L’Africa orfana dei turisti

di Marco Trovato
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di Marco Trovato

«Che bello godersi questo paradiso senza turisti!», mi scrive un cooperante dal Mozambico, inviandomi la foto di una spiaggia favolosa e deserta. Gli ho risposto con il copia/incolla di una dozzina di messaggi di amici africani legati al settore turistico che ho ricevuto in questi mesi: gente che oggi fatica a mandare a scuola i figli, a mettere assieme il pranzo con la cena. In Africa, più di 30 milioni di lavoratori sono rimasti a casa per il crollo del turismo. Altri milioni di addetti sono in crisi in altre parti del mondo: dipendenti di tour operator, agenzie turistiche, compagnie aeree e così via. Centinaia di attività sono in ginocchio, alcune sono già fallite, altre salteranno nei prossimi mesi. E se in Occidente i governi hanno fornito aiuti e ristori (comunque largamente insufficienti a colmare i mancati guadagni e a far fronte alle spese), in Africa i dipendenti degli alberghi, le guide, i camerieri e gli autisti si trovano da oltre un anno senza stipendio e senza alcun ammortizzatore sociale.

Nessuno, al momento, è in grado di fare previsioni attendibili sulla ripresa dei viaggi nel continente. Troppe le variabili legate alla pandemia che condizionano la riapertura dei confini: l’andamento dei contagi a livello globale, la possibile insorgenza di nuove temibili varianti del virus, le campagne di vaccinazioni che stanno proseguendo con velocità sensibilmente diverse tra nazioni ricche e povere (e tra quelle più o meno organizzate). Gli ottimisti nel settore parlano di pochi mesi per rivedere la luce in fondo al tunnel: timidi segnali di ripresa stanno arrivando con le prime prenotazioni dell’autunno-inverno, dopo un lungo periodo di stop assoluto. Poca roba.

La ripartenza sarà lenta, avvertono gli esperti, secondo cui inizialmente saranno avvantaggiate le destinazioni esotico-balneari come Seychelles o Mauritius e quelle meno affollate come Namibia o Botswana: nell’immaginario collettivo appaiono più rassicuranti. Potrebbero fare più fatica Paesi come il Sudafrica (che paga il record africano di contagi e di vittime nonché la sinistra fama della variante del virus associata al suo nome) e la Tanzania (che per lungo tempo è stata governata da un presidente negazionista, Joseph Magufuli, ucciso a marzo probabilmente dal covid). La gran parte degli operatori e degli analisti fanno slittare la data di un vero rilancio (salvo ulteriori brutte sorprese) al 2023, mentre l’anno successivo dovremmo tornare ai volumi dei visitatori pre-pandemia.

Prima dello scoppio della crisi sanitaria, l’industria turistica in Africa era in pieno sviluppo. Nel 2019 aveva generato ricavi record per un valore complessivo pari a quasi 90 miliardi di dollari; se consideriamo anche i suoi effetti indiretti e indotti, ovvero le ricadute generate su altri settori produttivi, l’apporto turistico saliva a 200 miliardi di dollari, equivalenti al 9% dell’intero prodotto interno lordo continentale. Gli arrivi internazionali, in crescita costante negli ultimi dieci anni, avevano superato la soglia degli 80 milioni. Il covid ha fatto precipitare tutto. Le destinazioni un tempo più gettonate come il Kenya, la Tanzania, il Marocco, il Sudafrica o l’Egitto sono andate in forte crisi. Alcune economie nazionali che galleggiavano letteralmente grazie ai visitatori stranieri ora rischiano di affondare se non si tornerà a viaggiare.

