Gli africani di Roasio

di claudia

di Marco Trovato

L’epica storia di emigrazione a sud del Sahara di un piccolo paese piemontese. Lo chiamano il “paese con la valigia” perché intere generazioni di suoi abitanti sono dovuti partire lontano per cercare fortuna. La gran parte è finita a lavorare nel continente africano, dove ha lasciato un segno indelebile e vissuto avventure incredibili…

Il viaggio in nave durava settimane; talvolta più di un mese, quando non si avevano soldi per il piroscafo e ci si doveva imbarcare su un mercantile. Nella valigia si mettevano pochi indumenti, la carta da lettere, penna e inchiostro per inviare notizie ai famigliari. Non c’era molto altro da portare con sé. Si partiva per sfuggire alla povertà. Provenivano da Roasio, un piccolo paese sulle colline in provincia di Vercelli. Oggi il suo territorio vanta frutteti e vigneti di qualità. Ma un tempo i braccianti lottavano per sopravvivere. Nelle famiglie si tramandavano impieghi da fame nelle cave di pietra e nelle fornaci che producevano mattoni. Altri si spezzavano la schiena nei campi di argilla o nelle risaie, giù nel fondovalle, in balia dei padron e dei capricci del tempo. Magri stipendi e fazzoletti di terra che non bastavano ad arrivare a fine mese. Per molte famiglie l’emigrazione era una scelta forzata… E così è rimasta per intere generazioni. «Già nella seconda metà del Seicento si partiva in cerca di lavoro verso Roma e Torino, alla fine del Settecento c’era una forte emigrazione stagionale verso le Baragge del basso vercellese e del basso biellese per la monda del riso e la mietitura», spiega Marta Micheletti, presidente dell’associazione che gestisce il Museo dell’emigrante di Roasio. «Nella prima metà del 1800 si andava in Francia e Svizzera perché il dialetto piemontese era molto simile alla lingua francese quindi si riusciva a comunicare. Poi la crisi economica in Europa ha spinto a cercare rotte extraeuropee».

Carico di banane – Museo dell’emigrante di Roasio.

Custodi della memoria

Negli stessi anni in cui milioni di italiani cercarono lavoro nelle miniere del Belgio, o attraversavano l’Atlantico per costruirsi una nuova vita in America, la maggior parte dei cittadini di Roasio facevano rotta verso sud, al di là del Mediterraneo: nel continente africano, che dalla seconda metà del 1800 attirò come un magnete le attenzioni di intere famiglie. Il museo dell’emigrante, voluto dalla comunità di Roasio e gestito da volontari, è ospitato nei locali di un’ex scuola elementare nel paese, una serie di stanze ingombre di documenti, fotografie sbiadite, valigie, caschi coloniali, lumi a petrolio, vecchie zanzariere, oggetti personali, cimeli portati a casa dai roasiani dai loro viaggi. “Qui i nostri giovani e le future generazioni di Roasio, non importa dove la vita li porterà nel mondo, ritorneranno e troveranno le loro radici”, ha scritto Velia Micheletti, fondatrice dell’Associazione Museo dell’emigrante di Roasio, nel libro Il Paese con la valigia (curato da Rosy Gualinetti) dedicato all’eccezionale storia di emigrazione di questo borgo piemontese. «Il museo è la casa della nostra memoria – riflette la Micheletti – il luogo dove è conservata la nostra storia, quella dei nostri nonni e bisnonni. Noi siamo chiamati a custodire questo patrimonio che altrimenti andrebbe perso». Una storia antica, dolorosa e avvincente, di duri sacrifici e di imprese grandiose. Scritta da uomini umili e tenaci che hanno lasciato poche certezze per affrontare l’incognito.

Nelle colonie straniere

“Hic sun leones” c’era scritto nelle mappe antiche del continente africano per indicare quei vasti e selvaggi territori, ancora largamente inesplorati dagli uomini bianchi, che sarebbero stati contesi e accaparrati dalle potenze europee. Ancora nella seconda metà dell’Ottocento, l’Africa era avvolta dal mistero e da racconti leggendari, «ma agli occhi di chi cercava di costruirsi una vita rappresentava una terra vergine, piena di opportunità».

In quegli anni l’occupazione europea si manifestava spesso in modo brutale, con episodi diffusi di sfruttamento, razzismo, schiavitù. Le foto in bianco e nero del museo mostrano uomini bianchi in tenuta coloniale attorniati da manovali africani. «Erano tutti dipendenti delle ditte, regolarmente stipendiati. I Roasiani facevano accordi con i capi villaggio per avere la loro collaborazione per la durata del cantiere. Man mano che il cantiere stradale o ferroviario si spostava, si reclutava nuovo personale nel villaggio successivo», ci tiene a precisare la Micheletti. «Tutti i nostri emigranti erano consapevoli di essere ospiti nei paesi africani, e loro stessi erano sottomessi alle autorità coloniali straniere».

