Mali, almeno 580 civili uccisi nel 2020

di Diego Fiore
Mali
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Almeno 580 civili sono stati uccisi nel 2020 nell’area centrale del Mali a causa del deterioramento della sicurezza e della diffusa impunità che minano gli sforzi per proteggere la popolazione locale. Lo ha fatto sapere oggi l’ex presidente del Cile e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet.

Le violente controversie tra le comunità di etnia Peul e quelle Dogon sono aumentate negli ultimi mesi, quando le milizie formate da elementi delle comunità locali, inizialmente costituite per difendere la popolazione, hanno cominciato ad attaccare altri residenti. Tra il 1 gennaio e il 21 giugno 2020, la divisione per i diritti umani e la tutela della popolazione della missione dell’Onu in Mali (MINUSMA) ha documentato 83 episodi violenti nella sola regione di Mopti, nel centro del Paese africano.

Le milizie Peul, un’etnia composta per lo più da pastori, si sono rese responsabili di almeno 71 di questi episodi di violenza, provocando la morte di 210 persone. I gruppi armati Dogon, principalmente composti da agricoltori e cacciatori tradizionali, hanno compiuto 12 attacchi, uccidendo almeno 82 persone. Tra le violenze non sono mancati rapimenti, e saccheggi: distrutte abitazioni, granai, proprietà immobiliari e fondiarie in generale. Rubato molto bestiame, fondamentale per la sopravvivenza della popolazione.

Secondo le Nazioni Unite, questi scontri etnici sono stati anche alimentati e strumentalizzati da gruppi terroristici come al-Qaeda per il Maghreb islamico (Aqmi), lo Stato islamico nel Grande Sahara (EIGS), il Gruppo per l’affermazione dell’islam e dei musulmani e altri gruppi armati simili o affiliati, che sfruttano la violenza per reclutare nuovi membri.

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