L’agonia del lago Ciad: una crisi ambientale e umanitaria

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 6 minuti

di Luigi Limone

Boom demografico, desertificazione, insicurezza alimentare e terrorismo: il bacino del Lago Ciad sembra condensare su di sé le grandi sfide per il futuro dell’umanità. Le conseguenze della crisi attuale rischiano di essere irreversibili per le comunità locali e l’ecosistema.

Nella regione del lago Ciad è attualmente in corso una delle crisi umanitarie più gravi del continente africano. Le aree della Nigeria nord-orientale, del Niger sud-orientale, del Ciad occidentale e del Camerun settentrionale che si affacciano su quel che resta del lago sono colpite da profondi processi di desertificazione e siccità, aggravati ulteriormente da una cattiva gestione delle risorse idriche.

La regione è uno dei luoghi al mondo maggiormente colpiti dai cambiamenti climatici tanto che stagioni aride si alternano a periodi di rovesci torrenziali senza precedenti. Nel 2020, la zona ha registrato le precipitazioni più pesanti degli ultimi trent’anni, che hanno causato inondazioni improvvise nei villaggi e nei campi costringendo migliaia di persone a spostarsi. Fame e malnutrizione rimangono a livelli critici: secondo gli ultimi dati rilasciati dalla Nazioni Unite circa 10 milioni di persone nell’area vivono una grave situazione di insicurezza alimentare, di cui 8 milioni solo in Nigeria.

Da oltre un decennio nell’area operano gruppi jihadisti, come l’Islamic State’s West Africa Province(ISWAP), la branca africana dell’ISIS in Africa. Meglio conosciuta come Boko Haram, l’organizzazione intende sfruttare la crisi in corso per espandere la propria influenza nel tentativo di dare vita a un vero e proprio Stato islamico nella ragione del lago Ciad. Oltre agli attacchi armati ai danni delle popolazioni civili, il gruppo terroristico di matrice islamica si starebbe impegnando nella costruzione di scuole coraniche e ospedali, per colmare il vuoto istituzionale creatosi su una porzione di territorio impenetrabile e remota.

Incuneato tra le frontiere di Ciad, Camerun, Nigeria e Niger, il Lago Ciad rappresenta una fonte di sostentamento per oltre 30 milioni di persone

Migrazioni forzate e crisi del settore agricolo

La crisi ambientale e umanitaria nella regione del lago Ciad ha avuto impatti notevoli sullo spostamento forzato di persone. Un punto critico si è raggiunto nel 2015 – l’anno più violento a causa delle insurrezioni di Boko Haram – quando enormi flussi migratori sono stati innescati nel nord-est della Nigeria. Il fenomeno dello sfollamento e delle migrazioni forzate interessa oggi tutti i Paesi della regione e, insieme all’accesso ridotto alle attività di agricoltura, allevamento e pesca, da sempre necessarie per la sussistenza delle popolazioni locali, contribuisce al forte aumento dell’insicurezza alimentare.

La crisi sta esacerbando in particolar modo le sfide affrontate dagli agricoltori, esposti non solo agli attacchi di Boko Haram ma anche ai pericoli di natura ecologica, tra cui le siccità cicliche e le inondazioni dell’ultimo decennio. La concentrazione delle mandrie a causa dei cambiamenti nei flussi di transumanza sta mettendo sotto estrema pressione le risorse pastorali e potrebbe anche minacciare la salute degli animali.

Mentre la maggior parte degli sfollati fa affidamento sulle scarse risorse delle comunità ospitanti per le proprie necessità di base, le comunità locali sono sempre meno libere di sfruttare la loro terra per paura degli attacchi improvvisi di Boko Haram. Le strutture agricole e i sistemi di irrigazione continuano a essere presi d’assalto e l’insicurezza generalizzata contribuisce all’interruzione dei flussi di transumanza e del commercio transfrontaliero del bestiame.  

Particolarmente frequenti sono gli episodi di furto del bestiame, spesso sostenuti proprio dai ribelli di Boko Haram. L’organizzazione approfitta infatti dell’incapacità delle comunità locali di accedere alle risorse locali, e utilizza la violenza per dirottare le reti commerciali e ostacolare il flusso del bestiame e delle forniture alimentari. Così facendo, riesce a finanziare le proprie operazioni.

Una ricchezza in via di estinzione

L’insurrezione di Boko Haram ha ostacolato lo sviluppo di quello che un tempo era un fiorente centro commerciale regionale sostenuto dai piroghieri, un gruppo socioeconomico che è stato la locomotiva del commercio locale per decenni. Prima dell’arrivo di Boko Haram, intere generazioni di piroghieri avevano infatti contribuito a una fiorente economia basata sulla circolazione di persone e merci, rendendo il bacino del lago Ciad un importante centro commerciale sub-regionale. Rispetto al trasporto su strada, le barche offrivano una soluzione più rapida per consegnare grandi quantità di merci. Questo significava reddito per i trasportatori e i commercianti da un lato e prezzi più bassi per i consumatori dall’altro.

