Evasioni tropicali

di claudia
Tempo di lettura stimato: 8 minuti

Quando si potrà tornare a viaggiare, vi consigliamo di concedervi una fuga tra natura e cultura alla scoperta dell’arcipelago-nazione di Capo Verde. Un frammento d’Africa in mezzo all’Oceano Atlantico. Dieci isole selvagge e accoglienti, diverse l’una dall’altra. Con una storia feconda di traffici e scambi commerciali che hanno dato vita a uno straordinario frullato di popoli e culture

testo e foto di Marco Trovato

L’harmattan, il vento del Sahara, avvolge ogni cosa con la sua patina rossa. Il sole scompare dietro un velo impalpabile di polvere che via via si distende su spiagge, barche ormeggiate, case e palme: in breve tempo, l’intera isola di Santiago svanisce nella tempesta di sabbia. Siamo in mezzo all’Atlantico, a oltre cinquecento chilometri dalle coste di Senegal e Mauritania. La nazione-arcipelago di Capo Verde sembra un mondo a parte, sospeso nell’acqua e nel tempo, ma il respiro caldo del deserto ricorda a tutti il legame indissolubile di queste schegge di terra con il continente africano.

Schiavi e artisti

Avvistate per la prima volta nel 1456 dal navigatore (e mercante di schiavi) italiano Alvise Cadamosto, le isole furono esplorate e occupate dai portoghesi, che le usarono come approdi strategici per le navi negriere dirette in America. Ben presto quelle terre disabitate furono popolate da schiere di africani strappati con la forza ai loro villaggi e costretti a lavorare nelle piantagioni locali di caffè, cotone, canna da zucchero.

«Per più di quattro secoli la nostra storia è stata scandita dal rumore delle catene, delle fruste, dalle baionette degli schiavisti per sedare tumulti e tentativi di rivolta», spiega il ragazzo che fa da guida alla Sala-Museu Amílcar Cabral, nel centro storico della capitale Praia.

La visita di Capo Verde dovrebbe partire da qui, da questo piccolo museo intitolato all’eroe dell’indipendenza e padre nobile della patria: un’esposizione di fotografie sbiadite e vecchi documenti che raccontano la sanguinosa lotta per l’indipendenza (che in realtà si combatté soprattutto nella “gemella” Guinea-Bissau), conquistata solo nel 1974. Nelle vicinanze c’è il Palácio da Cultura, luogo di ritrovo per artisti e intellettuali, con un auditorium per spettacoli teatrali e concerti, una libreria, un cyber-café e uno spazio espositivo per mostre di pittura e di fotografia. Per strada, giovani rapper stanno girando un videoclip mentre due modelle sono impegnate in uno shooting fotografico.

La vena creativa è caratteristica dei capoverdiani: per averne conferma basta fare due passi in Rua d’Arte, storica via del quartiere Terra Branca, che di recente è stata trasformata in una sorta di galleria a cielo aperto. Le facciate delle case sono state decorate con murales che celebrano poeti, scrittori e musicisti. In uno di questi edifici si trova l’atelier di Tutu Sousa, pittore di fama internazionale, ambasciatore dell’arte di Capo Verde, artefice di quadri esuberanti che sprigionano la vigorosa luminosità dei tropici.

Storia meticcia

Cuore pulsante della vita sociale ed economica è il Mercado de Sucupira, colorato e animatissimo, un groviglio inestricabile di bancarelle che offrono di tutto: mestoli e scolapasta made in China, galline e maialini che razzolano in spazi recintati, verdure e pesce freschissimi, stoffe del Senegal, anacardi della Guinea-Bissau, bottarga della Mauritania. L’isola di Santiago, la più “africana” fra tutte, è un crocevia di culture, emblema di una nazione meticcia, la cui mappa genetica è intricata quanto le vicende umane che si sono intersecate in questo punto sperduto dell’oceano.

Le montagne dell’entroterra rappresentarono per lungo tempo nascondigli ideali per gli schiavi in fuga. Nelle case di pietre e paglia abbarbicate sui costoni si sono preservate danze rituali, abitudini culinarie, credenze religiose, usanze e tradizioni provenienti dal continente.