Curiosamente gli emigranti di Roasio non si diressero verso i territori africani finiti sotto il controllo italiano – la Tripolitania, la Cirenaica o parti del Corno d’Africa – ma puntarono verso regioni occupate da altre potenze coloniali: il Congo Belga, l’Angola e il Mozambico (entrambi conquistati dal Portogallo), i bastioni britannici della Rhodesia del sud (ora Zimbabwe), della Costa d’Oro (l’odierno Ghana), della Nigeria e del Sudafrica.

Giuseppe Micheletti – Museo dell’emigrante di Roasio

Dinastie di costruttori

«Purtroppo abbiamo perso le tracce dei pionieri, pertanto non conosciamo la genesi di questa dinamica migratoria», argomenta la Micheletti. «Dalle informazioni in nostro possesso, sappiamo che in tanti partivano su indicazione dei compaesani che già vivevano in Africa e che li invitavano a raggiungerli per lavorare assieme: nelle miniere del Transvaal, nelle piantagioni di caffè e di té. Soprattutto nei cantieri per la costruzione di strade, ferrovie, grandi edifici». Per lenire la nostalgia di casa c’era chi partiva portando con sé il salam d’la duja, il salame di maiale conservato sotto grasso, tipico della zona… Per poi fare ritorno a Roasio con maschere e costumi tradizionali. «Nel nostro museo c’è molta Africa – rivela Marta Micheletti – perché chi partiva a sud del Sahara rientrava a casa ogni due-tre-quattro anni, in base al contratto di lavoro, per poi ripartire per il contratto successivo». Mentre i governi italiani – prima liberali poi fascista – arruolavano braccia per dissodare i terreni e lavorare le campagne delle colonie, i roasiani erano votati al lavoro edile, pertanto si diressero laddove c’era bisogno di costruire infrastrutture e vie di comunicazione. Con il passare del tempo si formarono vere dinastie di imprenditori nell’edilizia, capaci di imporsi per competenze e capacità operative, che tuttora operano in varie parti dell’Africa, stimolando la partenza di altri compaesani.

Giuseppe Micheletti – Museo dell’emigrante di Roasio

Un destino chiamato Africa

«Africa è un nome scritto da oltre un secolo nel destino di molte famiglie di Roasio» dice Andrea Cantone, insegnante di scuola media, che di recente ha scritto il romanzo, “La Luce dell’Equatore” (pubblicato da Edizioni Effetto), ispirato proprio alla storia di emigrazione roasiana che ha portato la sua famiglia, e lui stesso, a vivere per cinque anni in Nigeria. «Partendo dai racconti dei miei genitori, da un vecchio diario e alcune foto trovate in soffitta a casa dei nonni, dopo quasi un anno di studi e di ricerche, con la collaborazione del Museo dell’Emigrante di Roasio, sono riuscito a ricostruire l’avventurosa vita di molti giovani roasiani, ventenni ambiziosi, che tra la Prima e Seconda Guerra Mondiale andarono a lavorare in Africa occidentale per il governo inglese – racconta – erano anni difficili, segnati da un contesto storico mondiale incerto, in cui abbandonare la patria era un enorme azzardo. Gli italiani partiti per l’Africa nei primi anni del XX secolo andavano incontro all’ignoto, alle malattie e alla solitudine… Di quei ragazzi, pochi hanno fatto fortuna, molti sono tornati a casa sconfitti, altri sono morti. Eppure i viaggi della speranza non si sono mai fermati».

L’anagrafe comunale non mente: Roasio vanta meno di 2500 cittadini, di cui oltre 600 ancora oggi vivono all’estero. «Partire fa parte del nostro dna: non a caso Roasio è uno dei comuni col più alto numero di votanti all’estero», chiosa la Micheletti, che è cresciuta fino all’età di tredici anni in Nigeria, nella città di Ibadan, dove ancora oggi vive suo padre. «Sono figlia di emigranti, nipote di emigranti, bisnipote di emigranti… le radici del mio albero genealogico affondano e si diramano nella terra rossa d’Africa. E ciò vale per la gran parte delle famiglie di Roasio dove ancora oggi risuonano nomi di località subsahariane che dilatano gli orizzonti del nostro paese e testimoniano il nostro legame speciale con questo continente». Per scoprire le tante incredibili storie personali che stanno dentro la grande storia non resta che visitare il “Museo dell’emigrante” di Roasio: aperto gratuitamente, ogni fine settimana, da maggio a ottobre. museoemigranteroasio.com

Questo articolo è uscito sul numero 5/2023 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui, o visita l’e-shop

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