Le nuove rotte africane del terrore

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 7 minuti

La pandemia non ferma il jihadismo che si espande nell’Africa centrale e australe. Il fenomeno si estende a sud del Sahel. In parte “autonomo”, in parte longa manus dell’Isis o di al-Qaeda, in parte… ancora sconosciuto. Una situazione comunque destinata ad aggravarsi. E con gli Stati incapaci di risposte adeguate

di François Misser*

La pandemia non ha fermato i gruppi jihadisti del Sahel né Boko Haram nell’area del Lago Ciad. Anzi, i terroristi hanno intensificato i loro attacchi, nonostante l’emergenza coronavirus, approfittando anzi della maggiore fragilità dei governi impegni a fronteggiare la crisi sanitaria e sociale. Ma ciò che più preoccupa gli analisti è l’espansione del fenomeno jihadista al cuore del continente e ancora più a sud. Ogni settimana arrivano notizie di attacchi sanguinari rivendicati da gruppi eversivi locali che idealmente si ispirano alle internazionali del terrore, da al-Qaeda all’Isis (entrambi in declino sui loro terreni originari) e che contribuiscono a diffondere l’instabilità in Africa.  

Lo Stato Islamico nell’Africa centrale

Nella Repubblica democratica del Congo, il 18 aprile 2019 lo Stato Islamico rivendicò cinque attacchi delle Allied Democratic Forces (Adf) attorno a Beni, provincia del Nord Kivu, tra cui l’assalto alla caserma delle forze armate nazionali (Fardc). L’auto-attribuzione di quegli atti perpetrati dalle Adf, che oggi hanno preso il nome di “Madinat Tawhid wa-l-Muwahidin” (La città del monoteismo e dei monoteisti), figura in un video in cui si vede il defunto leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, ricevere un rapporto sulle attività della sua organizzazione nella wilaya (provincia) dell’Africa centrale.

I danni causati dalle Adf sono considerevoli. Questo gruppo, nato in Uganda verso il 1990, a partire dal 2014 ha ucciso nel Nord Kivu un migliaio di persone. Da allora ha sviluppato i contatti internazionali. Secondo i servizi d’informazione militare ugandesi, le Adf hanno connessioni con i jihadisti di Boko Haram (Nigeria) e del Gruppo combattente islamico marocchino, come pure con gli Shabaab somali, affiliati ad al-Qaeda. Le Adf hanno ricevuto dei finanziamenti strutturati da un keniano, Waleed Ahmed Zein, che lavorava per il dipartimento finanziario dell’Isis, come riferisce il giornalista congolese Nicaise Kibel’Bel.

La trasformazione delle Adf in gruppo jihadista è stata progressiva. In origine, il gruppo risultava dalla fusione tra l’Ugandan Muslim Freedom Fighters Movement, sostenuto dal Sudan, e la National Army for The Liberation of Uganda, che reclutava tra le etnie bakonjo e baamba, con la finalità di creare lo Stato indipendente del Rwenzururu nell’Ovest dell’Uganda. Obiettivo comune era rovesciare il presidente Yoweri Museveni. La vicinanza di queste etnie ai Nande del Congo ha accresciuto l’influenza delle Adf in quest’ultimo Paese, dove esse contano un numero di combattenti maggiore che in Uganda.

Franchising Isis

Molti degli uomini delle Adf appartengono ai Tabligh, una setta nata in India prima dell’indipendenza e attiva in Uganda. Influenzata da elementi salafiti, essa auspica il ritorno all’islam degli antenati. Il fondatore delle Adf, Jamil Mukuku, un cristiano convertitosi all’islam e che ha studiato teologia in Arabia Saudita, è l’autore della svolta islamista del gruppo, che si è tradotta nell’applicazione rigorosa della sharia, a datare dal 2003, accompagnata dalla creazione di scuole, una banca e tribunali islamici nonché da una disciplina che ricorda quella dei talebani afghani. Ai militanti è proibito cantare e danzare. Mukulu, condannato a morte in Congo nel 2014 e detenuto in Uganda dal 2015, incitava i combattenti a decapitare i «politeisti».

Il gruppo, tuttavia, oggi comandato da Musa Seka Baluku, non prende ordini direttamente dall’Isis. Opererebbe piuttosto “in franchising”, sfruttando il marchio dello Stato Islamico. Il suo statuto di “provincia” dello stesso gli conferisce prestigio e lo aiuta a captare fondi. Parallelamente, l’Isis, che ha visto il suo Califfato in Siria andare distrutto, necessita di affiliati per continuare a ostentare la sua influenza.

