Gambia | Un ministro amico dei Rohingya

di Enrico Casale
Abubacarr Tambadou
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Si chiama Abubacarr Tambadou ed è il ministro della Giustizia del Gambia. La sua notorietà non è legata tanto alla sua carica, ma alla determinazione con la quale ha portato avanti l’accusa contro Aung San Suu Kyi e la leadership birmana colpevoli, a suo avviso, delle uccisioni di migliaia di Rohingya. Una determinazione che lo ha fatto arrivare fino davanti alla Corte dei diritti umani dell’Aia. E proprio i giudici dell’Alta corte hanno ordinato ieri alla Birmania di adottare «tutte le misure in suo potere» per prevenire un genocidio contro i musulmani Rohingya. La Corte ha concesso una serie di misure di emergenza richieste ai sensi della Convenzione sul genocidio del 1948.

Nei primi giorni dell’anno, Abubacarr Tambadou si è recato proprio in Birmania dove, nel campo profughi a Cox’s Bazar, ha raccolto le testimonianze di decine di persone fuggite dalle violenze delle forze armate birmane. Ascoltando le storie dei sopravvissuti, ha affermato di aver sentito chiara «la puzza di genocidio».

«Mi sono reso conto di quanto la repressione ordita ai danni di questa gente fosse più grave dei flash che avevo visto sugli schermi televisivi – ha detto alla Bbc –. Militari e civili organizzano attacchi sistematici contro i Rohingya, bruciano case, strappano i bambini dalle braccia delle loro madri e li gettano vivi nel fuoco, radunano e fucilano uomini; le ragazze vengono violentate in gruppo e sottoposte a ogni tipo di violenza sessuale».

I Rohingya sono una minoranza musulmana che vive in Birmania. Da anni sono vittime delle violenze da parte della popolazione, in maggioranza buddhista, e delle forze armate di Yangoon.

Le scene agghiaccianti che ha visto e i racconti che ha ascoltato hanno ricordato a Tambadou il genocidio perpetrato nel 1994 in Ruanda, che ha causato la morte di circa 800.000 persone. «Le violenze sembravano molto simili a quelle perpetrate contro i Tutsi – ha continuato –. Era lo stesso modus operandi. Il processo di disumanizzazione portava tutti i tratti distintivi del genocidio. Mi sono convinto che quello contro i musulmani birmani è stato un tentativo da parte delle autorità del Myanmar di distruggere completamente un gruppo etnico».

Centinaia di migliaia di Rohingya sono fuggiti dalla Birmania e vivono oggi in campi profughi. Yangoon ha negato di aver commesso un genocidio e questa settimana ha pubblicato un’indagine del governo che giustifica le uccisioni di massa come una risposta dell’esercito agli attacchi dei militanti musulmani.

Abubacarr Tambadou ha chiamato in causa davanti ai giudici dell’Aia Aung San Suu Kyi. Quest’ultima, un tempo eroina contro la dittatura militare birmana, ha sostenuto che questa indagine interna nega la necessità di qualsiasi intervento internazionale. Per Tambadou, non fare nulla non è mai stata un’opzione. «Dopotutto si tratta della nostra umanità», ha commentato.

(Enrico Casale)

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