Israele trasferirà i rifugiati africani in Ruanda e Uganda?

di Enrico Casale
eritrei in Israele

Il Governo di Gerusalemme, guidato da Benjamin Netanyahu, intende mantenere intatto il «carattere ebraico» del Paese a discapito dei rifugiati africani.

 

EritreiFuggire dal proprio Paese a causa di guerre, dittature, carestie, è un dramma. Ma a un dramma si può aggiungere un altro dramma, quando il Paese in cui si è trovata protezione progetta di trasferire i rifugiati in un Paese terzo. È quanto sta avvenendo in Israele. Il Governo di Gerusalemme, guidato da Benjamin Netanyahu, intende mantenere intatto il «carattere ebraico» del Paese. Riconoscere quindi il diritto di asilo ai 50mila rifugiati africani, perlopiù cristiani e musulmani, metterebbe in pericolo questo disegno. Così, non potendoli rimpatriare, l’esecutivo sta pensando di trasferire questi rifugiati in Stato terzi e, in particolare, in Ruanda e Uganda.

«In teoria, la soluzione di un “Paese terzo” sembrerebbe ragionevole – denuncia dalle colonne del prestigioso quotidiano “Haaretz”, Sarah R.F. Sholklapper, uno studente rabbinico che, nell’ambito dei suoi studi, ha effettuato uno stage in un centro di detenzione per rifugiati -. Ma Ruanda e Uganda sono soluzioni che mettono in grave pericolo i rifugiati. Sappiamo dalla testimonianza dei richiedenti asilo precedenti che il denaro e i documenti forniti quando essi lasciano Israele sono confiscati quando entrano in Ruanda e Uganda. Inoltre non sono concesse protezioni giuridica o diritti come rifugiati. Questi Paesi non sono luoghi sicuri, come definito dalla Convenzione sui rifugiati del 1951 delle Nazioni Unite, di cui Israele è firmatario». La posizione di Sarah R.F. Sholklapper non è isolata: «Io sono uno dei più di 1.800 rabbini che hanno a cuore Israele come uno Stato ebraico, ma anche come Stato democratico e, in quanto tale, quindi non può approvare queste deportazioni».

Per giungere in Israele, gli africani spesso vivono vere e proprie Odissee. Dal Corno d’Africa, sono costretti ad attraversare il Sudan e l’Egitto e, poi, il Sinai. Qui, spesso sono preda dei trafficanti che li rapiscono e li torturano. Molti di essi muoiono. Le donne vengono violentate. Se e quando riescono ad arrivare in Israele, Gerusalemme li trattiene in centri di detenzione e quasi mai riconosce loro il diritto d’asilo. Attualmente, infatti, Israele concede loro di rimanere sul territorio, ma si rifiuta di ascoltare realmente i loro casi e di riconoscerli rifugiati. Lo stato di limbo in cui si trovano impedisce ai richiedenti asilo di ottenere i permessi di lavoro e quindi di sostenere se stessi nonostante essi contribuiscano (con occupazioni in nero) all’economia israeliana. In tutto il mondo, all’88 per cento degli eritrei richiedenti asilo viene concesso lo status di rifugiato; per i sudanesi il dato è intorno al 64%. In Israele, in entrambi i casi, la percentuale si ferma all’1%.

Da qui la soluzione di trasferire i rifugiati in Ruanda e Uganda. Israele riconoscerebbe a Kigali e Kampala un compenso per ogni immigrato. Nei Paesi ospitanti però i rifugiati non godrebbero di alcuna protezione particolare. «Lo scorso fine settimana – conclude Sarah R.F. Sholklapper -, ci siamo seduti per celebrare la Pasqua ebraica e abbiamo ricordato il nostro viaggio attraverso il deserto verso la libertà. Abbiamo ricordato quando abbiamo gridato a Dio dalle catene della schiavitù e ricordato come Dio abbia “ascoltato la nostra invocazione e visto la nostra situazione, la nostra miseria e la nostra oppressione”. Se siamo veramente camminiamo sul sentiero di Dio come possiamo ignorare il motivo e condizione dei richiedenti asilo africani in mezzo a noi, soprattutto perché ci fa rivivere il nostro volo per la libertà?».

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