio che ha ulteriormente aggravato un bilancio spaventoso: in Mali, nel 2020, sono stati uccisi oltre 600 civili. Il tutto, sotto lo sguardo indifferente dell’esercito maliano, rimasto inerte di fronte a questi violenti episodi. I Peul vengono oggi considerati dai Dogon, nel migliore dei casi, dei collaborazionisti. Il mosaico etnico del Mali è andato drammaticamente in frantumi per gli effetti collaterali della disgregazione della Libia e per la diffusione tossica del radicalismo religioso di stampo wahhabita, che un tempo era marginale in questi luoghi. Difficile dire quale sarà il futuro di questo ex pacifico popolo di coltivatori. Nere nubi si affacciano all’orizzonte.

(testo di Marco Aime – foto di Afp/Panos)

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