Tali attività erano dunque fonte di sostentamento per intere famiglie e comunità e alimentava l’economia locale. Mentre alcuni piroghieri hanno cercato di riconvertire le proprie attività nell’agricoltura e nella pesca, seppur ostacolati dalle limitate possibilità di accesso e dalle difficili condizioni climatiche, altri sono partiti alla ricerca di opportunità valide altrove, compresa la Libia. Una buona parte di loro è rimasta tuttavia inattiva. Ciò ha provocato un aumento delle attività criminali, che sono divenute il mezzo di sostentamento più immediato e accessibile per le popolazioni locali. Le mutate condizioni climatiche e la progressiva avanzata del deserto hanno avuto conseguenze cruciali anche sui pescatori che un tempo basavano la propria ricchezza sulle risorse ittiche del lago. Oggi questi pescatori si riducono a cercare cercano di catturare alcuni piccoli pesci nelle porzioni di acqua rimaste con vecchie piroghe fatte con legni consumati e reti logore.

Oltre all’aumento della criminalità, la perdita della ricchezza rappresentata un tempo dal lago ha favorito il reclutamento da parte di gruppi terroristici dei pescatori dei piccoli villaggi e ha incentivato una migrazione massiccia verso i centri urbani.

Gli impatti sulla stabilità regionale

L’area in cui il lago si estende è considerata una delle più instabili al mondo, a causa dei conflitti per l’accesso alle risorse agro-pastorali, da fenomeni di marginalizzazione politica e socioeconomica delle comunità locali, dalla fragile presenza delle istituzioni statali nonché dalle minacce alla sicurezza rappresentate dai gruppi armati jihadisti. Secondo il rapporto 2020 Global Terrorism Index, i Paesi che si affacciano sul lago sono tra i 10 meno pacifici del continente africano.

I violenti attacchi di Boko Haram hanno causato la distruzione di infrastrutture vitali, quali ospedali, scuole, strade e mercati, e hanno ulteriormente intensificato i livelli di insicurezza alimentare e malnutrizione che stavano già devastando la regione, con conseguenze irreversibili per 17 milioni di persone.  

La crisi umanitaria sta avendo un impatto destabilizzante anche sugli equilibri regionali. I governi di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun hanno dichiarato lo stato di emergenza e decretato la chiusura temporanea delle frontiere e dei mercati regionali, con il conseguente raddoppio dei prezzi degli alimenti.

Man mano che il lago si è ridotto, l’acqua si è spostata verso il Ciad e il Camerun, mentre le porzioni un tempo appartenenti al Niger e alla Nigeria sono pressoché scomparse. Questa situazione costringe le comunità locali che vivono nei due Stati ad attraversare i confini nazionali per raggiungere l’acqua, aumentando le tensioni tra i gruppi locali per il controllo delle risorse idriche.  Una complessa rete di questioni sociali, economiche, ambientali e politiche si riversa dunque in conflitti interstatali. Di conseguenza, gli scontri per la gestione di ciò che rimane del lago impediscono ai quattro Stati di unire le forze per tentare di contenere l’avanzata di Boko Haram.

La strada da percorrere

La risposta internazionale alla crisi umanitaria del Lago Ciad rimane gravemente sottofinanziata- Nel 2019, una presa di coscienza internazionale su questa crisi umanitaria e ambientale aveva portato il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres a lanciare un appello per un intervento urgente nell’area. L’idea, sostenuta dalla Commissione del bacino del lago Ciad, che riunisce Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Repubblica Centrafricana e Sudan, prevedeva il lancio di un forum internazionale per trovare fondi e partner per realizzare il trasferimento di oltre cento miliardi di metri cubi d’acqua all’anno dal fiume Congo al lago Ciad attraverso la costruzione di canali e dighe. Tuttavia, il piano non è ancora stato avviato dal momento che gli Stati membri della Commissione non hanno mostrato l’impegno necessario per agire, probabilmente a causa dei rapporti tra loro spesso conflittuali.

I governi regionali, d’altronde, non sembrano essere interessati ad elaborare un approccio che vada al di là della contro-insurrezione militare, in grado di prevenire una carestia su più vasta scala, l’erosione dei mezzi di sussistenza e ulteriori migrazioni forzate.

Se il lago è centrale per la stabilità regionale, è evidente che per risolvere la crisi gli Stati interessati e la comunità internazionale dovrebbero concentrarsi meno sul contenimento di Boko Haram e più sul rilancio del corpo idrico e sugli investimenti in agricoltura sostenibile, unici elementi che potrebbero garantire una soluzione duratura.

(a cura di Luigi Limone – Amistades – Centro Studi per la promozione della cultura internazionale – le foto di Marco Gualazzini sono tratte dal reportage Mogadiscio, ritorno alla vita pubblicato sul numero 3/2019 della rivista Africa e disponibile nell’eshop in formato pdf)

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