Altrove la storia ha lasciato tracce della presenza europea. L’antico sito di Cidade Velha, primo insediamento portoghese in Africa, dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, conserva ancora nella piazza principale il Pelourinho, una colonna di marmo bianco presso cui venivano esposti gli schiavi in vendita e dove venivano castigati quelli che avevano tentato di scappare o di ribellarsi. L’imponente Forte Real de São Filipe, che domina dall’alto la baia con il suo porticciolo, non riuscì a evitare l’assalto dei pirati che nel 1585 saccheggiarono la cittadina, di cui oggi restano le rovine bianche delle case e della cattedrale. È un posto che trasuda storia, intriso di fascino, ma per le viuzze lastricate si aggirano più gatti che visitatori.

Fuori dai resort

I turisti europei prediligono i resort di Sal e Boa Vista, dove trascorrono le giornate tra balli di gruppo, cocktail a bordo piscina, scorpacciate ai buffet… Si allontanano dai lettini sulla spiaggia solo per lo shopping o per veloci escursioni. A Sal, onde maestose s’infrangono sulla scogliera di Buracona regalando spettacoli mozzafiato. Atmosfere più rarefatte avvolgono Pedra Lume, un cratere naturale pieno di acque salmastre abbacinanti. In questo paesaggio lunare, fino a cinquant’anni fa si estraeva il sale, come testimonia il vicino villaggio-fantasma dei minatori, coi magazzini diroccati, le case abbandonate e un chiesetta solitaria.

A poca distanza, le acque tumultuose di Ponta Preta sono un richiamo irresistibile per gli appassionati di windsurf e kitesurf. Anche le spiagge da cartolina di Boa Vista, l’isola più vicina all’Africa, sono frequentate da giovani di ogni nazionalità, bramosi di catturare il vento con le loro vele, gonfie in ogni stagione. A ricordare quanto possono essere insidiose le correnti c’è il relitto di Cabo Santa Maria, un mercantile arenatosi cinquant’anni fa, che giace con la pancia sventrata e le lamiere arrugginite davanti a Praia de Atalanta.

Sulla costa est dell’isola, troneggia il faro di Morro Negro, vecchio cimelio coloniale che ancora oggi funge da punto di riferimento per i naviganti.

Strane inquietudini

Ognuna delle dieci isole vulcaniche di Capo Verde merita di essere visitata. Santo Antão seduce coi suoi paesaggi selvaggi e mutevoli: i numerosi sentieri panoramici attraversano deserti di sabbia e coste rocciose, canyon spettrali e coltivazioni di frutta tropicale, facendo di quest’isola una meta ideale per gli amanti del trekking. Ai passanti vengono offerti bicchieri di grogue, un liquore prodotto dalla canna da zucchero in distillerie artigianali tra le piantagioni.

Anche São Nicolau si presta a essere esplorata passo dopo passo… purché non si soffra di vertigini. Qui si cammina su mulattiere sospese tra mare e cielo, lungo ripidi versanti che l’uomo è riuscito faticosamente a coltivare. L’asprezza del paesaggio è mitigata dalla gentilezza degli abitanti, che fanno dell’ospitalità rurale un tratto distintivo.

L’isola di São Vincente ha abbandonato da tempo la sua funzione di deposito di carbone per le navi sulle rotte atlantiche e si è affermata per la sua offerta artistica e culturale: il capoluogo Mindelo ospita concerti, mostre, festival e un carnevale in stile brasiliano tra i più colorati e partecipati d’Africa. Il posto ha ispirato grandi scrittori, pittori, poeti e musicisti. Qui è nata Cesária Évora, l’indimenticata “diva dai piedi scalzi” morta nel 2011 all’età di 70 anni. Era considerata la regina incontrastata della morna, una musica languida e nostalgica che riecheggia in ogni abitazione. Le canzoni parlano di amori impossibili e separazioni dolorose. E comunicano il senso di strana inquietudine che aleggia su questo sperduto frammento d’Africa.

Il respiro dell’oceano

Povertà, disoccupazione e carestie spingono da sempre i capoverdiani a emigrare. Vanno a cercare fortuna in Portogallo, Brasile, Stati Uniti o Africa occidentale. Ma, come possono, tornano a casa. «La saudade, struggente sentimento di malinconia, è una condizione esistenziale che ci impedisce di stare troppo a lungo lontano dalle nostre terre», spiega il giornalista televisivo Laurindo Vieira.

