Il conflitto in Casamance visto dalla Guinea Bissau

di Valentina Milani
Ribelli in Casamance

 “La Casamance è un problema dei senegalesi”. Il presidente della Guinea Bissau Umaro Sissoco Emboló, intervistato dall’agenzia Lusa, ha provato a chiudere con una battuta un discorso che da quasi 40 anni rappresenta una ferita che continua a riaprirsi e ha molte implicazioni anche per il suo Paese, la Guinea Bissau.

Da un lato si chiamano Diola, dall’altro Felupe, e sono il gruppo etnico che abita il territorio che congiunge più che separare Senegal e Guinea Bissau. E, come ricorda Sara Gianesini, coordinatrice per Mani Tese di un progetto per l’integrazione dei rifugiati senegalesi finanziato dall’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i Rifugiati (Unhcr), “quasi tutte le famiglie felupe della zona sono imparentate con famiglie diola della Casamance”. È una delle ragioni che meglio spiega la buona accoglienza che hanno trovato in Guinea Bissau i senegalesi che hanno lasciato i loro villaggi per sottrarsi al conflitto tra gruppi indipendentisti e l’esercito di Dakar. “Inizialmente sono stati accolti in campi profughi. Ma poi in maggior parte hanno deciso di fermarsi e si sono dislocati in 75 villaggi nella regione di Cacheu”.

Dal 2017 la Guinea Bissau ha decretato la naturalizzazione dei rifugiati senegalesi. Circa 6000 sono diventati anche formalmente cittadini guineani. Questo ha permesso loro di risolvere una serie di problemi burocratici e scongiurare il rischio di apolidia.

Da Cacheu come si guarda al conflitto in Casamance? “In realtà la forza del movimento indipendentista si è molto ridotta nel tempo”, risponde Gianesini. Nella foresta ci sono ancora dei gruppi, ma sembrano più superstiti che combattenti. Effetto questo anche della caduta di Yahya Jammeh, che li foraggiava e li sosteneva dal Gambia. Il nuovo presidente, Adama Barrow, ha inaugurato tutta un’altra politica. Bissau, invece, non ha mai avuto un ruolo di questo tipo.

“Periodicamente però il conflitto si fa sentire”, osserva Gianesini. “L’ultima volta, a fine gennaio, l’esercito della Guinea Bissau si è allertato a scopo difensivo, per essere pronto a entrare in azione qualora i ribelli avessero sconfinato mettendo a repentaglio la sicurezza dei villaggi”. Forse, parlando di un territorio come questo, sconfinare non è il verbo più appropriato. Qui non ci sono confini netti, frontiere segnate. Ci sono ettari ed ettari di bosco coltivato e campi che iniziano in Guinea e finiscono in Senegal, e viceversa.

“I ribelli, l’ultima volta, hanno parlato di un’alleanza tra i due eserciti. A noi non risulta che sia andata così. Tanti abitanti dei villaggi, tra l’altro, hanno confermato che l’esercito era lì per proteggere le persone”. Proteggerle in modo diretto e indiretto. Gli scontri in Casamance sono infatti anche una minaccia obliqua.
“È capitato che i campi coltivati dai guineani e che si trovano al confine venissero incendiati nel corso degli scontri tra le diverse fazioni”, spiega Gianesini. “Questa è un’enorme disgrazia. Il campo per molti contadini è l’unica fonte di sostentamento. Coltivano in particolare l’anacardo, che è la maggiore risorsa economica del Paese sul mercato globale.” La raccolta degli anacardi si fa nel periodo estivo. Tra maggio e giugno arrivano dall’estero gli acquirenti. Perdere il raccolto vuol dire perdere l’unica occasione di guadagno dell’anno. “Il 2020 è andato peggio degli altri. Perché a causa del covid e delle restrizioni imposte dalla pandemia, i compratori internazionali non si sono fatti vedere”.

Il covid ha creato molti problemi alla fragile economia della Guinea  Bissau e nelle ultime settimane c’è stata una recrudescenza dei contagi. Da Cacheu gli scontri in Casamance vengono seguiti con apprensione perché riguardano persone vicine, parenti, e anche per le ricadute economiche, dunque.
Mani Tese, come partner dell’Unhcr, interviene annualmente a sostegno di una quarantina di villaggi, supportando le comunità con attività socio economiche semplici ma essenziali, e con progetti di formazione nel campo della salute, dei diritti, dell’empowerment femminile.

Nel frattempo, sulle voci di un possibile accordo tra Guinea-Bissau e Senegal per contrastare l’indipendenza della Casamance e stipulato all’insaputa del parlamento guineano, ha rilasciato alcune dichiarazioni Domingos Simões Pereira, presidente del Partido Africano para a Independência da Guiné e Cabo Verde, rientrato ieri a Bissau dopo un periodo di autoesilio in Portogallo. Il presidente del Paigc ha definito un fatto “gravissimo” la possibile esistenza questo accordo. “Penso che sia assolutamente incredibile che continuiamo a sentire dell’esistenza di un accordo tra Guinea-Bissau e Senegal in vista della situazione di Casamance all’insaputa dell’Assemblea nazionale del popolo, senza che il popolo guineano sappia di quale accordo si tratti”, ha detto parlando con l’agenzia Lusa.
Domingos Simões Pereira ha promesso di sollevare la questione quanto prima. 

La Casamance, vista dalla Guinea Bissau non può essere liquidata come “un problema dei senegalesi”. Appare piuttosto una preoccupazione ricorrente, una ferita che vorrebbe chiudersi e che, nonostante le naturalizzazioni, non smette di dolere.

(Stefania Ragusa)

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