Coltivare spugne… e speranza

di claudia
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Le donne di Zanzibar hanno trovato di che guadagnarsi da vivere prendendosi cura dell’ambiente. L’innovativa coltura delle spugne marine sull’isola tanzaniana crea posti di lavoro, promuove lo sviluppo delle comunità costiere e contribuisce alla preservazione dell’habitat, sempre più minacciato dai cambiamenti climatici e dallo sfruttamento intensivo delle acque

di Stefania Ragusa

Nasir è una giovane donna divorziata e con tre figli da crescere. Aveva provato a procurarsi da vivere coltivando alghe, come succedeva spesso in passato nella sua isola, Zanzibar. Ma il cambiamento climatico ha interferito pesantemente con questo tipo di coltura, rendendola più faticosa, incerta e sempre meno remunerativa. Per fortuna di Nasir, un’amica un giorno le ha parlato delle spugne di mare, delle loro virtù e della possibilità di avviare una piccola factory. Nasir ha deciso di provare e così ha finalmente trovato la sua strada. Oggi è in grado di assicurare ai figli da mangiare e una buona istruzione.

Il prossimo passo, spiega, sarà la casa. «Dalle spugne ottengo più benefici che dalle alghe. Il lavoro è meno duro e il guadagno è maggiore». Ogni giorno, prima di recarsi alla piantagione marina, prepara i suoi attrezzi: la maschera, gli stivali e le lenze per appendere le spugne. «Quando arrivo, faccio un giro per vedere se ci sono problemi e controllo le spugne. Le preoccupazioni maggiori sono legate alla proliferazione di cianobatteri che potrebbero rovinare il raccolto».

Chi alleva le spugne deve controllare regolarmente che non ci siano “corpi estranei”, alghe o cianobatteri, a interferire con la loro crescita. Per circa nove mesi, vanno pulite e rifilate così da dar loro quella perfetta forma rotonda che è richiesta dal mercato. Di solito una spugna ha bisogno di un anno per crescere, a volte anche di più per raggiungere il punto di raccolta.

I coralli crescono in un progetto di rigenerazione della barriera corallina gestito dalla ONG Marine Cutures.
I coltivatori di spugne di mare si prendono cura del loro raccolto.

Giovani vivai

«Sono molto contenta di questo progetto, del mio prodotto e di avere un lavoro indipendente», conclude Nasir. La sua testimonianza è tratta da un docufilm di Fabrizio Del Dotto e Darim Da Prato, del collettivo TripodPhoto. Bahari Salama racconta come una comunità di pescatori di Jambiani, villaggio di seimila anime sulla costa sudorientale di Unguja, la principale isola dell’arcipelago di Zanzibar, stia cercando di preservare la biodiversità della fauna oceanica e di ottenere al contempo una vita migliore. Tra le iniziative c’è la produzione di spugne marine. Diverse donne stanno seguendo l’esempio di Nasir. Sono state formate da una ong, Marine Cultures (marinecultures.org), che dal 2008 lavora perseguendo l’obiettivo di stabilire l’allevamento di spugne nella regione. Le allevatrici di spugne s’incontrano sulla spiaggia, avvolte nei loro kanga, i tipici parei tanzaniani di cotone caratterizzati dalla presenza di scritte e proverbi. Camminano con in mano boccagli, maschere, borse a rete e coltelli. Sorridono e chiacchierano mentre si dirigono alle loro coltivazioni sommerse.

Esiste solo una manciata di allevamenti di spugne nel mondo, principalmente negli Stati federati della Micronesia e in altri Paesi del Pacifico. Questi sulla costa sud-orientale di Unguja sono i primi nell’Oceano Indiano occidentale. Gli allevamenti di spugne sono stati istituiti tra il 2010 e il 2011, quando la squadra di Marine Cultures ha raccolto 600-800 frammenti di spugne da tutta Zanzibar per creare un vivaio in acque più profonde. I frammenti sono cresciuti su corde fino a quando non sono stati pronti per essere piantati.

