Dall’Africa agli Usa, la nuova rotta migratoria

di Stefania Ragusa

A metà giugno il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato che l’Immigration and Custom Enforcement, ossia l’agenzia dedicata al controllo e al monitoraggio delle frontiere, è in procinto di avviare una nuova e massiccia ondata di espulsioni per colpire le migrazioni irregolari. Negli stessi giorni la Casa Bianca ha tagliato gli aiuti all’America Centrale, ossia l’area da cui proviene la maggior parte delle persone che provano a entrare negli Usa. C’è una “variabile migratoria”, però, che Trump non sta considerando e che sembra destinata a crescere: riguarda l’Africa.
Ne hanno scritto recentemente i giornalisti di Associated Press Andrew Selsky e Patrick Whittle: «Cresce il numero di persone che, per niente scoraggiate da un viaggio lunghissimo e pericoloso, scappano dalle difficoltà economiche e dalle violenze in Africa e arrivano al confine tra Stati Uniti e Messico. Gli agenti di frontiera in Texas e le autorità del Maine, lo Stato nel nordest degli Stati Uniti dove sono diretti molti di questi migranti, fanno fatica ad affrontare il nuovo flusso».
Lo scorso anno erano stati fermati dalla polizia di frontiera, al confine col Messico, 211 africani. Recentemente è accaduto che, in una sola settimana, fossero 500 le persone intercettate, in molti casi anche bambini. Questi numeri acquistano un peso e un senso ancora nuovi se si considera la strada fatta per arrivare sin lì. I principali Paesi di partenza sono Congo, Repubblica democratica del Congo, Angola e Camerun anglofono. Il viaggio molto spesso comincia in aereo. Ci sono Paesi, per esempio l’Ecuador, che possono essere raggiunti senza visto. Una volta atterrati si prosegue in vari modi, spesso a piedi e attraversando le foresta: un cammino che può durare anche quattro mesi.
All’Oim dubitano che questa nuova rotta sia una conseguenza diretta e lineare delle difficoltà di ingresso in Europa sperimentate negli ultimi mesi. Ma il fenomeno è comunque noto, e vari elementi concorrono alla sua definizione. Tra questi anche l’effetto Bolsonaro: vari richiedenti asilo si stanno muovendo dal Brasile, Paese ormai sempre meno accogliente. Prince Pombo è uno di loro. Selsky e Whittle lo hanno incontrato nel Maine, ma fino all’anno scorso, dopo aver lasciato la Repubblica democratica del Congo ed essere passato dall’Angola, viveva con la compagna e la figlia in Brasile. Complessivamente ha impiegato tre anni per raggiungere gli Stati Uniti. Della sua esperienza migratoria aveva parlato qualche mese fa in un TED. Adesso forse il viaggio potrebbe concludersi proprio a Portland. «Mi piacerebbe sentirmi al sicuro. Mi piacerebbe costruirmi una vita decente», ha detto ai giornalisti. «Ho bisogno di ricominciare». Non è il solo in questa situazione.

Stefania Ragusa

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