Jean Ziegler: «Perché Lesbo è la vergogna d’Europa»

di Stefania Ragusa
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Non è ancora stato tradotto in italiano, ma dell’ultimo libro di Jean Ziegler si è già sentito parlare anche nella nostra lingua. Per esempio, grazie alla lunga intervista tripartita che il famoso intellettuale svizzero, oggi vice presidente del comitato consultivo del Consiglio dei Diritti dell’Uomo dell’Onu, ha rilasciato a Roberto Antonini per la Radio Svizzera Italiana.
Lesbos, la honte de l’Europe (Edizioni Le Seuil) ha un titolo esplicito. Ci racconta come nell’Europa del 2020, e anche in quella delle precedenti annate, siano perpetrate terribili e ingiustificabili sopraffazioni, ai danni di persone sostanzialmente inermi e provate. Una “caduta” non inevitabile, ma legata a una scelta deliberata delle istituzioni.
L’isola greca di Lesbo, dove l’Unione Europea ha installato il più grande dei suoi campi di raccolta per i rifugiati in transito lungo la sua frontiera meridionale e dove Ziegler si è recato in missione per l’Onu, è un teatro inquietante di questa violenza.
Qui l’85nne sociologo ha potuto vedere quasi 35.000 rifugiati provenienti da Siria, Iraq, Afghanistan e Africa sub-sahariana – il 35% dei quali bambini – ammassati in condizioni disumane per mesi e a volte anni, in attesa dell’esame della loro richiesta d’asilo.
Che cosa differenzia questi hotspot dai campi di concentramento? Nulla. «Sono luoghi con un solo scopo», spiega Ziegler ad Antonini. «Quello di creare con i rifugiati e tra i rifugiati un clima di paura e terrore. Sono gli strumenti di una pratica di dissuasione scientifica, destinata a far sì che altri rinuncino ad arrivare». Il messaggio, tutt’altro che subliminale, è: la vita qui è talmente insostenibile da rendere preferibile la permanenza nel vostro inferno originale.
Nei campi il cibo è insufficiente e di scarsissima qualità; mancano i serivizi sanitari; manca il riscaldamento; le soluzioni abitative non sono degne di questo nome: tende di fortuna, capanne costruite con rami e pezzi di plastica. Tra le baracche ci si ammala e per i bambini non esistono scuole. E siamo sul territorio europeo.
Con il pretesto di proteggere i confini e probabilmente anche con la segreta speranza di tenere buoni i sovranisti e i movimenti xenofobi, Bruxelles sta distruggendo le basi morali dell’Europa: è questa la tesi di fondo del volume. I violenti respingimenti effettuati dalle guardie costiere turche e greche e dall’agenzia Frontex sono ingiustificabili sul piano etico e pericolosi per tutti. Non solo scardinano nei fatti il diritto d’asilo, ma minano quei diritti fondamentali che sono alla base, almeno in teoria, dell’idea stessa di Europa: il diritto al cibo, alla casa, all’istruzione, alla salute.
Il fatto che, in tempo di coronavirus, di quel che accade a Lesbo si parli meno non attenua di un grammo l’insostenibilità – anche economica – della formula “deterrenza e terrore”. Diamo un occhio alle cifre. L’Unione Europea, al 2022, dovrebbe avere già speso 29 miliardi di euro in tecnologie di sorveglianza e repressione per proteggere i suoi confini, alimentando un business a molte cifre ma di dubbia utilità. A chi giova? Certamente, per chi produce e smercia queste tecnologie la costruzione e il mantenimento della fortezza Europa rappresenta una commessa di prim’ordine. «Più redditizia di tutte le guerre in corso in Siria, Darfur e Yemen», è la conclusione di Ziegler.

(Stefania Ragusa)

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