I muri africani. L’ultimo? Quello keniano

di Enrico Casale
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Untitled-1 copyIl Governo di Nairobi ha deciso di costruire un muro nella Contea di Lamu al confine tra Kenya e Somalia per garantire maggiore sicurezza al Paese dagli attacchi dei miliziani somali di Al Shabaab. Come ricordava ieri il quotidiano keniano «Daily Nation» è lungo questa frontiera che, tra novembre e dicembre, sono avvenuti due attacchi del movimento somalo costati la vita a circa 90 persone. Ma non è solo una questione di sicurezza. Probabilmente c’è anche la necessita di tutelare gli interessi economici keniani. Nella Contea di Lamu, infatti, partiranno a breve, come confermato dallo stesso Presidente della Repubblica, Uhuru Kenyatta, i lavori per la costruzione di un terminal portuale e petrolifero destinato a servire più Paesi della regione, tra cui Etiopia e Sud Sudan.

Quello che verrà realizzato in Kenya non è il primo muro che viene costruito in Africa tra Paesi diversi o all’interno di un singolo Paese. Attualmente ne esistono quattro. Il più famoso, almeno in Europa, è quella che separa le due enclave spagnole di Ceuta e Melilla dal Marocco. Questa barriera è stata costruita agli inizi degli anni Duemila dal governo di Madrid per impedire l’immigrazione illegale e il contrabbando. La struttura, che si compone di reti, filo spinato, torrette di controllo, è stata progettata in Spagna, ma il costo, circa 30 milioni di euro, è stato sostenuto dall’Unione europea. La barriera è lunga 8 km a Ceuta e 12 a Melilla.

Meno conosciuto, ma più imponente è il muro costruito dal Marocco nel Sahara occidentale. La barriera è stata costruita tra il 1982 e il 1987 ed è lunga 2.720 km. L’obiettivo di Rabat è di contenere gli assalti delle milizie del Fronte Polisario. La struttura è costituita da terrapieni di sabbia, muretti, postazioni armate e da una rete di radar. La presidiano circa 100mila soldati marocchini e, di fronte a essa, sono state interrate circa due milioni di mine.

Esiste un muro anche tra Sudafrica e Mozambico. È stato costruito nel 1975 dal governo di Pretoria per contenere i possibili sconfinamenti dal Mozambico in preda a una guerra civile. La struttura, lunga 120 km, prevedeva alte reti elettrificate. Un trattato del 2002 tra i due Paesi ne prevedeva lo smantellamento. In realtà, solo una piccola parte è stata distrutta per permettere le migrazioni degli elefanti. La restante parte è stata mantenuta per contenere immigrazione illegale e contrabbando di armi.

L’ultima barriera è quella tra Botswana e Zimbabwe. La costruzione di questa struttura è iniziata nel 1966 quando il Botswana è diventato indipendente. L’obiettivo: proteggere il bestiame da eventuali epidemie e dalle aggressioni dei predatori. La barriera oggi misura 500 chilometri di lunghezza. La rete, alta dai due ai tre metri (a seconda del tratto considerato) ed elettrificata, attraversa parchi nazionali, villaggi, isola corsi d’acqua e laghi, impedendo il libero movimento anche degli animali selvatici. Inoltre, con il tracollo dell’economia di Harare negli anni Duemila, molti zimbabwiani hanno cercato rifugio negli Stati confinanti, soprattutto in Sudafrica e in Botswana. E la barriera è diventata così un deterrente anche per gli immigrati. Alle proteste dello Zimbabwe, il Botswana ha risposto che non solo non accetta di abbattere la barriera per facilitare il passaggio degli immigrati, ma la potenzierà ulteriormente.

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