Già, quando e come accadrà? Le autorità italiane ed europee al momento vietano di recarsi per turismo – o pongono restrizioni e condizioni talmente stringenti da scoraggiarne le partenze – in gran parte dei Paesi africani che, dal canto loro impongono agli stranieri in arrivo l’obbligo di test molecolari negativi, eseguiti su tamponi non più di 48 ore prima… oppure di 72 ore, o 96: non c’è uniformità nelle direttive e la mancanza di chiarezza genera confusione e talvolta rende impossibile raggiungere la destinazione desiderata (è il caso di quei viaggi che richiedono tappe intermedie ovvero scali in nazioni con diverse normative anti-covid). Le regole cambiano in continuazione e l’incertezza è il peggiore dei nemici per il settore del turismo. Non a caso il business delle assicurazioni di viaggio sarà il primo a riprendersi. La soluzione potrebbe arrivare con il cosiddetto passaporto sanitario previsto per giugno: dovrebbe consentire a chi ha già effettuato il vaccino di viaggiare più liberamente. Ma c’è già chi protesta: e non sono solo i no-vax. L’uscita dalla pandemia potrebbe contribuire a ergere confini invisibili ben più velenosi di quelli nazionali. I cittadini dei Paesi meno sviluppati, dove le vaccinazioni vanno a rilento, non potranno uscire dalle proprie frontiere. «L’accesso al vaccino purtroppo non è un diritto universale e il diritto delle persone a viaggiare sarà ridotto in modo discriminatorio», fa presente Onne Vegter di Wild Wing Safaris.

I Paesi africani potrebbero – per ripicca o per un principio di reciprocità – fare la voce grossa e non riconoscere, per esempio, il pass vaccinale rilasciato dall’Unione Europea: ma non lo faranno, perché hanno un grande bisogno di visitatori (e denari) stranieri. Per evitare accuse e polemiche, il lasciapassare sarà probabilmente rilasciato anche ai guariti dal Covid che hanno prodotto anticorpi contro il virus e a chi si sottoporrà al tampone prima della partenza. Diplomazie e autorità sanitarie sono al lavoro per definire protocolli condivisi che evitino l’obbligo della quarantena.

Le principali nazioni turistiche dell’Africa… Prima della pandemia

Il turismo interno e quello intracontinentale non riescono a colmare il vuoto creato dall’assenza di turisti occidentali. I lodge dei safari sono v uoti. «Finalmente gli animali riconquistano i loro spazi nella savana indisturbati», scrive un’ambientalista postando sui social una foto di elefanti che scorrazzano indisturbati tra gli spazi di un hotel deserto: ma la scomparsa dei visitatori ha sottratto a parchi e riserve risorse fondamentali per garantire la salvaguardia dell’ambiente e dei suoi abitanti. Ad approfittarne sono bracconieri e trafficanti che, non a caso, in questi mesi hanno intensificato le loro attività criminali.

Malgrado il suo impatto talvolta problematico, il turismo è il settore che in rapporto alle dimensioni genera più posti di lavoro, distribuisce maggior reddito alla popolazione, e (là dove viene bene amministrato) favorisce la cura del territorio e del patrimonio culturale. «Il covid-19 ci ha mostrato quanto l’industria turistica, di solito trattata con sufficienza, sia essenziale», ha scritto Marco d’Eramo, autore di Il selfie del mondo (Feltrinelli). «La sottovalutiamo perché confondiamo il turismo con i turisti, e i turisti sono difficili da prendere sul serio: ci sembrano buffi, letteralmente fuori posto. Li trattiamo sempre con sufficienza e gli attribuiamo i danni del turismo: come se incolpassimo gli operai per gli avvelenamenti causati dalle fabbriche». In Africa mi è capitato spesso di notare occidentali infastiditi alla vista di viaggiatori bianchi: come se questi inquinassero e invadessero il “loro territorio”. Certo, alcuni turisti sono irrispettosi e saccenti: francamente indifendibili, farebbero bene a starsene a casa. Ma vale per ogni categoria umana. Abbiamo la tendenza a considerarci migliori dei nostri simili, ma a ben guardare siamo tutti turisti che disprezzano altri turisti: persino il cooperante sulla spiaggia deserta, benché commetta l’errore di considerarsi più utile all’Africa.

Marco Trovato – editoriale del numero maggio-giugno della Rivista Africa (per acquistarlo clicca qui)

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