Londra riscopre l’Africa

di Marco Trovato
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La Brexit spinge il governo britannico a rinsaldare i rapporti diplomatici ed economici con i Paesi subsahariani. Obiettivo: rilanciare il proprio ruolo da protagonista nello scacchiere internazionale e sottrarre aree strategiche all’influenza dell’Unione Europea. È una buona notizia per il continente africano?

Ci sono due fattori che si intrecciano e possono diventare un trampolino di lancio per lo sviluppo del continente africano, oppure un freno. Si tr atta dell’area di libero scambio (Afcfta), partita il 1° gennaio, e della Brexit. Gli effetti della Brexit per molti Paesi africani potrebbero essere nefasti. È stato calcolato che, nella peggiore delle ipotesi, in 20 stati le perdite totali delle esportazioni potrebbero ammontare a 420 milioni di dollari. Altri però ci guadagnerebbero. Si tratta di 11 nazioni – Sudafrica in primis – che aumenterebbero le loro esportazioni per un totale di 3,6 miliardi di dollari. Altri “beneficiari” della Brexit sarebbero Mauritius, Botswana, Seychelles e Namibia. Ma tutto dipende da come gli accordi commerciali verranno rinegoziati. Se cioè prevarranno gli accordi bilaterali con la Gran Bretagna o quelli multilaterali con l’Unione Europea.

Secondo il Fondo monetario internazionale, Londra è tra le cinque maggiori economie con investimenti in Uganda, Zambia, Botswana e Nigeria, che incidono positivamente sul loro pil e che potrebbero subire contraccolpi da un’eventuale, possibile recessione dell’economia inglese in conseguenza alla Brexit. Questo, tuttavia, confligge con l’area di libero scambio, che può rappresentare una forza per le negoziazioni, superando quelle bilaterali, dando impulso all’industrializzazione dell’intero continente.

Capi di stato e di governo di 21 Paesi africani riuniti a Buckingham Palace, a Londra, al termine del Summit Uk-Africa Investment organizzato dal governo britannico nel gennaio 2020 per rilanciare i rapporti economici nel continente all’indomani della Brexit. Con l’uscita dall’Unione Europea, Londra punta ad aprire un nuovo capitolo nei rapporti commerciali con il continente, forte anche del suo status di ex potenza coloniale. Nella foto, al centro: William e Catherine, duca e duchessa di Cambridge, membri della famiglia reale, accanto al premier Boris Johnson (Yui Mok / Pool / Afp)

Partner vecchi e nuovi

Secondo i dati della cooperazione britannica – Department for International Development, Overseas Development Institute – gli scambi commerciali con il continente pesano per il 2,5% del totale e la Gran Bretagna si posiziona al quarto posto negli investimenti diretti in Africa, dopo Cina, India e Stati Uniti. Nel vertice del 20 gennaio 2020 a Londra con 21 capi di stato e governanti africani (foto) sono stati siglati 27 impegni contrattuali per un valore di 8,5 miliardi di dollari. Il più significativo è quello della compagnia petrolifera Tullow Oil, che ha rinnovato il suo impegno in Kenya per un valore di 1,5 miliardi di dollari. E l’attivismo britannico – per prepararsi a un mondo post-Brexit – verso il continente si sta intensificando, riorientando modelli commerciali e di investimento. Non a caso, infatti, nel 2020 gli investimenti britannici in Africa si sono concentrati nella parte orientale del continente e lungo il Golfo di Guinea, regioni con gli stati ex colonie britanniche, protettorati e territori occupati.

Nello scorso anno sono stati siglati 19 trattati bilaterali, anche con Paesi non ex colonie come il Gabon e l’Angola. Partner nuovi e vecchi. Sta riprendendo vigore, dunque, il Commonwealth? Un’ipotesi allo studio, infatti, è quella di far convergere lo storico Dfid nel Foreign and Commonwealth Office. Un’ipotesi che probabilmente non aiuterebbe l’emergere di ragionamenti innovativi sulla cooperazione allo sviluppo, visto che l’estrazione mineraria rappresenta il 50,8% degli investimenti e i servizi finanziari il 34,4%.

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