La penetrazione delle Adf in Congo è facilitata dalla mancanza di coordinamento tra caschi blu della Monusco, la Missione Onu per la stabilizzazione del Congo, ed esercito congolese. Coordinamento reso più difficile dal fatto che il capo delle operazioni delle Fardc nel 2014-15, il generale Muhindi Akili Mundos, à caduto sotto le sanzioni americane, accusato di collaborazione con i ribelli.

Il 10 gennaio 2020, le Fardc hanno conquistato il quartier generale ribelle, la base di Medina sulle pendici del Monte Rwenzori, ma al prezzo di pesanti perdite. Gli esperti dubitano che la battaglia possa aver messo fine al conflitto, dal momento che il presidente congolese Félix Tshisekedi fatica a rendere operativa una coalizione internazionale a motivo delle tensioni tra Ruanda e Uganda. La lotta contro le Adf è inoltre complicata dalle alleanze che questo gruppo ha stretto con una parte dei ribelli Mai-Mai congolesi.

«Crociati»… mozambicani!

Il rischio che il contagio jihadista si estenda ad altri Paesi è reale. Secondo gli esperti dell’Onu, tra i cinquecento combattenti delle Adf figurano pure tanzaniani, ruandesi e burundesi. Il Burundi potrebbe essere particolarmente nel mirino a motivo del suo impegno militare nella missione dell’Unione Africana contro le milizie somale di al-Shabaab.

E il contagio si espande all’Africa australe. Nel 2018, sei membri delle Adf tra cui l’imam della moschea Usafi di Kampala, Abdul Rahman Faisal, sono stati arrestati in un campo ribelle di Cabo Delgado, provincia settentrionale del Mozambico musulmana al 58%, dov’era scoppiata, nell’ottobre 2017, una nuova ribellione jihadista. Questa provincia, la più lontana dalla capitale Maputo, confinante con la Tanzania, è una delle meno sviluppate del Paese benché una delle più ricche: Eni, ExxonMobil e la cinese Cnpc vi hanno scoperto riserve immense di gas naturale offshore, per un valore stimato in 150 miliardi di dollari.

Il bilancio di due anni e mezzo di attacchi attribuiti agli islamisti di “Ahlu Sunna Wa-Jama” ha superato i 700 morti. Oltre centocinquantamila persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni. Dopo gli attacchi dello scorso aprile a Quissanga e a Mocímboa da Praia, i maggiori centri urbani finora oggetto di incursione, è toccato a otto cittadine del distretto di Muidumbe, compreso lo stesso capoluogo, subire la violenza del gruppo islamista. Nel giugno 2019, l’Isis rivendicava un attacco dei «soldati del Califfato» ai «crociati» dell’esercito mozambicano.

Esistono anche connessioni con la Tanzania, dove la popolazione è maggioritariamente musulmana e parla kiswahili come nella provincia di Cabo Delgado. Inoltre, di qua e di là dalla frontiera è presente l’etnia mwani. Questa prossimità facilita i traffici di legname, di pietre preziose, di avorio, di armi. E la marginalità cementa l’ostilità per l’esercito mozambicano, che si innesta su un passato conflittuale tra i Mwani musulmani e il partito Frelimo al potere a Maputo. Durante la guerra d’indipendenza (1964-74), i Mwani si schierarono dal lato dei portoghesi contro il movimento di liberazione, che era sostenuto da un’altra etnia locale, i Makonde, cristianizzata.

Jihadismo o rivolte contadine?

Negli ultimi mesi, le autorità tanzaniane hanno arrestato decine di individui che volevano attraversare la frontiera per raggiungere i campi di addestramento ribelli in Mozambico. Per Ryan O’Farrell, ricercatore alla School of Advanced International Studies presso la Johns Hopkins University, l’Isis non ha però equipaggiato né addestrato o finanziato i jihadisti mozambicani.

Lo storico Yussuf Adam dell’Università Eduardo Mondlane di Maputo osserva che le armi di cui i ribelli si servono provengono soprattutto dall’esercito mozambicano. Anche se alcuni degli insorti sono stati in Afghanistan a combattere l’occupazione russa degli anni Ottanta, per Yussuf Adam è eccessivo parlare di jihadismo solo perché gli insorti sono musulmani. Per lui si tratta piuttosto di una rivolta contadina.

