La danza dell’orice, di Cristina Ali Farah

di Diego Fiore
Cristina Ali Farah
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La danza dell’orice è un libro-racconto firmato dalla scrittrice italo-somala Ubah Cristina Ali Farah e pubblicato in un’edizione raffinata e dal côté artistico: è accompagnata infatti dalla riproduzione di un’opera di Wangechi Mutu, pittrice e performer di origine keniana. Leggendolo, la prima impressione è di essere entrati in una dimensione onirica: una terra riarsa in cui non piove da un anno, il chiarore abbagliante di una donna guerriera che assomiglia a un fiore di baobab, la lunga marcia verso il mare. A poco a poco, però, emergono i dettagli che consentono a una vicenda senza tempo e quasi senza luogo di ritagliarsi una collocazione: siamo nel Corno d’Africa, presumibilmente negli anni Trenta, e l’uomo e la donna fuggiaschi scelgono consapevolmente di imbarcarsi per unirsi a uno dei numerosi zoo umani d’Europa. La ragione della fuga e anche la forza del legame che li unisce si capiranno solo alla fine del racconto. «Volevo tratteggiare un ritratto di donna fiera e libera e toccare la vicenda, largamente rimossa, degli zoo umani – spiega l’autrice –. Volevo parlare anche del viaggio come metafora della vita».

Ali Farah ha una scrittura elegante e senza vezzi, e un modo pudico di toccare i sentimenti. Nelle sue storie c’è sempre un po’ d’Africa, o molta, filtrata attraverso personaggi dal respiro universale. La guerriera Shaqlan è una di questi: incarna un eterno femminino lontano dai cliché e incredibilmente vicino, invece, alle enigmatiche figure di donna popolano le opere di Mutu.

(Juxta Press, 2020, pp. 50, € 12,00)

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