Piante o animali?

Il vivaio ospita ora più di diecimila invertebrati acquatici. Le spugne sembrano piante, in realtà sono organismi animali molto semplici, che non hanno bisogno dell’accoppiamento per riprodursi. Ne esistono diverse specie. Quella utilizzata per la detersione del corpo, ormai da secoli, è la Spongia officinalis: il suo uso è documentato dal IV secolo a.C. Secondo Christian Vaterlaus, amministratore delegato di Marine Cultures, circa il 99% delle spugne vendute nel mondo non proviene da allevamenti controllati, e questo pone seri problemi ecologici. La raccolta, infatti, ha in gran parte spazzato via le popolazioni di spugne in altre parti del mondo, Mediterraneo compreso.

Un tempo era la Grecia il centro di questo commercio. All’inizio del Novecento, tuttavia, il Paese aveva già sfruttato al massimo il proprio ambiente marino e quindi trasferito il business nelle acque egiziane, libiche e tunisine. Negli anni Trenta, i sub raccoglievano nel Mediterraneo quasi 350 tonnellate di spugne l’anno. Esaurite anche quelle, la Grecia ha fatto rotta su Cuba. È capitato spesso che le spugne caraibiche venissero spacciate per greche. Molti allevatori/raccoglitori si sono trasferiti a Tarpon Springs, in Florida, dove continua ancora oggi la raccolta.

Un coltivatore di alghe si prende cura del suo raccolto. Le alghe sono utilizzate in tutto, dal gelato ai fertilizzanti, e sono una grande opportunità di lavoro per le donne che vivono lungo la costa orientale di Zanzibar.

Allevamenti sostenibili

L’allevamento su piccola scala, come quello di Zanzibar, è un’alternativa assai più sostenibile, senza impatti negativi sull’oceano. Non esaurisce le popolazioni selvatiche né danneggia i fondali marini ed è un modo per le popolazioni locali di assicurarsi una vita dignitosa, anche in un clima che cambia.
«L’acquacoltura sostenibile può essere un potente strumento per generare reddito consentendo la protezione dell’ambiente», ha riconosciuto Robert Jones, responsabile dell’acquacoltura globale presso The Nature Conservancy (nature.org). Con bassi costi di avvio, queste aziende possono fornire «flussi di reddito alternativi e pratici per le comunità costiere».

Il metodo dell’acquacoltura sostenibile è stato sperimentato dai ricercatori Richard Croft e Simon Ellis in Micronesia vent’anni fa. Oggi, Ellis è il direttore esecutivo del Marine and Environmental Research Institute of Pohnpei (Merip), un’organizzazione senza scopo di lucro con sede in Micronesia, ed è membro della facoltà dell’Università delle Hawaii a Hilo. «Quello che abbiamo fatto è sviluppare prodotti che le comunità costiere possono far crescere – ha detto Ellis -: questo offre alle persone un’opzione diversa dalla pesca e dall’agricoltura tradizionali». In altre parole, è ciò che ha permesso a Nasir di trovare una soluzione ai problemi economici che l’affliggevano e di diventare un modello per altre donne.

(Stefania Ragusa)

Questo articolo è uscito sul numero 6/2020 della rivista. Per acquistare una copia, clicca qui, o visita l’e-shop.

Proprietà benefiche

Le spugne di mare sono indicate per massaggiare e detergere la pelle, liberandola da impurità, e stimolare la circolazione sanguinea. Grazie alla loro morbidezza, sono indicate per le pelli particolarmente sensibili, come quella dei neonati e degli anziani. Contengono inoltre iodio e sali marini. Rispetto alle spugne sintetiche sono più resistenti e durature. E sono biodegradabili al cento per cento. Si possono acquistare in erboristeria e nelle botteghe di prodotti naturali. L’importante è assicurarsi che siano spugne certificate provenienti da allevamenti sostenibili.

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