I politologi mozambicani o stranieri ammettono la loro difficoltà, a difetto di dichiarazioni pubbliche, nel capire questo movimento la cui ideologia e leader sono sconosciuti. Intanto il conflitto comunque si aggrava. Secondo l’African Center for Strategic Studies, il numero degli episodi di violenza è triplicato in tre anni. Oltre al numero dei morti sopra riferito, si contano 156.000 profughi e serie conseguenze economiche: la Standard Bank ha abbassato dello 0,3% la sua previsione di crescita del Pil mozambicano per il 2020, adesso prevista del 3,4%.

Eppure il Mozambico, secondo una ricercatrice della Yale University, è alle prese con un problema terroristico di proporzioni ancora ridotte. Però, avverte Hilary Matfess, si corre il rischio di un aggravamento a causa della repressione governativa, che potrebbe riversare contro l’esercito il sentimento degli abitanti del Nord. La studiosa ricorda, in proposito, la chiusura di moschee e la detenzione senza giudizio, dal 2017, di 300 persone. Human Rights Watch accusa le forze di sicurezza di torture e di esecuzioni sommarie. Anche i militari sono accusati di sparizioni, tra cui quella del leader religioso Sheik Kada Smaleh, nel gennaio scorso. Dal giugno 2018 i giornalisti non hanno più accesso alla regione.

Lo Stato mozambicano ha reclutato 200 mercenari russi dell’impresa Wagner. Senza successo: 12 sono stati uccisi in combattimento, come informò il Times di Londra nel novembre 2019. Secondo la specialista sudafricana in terrorismo Jasmine Opperman, i ribelli sferrano attacchi sempre più audaci. E le proposte di dialogo fatte dal presidente Filipe Nyusi non hanno fin qui avuto eco.

Centrafrica: vecchi conflitti “jihadizzati”

C’è un terzo Paese alle prese con la penetrazione jihadista: la Repubblica Centrafricana, presa nella morsa delle violenze tra milizie tribali. Tutto cominciò nel 2013 con l’insurrezione della coalizione a maggioranza musulmana Séléka, venuta dal Nord e contrastata dalle milizie sudiste anti-balaka, principalmente animiste e cristiane. L’arcivescovo cattolico di Bangassou, Juan José Aguirre Muñoz, ha lanciato accuse di collegamenti tra Séléka e jihadisti: così testimonierebbero gli attacchi alle chiese mentre le moschee vengono risparmiate. I cristiani sono in realtà sempre più nel mirino. Nel 2018, sono stati assassinati sei preti. Il 20 maggio 2019, è toccato a una suora spagnola.

Finora non è stato però dimostrato un nesso diretto tra la Séléka e un preciso gruppo jihadista. Rimane il fatto che le comunità musulmane, in particolar modo i Peul Mbororo, sono sempre più esposte all’influenza islamista. Pastori peul sono entrati a far parte di gruppi ribelli quale il Movimento patriotico per il Centrafrica di Mahamat al-Khatim o il “Movimento delle 3R” per difendersi dai razziatori di bestiame. Molti elementi della comunità peul hanno stabilito legami con Boko Haram in Nigeria, sostiene il politologo Bolaji Omitola della Osun State University. Allevatori peul sarebbero poi coinvolti in traffici d’armi per conto di Boko Haram, il quale fa incursioni in Camerun, attorno al Lago Ciad, e ha instaurato legami con i ribelli centrafricani. In Mali, il predicatore Amadou Koufa incita i membri della sua comunità a dedicarsi al jihad affiliandosi alla sua katiba (battaglione) del Macina.

Il fattore Peul

La tradizione nomade dei Peul favorisce la circolazione del messaggio jihadista in una comunità di 40 milioni di persone, tanto più che esiste nel suo seno un’antica tradizione del jihad che risale al XIX secolo, quando furono fondati il Califfato di Sokoto in Nigeria e l’Emirato di Adamawa, che si estendeva dalla Nigeria al Camerun e fino al Nord del Centrafrica.

Naturalmente non tutti i 400.000 Peul del Centrafrica sono jihadisti. La violenza intercomunitaria ha preceduto l’infiltrazione dei jihadisti nel Paese. Ma questi ultimi attizzano il fuoco. Nel febbraio 2014, Boko Haram promise di vendicare il massacro dei musulmani nel Paese. Simultaneamente, con un loro comunicato i talebani afghani accusavano i «banditi criminali cristiani» di un presunto «genocidio musulmano». Un mese dopo, dei giovani musulmani di Bangui si appellavano a Boko Haram e ad al-Qaeda perché venissero a «salvare» i musulmani della Repubblica Centrafricana.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 4/2020 della Rivista Africa. Per acquistare la rivista, clicca qui . Per abbonarsi, clicca qui.

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