Le isole di Sottovento, le più lontane dalle rotte turistiche, sprigionano un’attrazione particolare. La minuscola Maio, con le sue spiagge bianche bagnate da acque cristalline, è un paradiso inviolato. Non ci sono villaggi allinclusive, solo borghi di pescatori immersi nel silenzio: il posto ideale per staccare la spina e ascoltare il respiro dell’oceano.L’isola fu avvistata la prima volta dai portoghesi il 1° maggio del 1460 (da qui il suo nome, che significa “maggio”) e fu usata come covo segreto del celebre corsaro Francis Drake. Le sue dune di sabbia modellate dal vento non celano leggendari tesori ma le uova deposte dalle tartarughe marine della specie Caretta caretta, che approdano ogni estate sul litorale pianeggiante. Poche settimane dopo la deposizione, i gusci si schiudono e migliaia di tartarughine si dirigono simultaneamente verso il mare: uno straordinario spettacolo della natura a cui è possibile assistere con l’accompagnamento di ricercatori e volontari.

All’ombra del vulcano

Se Maio ricorda un batuffolo di cotone, l’isola di Fogo sembra un ventaglio spagnolo rovesciato. Lingue di lava solidificata scendono dal cono vulcanico che sfiora i tremila metri di altezza. Il nero della pietra lavica ricca di minerali ferrosi domina il paesaggio. Ai piedi del cratere la terra fertile carezzata dagli alisei viene sfruttata per coltivare uva da vino e caffè di ottima qualità.

Il principale centro abitato, São Filipe, è un intrico di vicoli sonnacchiosi su cui si affacciano case coloniali color pastello adornate da buganvillee e mandorli fioriti. Per visitarlo bisogna perdersi tra le viuzze di pavé e lasciarsi guidare dai sensi… inseguendo gli aromi delle torrefazioni, i profumi delle cucine (immancabile la cachupa, uno stufato a cottura lenta di mais, fagioli, manioca e patate dolci), le fragranze delle piccole botteghe alimentari, come la panetteria di Maria: un’istituzione sull’isola. «Faccio pane e dolci fin da quando ho iniziato a lavorare: da bambina», racconta la donna, 70 anni, lo sguardo sorridente e luminoso solcato dalle rughe. Ha appena sfornato una teglia di budini caldi al formaggio di capra: squisiti. «Sono i sapori di questa terra benedetta da Dio. Purtroppo i miei otto figli sono partiti, hanno preferito l’Europa», racconta con un velo di malinconia. Lei non hai mai pensato di lasciare l’isola. Nemmeno quando il vulcano si è risvegliato dal suo torpore, sbuffando nel cielo enormi colonne di fumo.

Fogo ha un fascino magnetico. Bisogna concedersi il tempo per visitare l’enorme caldera, i paeselli aggrappati alle rocce, le spiagge di sabbia nera, i porticcioli dove i pescatori scaricano tonni e polipi. Si può soggiornare alle Casas do Sol, un complesso di graziosi alloggi con vista sull’Atlantico, gestiti dall’associazione Amses (www.amses.it).

L’imponente cono vulcanico che domina l’isola di Foto

L’ultima frontiera

Se non si ha fretta, ci si può spingere oltre e raggiungere l’isola di Brava, la più piccola e lontana propaggine di Capo Verde. Non c’è aeroporto. I traghetti che la collegano a Fogo o Santiago hanno orari incerti a causa delle condizioni del mare. Le dimensioni dell’unico porticciolo non permettono alle navi di attraccare, cosicché merci e passeggeri vengono fatti trasbordare su scialuppe che guadagnano la riva.

All’arrivo colpisce l’esplosione di colori: il verde dei cespugli selvatici, il rosso e il giallo degli ibiscus, il nero delle rocce, il bianco delle casette abbarbicate ai piedi delle montagne (brava significa “selvaggia”). È detta “l’isola degli americani” perché, da metà Ottocento, molti dei suoi abitanti si sono imbarcati sulle baleniere statunitensi. D’estate, schiere di emigrati tornano a casa per le vacanze. Partecipano alle solenni processioni in onore dei santi patroni e celebrano la festività di Santa Cruz, che rievoca la liberazione dalla schiavitù. I borghi sonnolenti si animano di danze, banchetti, sfilate di cavalli addobbati. Al termine delle feste, l’isola torna a essere quella che è: una terra di confine, frontiera sperduta, ultimo lembo d’Africa affacciato sulla vastità dell’oceano. Il rifugio dell’anima.

(Marco Trovato)

Questo articolo è uscito sul numero 2/2020 della rivista. Per poter acquistare il numero visitate l‘eshop

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