Karfala, dalla Guinea a Priolo inseguendo un sogno

di Stefania Ragusa

Questa è la storia di Karfala (secondo da sinistra nella foto d’apertura), che è partito ancora minorenne dalla Guinea per aiutare la sua famiglia e provare a costruirsi un futuro in Italia. È stata raccolta dal Centro Interculturale di Aiuto e Orientamento (CIAO) di Siracusa e potete leggerla, insieme a quella di Ousman, Buba, Makan e molti altri nel volume Verso l’Integrazione. Immigrati-Italia. NomadicFaces che accompagna una mostra fotografica conclusa da pochi giorni nella chiesa di San Cristoforo a Siracusa. Karfala sognava e sogna di diventare calciatore. È passato attraverso esperienze devastanti, inconciliabili con i suoi 17 anni. Sulla Sea Watch avrebbe potuto esserci anche lui.

«Sono nato in Guinea-Conakry e cresciuto nella città di Kankan. In famiglia eravamo dieci: mio padre, 59 anni, commerciante di legname e che per motivi di lavoro era spesso fuori casa; mia madre, 53 anni, aveva una bancarella lungo la strada e vendeva spezie; poi c’eravamo i miei sette fratelli e io.
Fin da piccolo sognavo di essere un calciatore e questo ha segnato fortemente la mia vita. Da quando sono andato via da casa ho perseguito questo obiettivo e ancora oggi sogno di diventare un professionista.

Mio padre mi ha sempre sostenuto in questo mio sogno. Ammiro il giocatore guineano Pogba e mi piacerebbe raggiungere un livello professionale come il suo.
Sono andato a scuola per 8 anni. Durante questo periodo dovevo studiare, allenarmi e aiutare mio padre nel lavoro. La situazione economica della mia famiglia non era buona, per questo ho lasciato la scuola e cominciato a lavorare. Nonostante le difficoltà, ho continuato ad allenarmi ogni giorno.

In Guinea c’è molta povertà, la vita è veramente dura. Ogni giorno gironzolavo con mio fratello più grande per racimolare qualche soldo, ma era molto difficile. Abbiamo deciso insieme che fossi io a lasciare la casa per andare alla ricerca di un’opportunità di lavoro. Ho scelto di andare in Mali, ma arrivato lì ho capito che la situazione non era molto diversa. Mio padre allora ha lasciato che fossi io a decidere se tornare indietro o continuare il mio viaggio. Io ho deciso di continuare, di andare in Algeria, attraversando il Burkina Faso e il Niger.

In Algeria sono rimasto un anno e due mesi. Ho cercato una squadra di calcio e ho chiesto di potermi inserire. Mi hanno dato la possibilità di farlo per valutare le mie capacità. L’allenatore mi ha promesso che se avessi giocato ogni giorno avrebbe potuto riservarmi un posto nella squadra. Per sei mesi sono riuscito a conciliare il lavoro di imbianchino e muratore con quello di calciatore, ma molti dei miei compagni di squadra erano apertamente razzisti e mi ostacolavano. Non vedevo una reale possibilità di miglioramento in quelle condizioni. Parlando con un amico ho saputo che imbarcandomi dalla Libia sarei potuto andare in Italia. Se fossi riuscito ad attraversare il Mediterraneo avrei avuto la possibilità di giocare a calcio. È stato così che ho deciso di partire per la Libia.

Appena arrivato a Zawiya, nella Libia nord-occidentale, la polizia mi ha fermato e mi ha messo in prigione per un mese. La vita in carcere era molto dura perché il cibo era poco: ci davano un pezzo di pane e una bottiglia d’acqua al giorno. Per questo molti si ammalavano e alcuni morivano. Ogni mattina quando arrivava la polizia venivamo insultati e picchiati. Hanno chiesto alla mia famiglia una somma corrispondente a mille euro per liberarmi. A volte sparavano alle gambe dei detenuti per farli urlare mentre parlavano al telefono con le loro famiglie per chiedere il riscatto. Ho pianto per la paura.
All’interno della prigione dovevamo lavorare tutti i giorni. Ho una cicatrice sulla bocca per i colpi che ho ricevuto perché mi dicevano che non lavoravo bene. Dopo un mese la mia famiglia ha pagato e sono stato trasferito a Sabratha. All’arrivo sono stato portato in un grande campo dove c’erano più di 500 persone: africani neri che volevano partire per l’Italia. Per mangiare bisognava procurarsi il cibo e ogni tanto alcuni arabi venivano a prenderci per farci lavorare fuori dal campo. Ci pagavano 30 dinari.

Dopo quattro mesi a Sabratha sono iniziati gli scontri tra la polizia e gli Asma Boys (gruppo criminale libico implicato nel traffico di uomini). Avevo paura, non sapevo cosa fare e dove andare. Un uomo della Guinea mi ha messo in contatto con un arabo per andare a Tripoli. Mi sono fatto prestare del denaro con la promessa di restituirlo una volta arrivato in Italia. Per due mesi ho vissuto in una piccola stanza insieme con altre 47 persone.

La prima volta che abbiamo provato a imbarcarci siamo caduti tutti in mare, tanto la barca era malandata. Dopo ci hanno preso e trasferito in un altro campo distante 12 chilometri. Una donna che era con noi piangeva perché non riusciva più a camminare. Il giorno dopo, alle 22, siamo saliti su un gommone. Il mare era molto agitato. Eravamo 125. Dopo due ore di viaggio un gruppo di 23 persone è caduto in mare. Abbiamo cercato di aiutarli ma non ci siamo riusciti. Sono annegati tutti. Tra loro c’era un amico con cui avevo fatto parte del viaggio. Mentre ero sul gommone utilizzavo la camicia per raccogliere l’acqua che entrava e poi la strizzavo in mare. Grazie a Dio siamo arrivati in acque internazionali. Per varie ore abbiamo aspettato qualcuno che venisse a salvarci. Alle 10 abbiamo avvistato una nave che però non si è avvicinata e ci ha lasciati in mezzo al mare. Poi abbiamo visto una barca che aveva bandiera libica e spagnola. Ci siamo spaventati nel vedere la bandiera libica, ma l’equipaggio quando si è avvicinato ci ha spiegato che erano spagnoli. Uno alla volta siamo saliti a bordo. Ci hanno dato vestiti e cibo. A ciascuno è stato dato un braccialetto con un numero di identificazione. Siamo rimasti tre giorni su questa nave prima di sbarcare in Italia.

Appena sbarcati ad Augusta sono iniziati i trasferimenti: chi a Milano, chi a Torino, chi altrove. Io avevo 17 anni e mi hanno portato in un centro per minori chiamato Albachiara. Appena arrivato, la direttrice del centro mi ha fatto delle domande. Tra le altre cose le ho detto che ero un calciatore. Nel tempo trascorso in quel centro ho partecipato a un corso di formazione Caritas e ho iniziato ad allenarmi. Compiuti i 18 anni sono stato trasferito a Priolo Gargallo, in provincia di Siracusa, al centro Casa Freedom. Attualmente vivo ancora qui. Lavoro sporadicamente come custode di un campo ad Augusta e gioco a calcio nella prima e seconda squadra dello Sporting Priolo».

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