L’inferno dei bambini soldato in Africa

di claudia
Tempo di lettura stimato: 8 minuti

La piaga dei bambini soldato è un orrore ancora attuale. E l’Africa è l’epicentro del fenomeno: nella Repubblica Democratica del Congo sono stati arruolati quasi ottomila minori, di cui il 40% bambine. Nel nord-est della Nigeria più di tremila bimbi sono stati costretti a imbracciare le armi dai miliziani di Boko Haram. E la pandemia da Covid-19 ha reso più vulnerabili i giovani. Ce ne parla la professoressa Laura Guercio del centro di ricerca l’Universities Network for children in armed conflict

di Giovanni Guderzo

Nelle zone di conflitto le figure più vulnerabili sono quelle delle bambine e dei bambini. Secondo il rapporto, aggiornato al 2019, di un importante istituto di ricerca (il PRIO, Peace Research Institute Oslo), i bambini che vivono a meno di 50 km da una zona di conflitto nel mondo sono circa 426 milioni, più di uno su sei. Spesso vengono coinvolti direttamente a scopo militare o per sfruttamento sessuale. In merito, nell’ambito accademico, l’anno scorso è stato fondato l’Universities Network for children in armed conflict, il cui scopo è quello di promuovere le attività di ricerca e analisi sul tema. Abbiamo intervistato la professoressa Laura Guercio, Rappresentante del Comitato di Coordinamento dell’Universities Network.

Professoressa Guercio, quali sono i Paesi e le zone di conflitto in cui si è registrato maggiormente il fenomeno dei bambini soldato?

I bambini soldato associati a un gruppo armato sono oggi centinaia di migliaia. Non esiste una statistica ufficiale: ci sono soltanto delle stime, dato che il fenomeno è volutamente nascosto poiché considerato illegale dalle convenzioni internazionali. Le Nazioni Unite, nel 2017, hanno identificato quattordici Paesi dove l’arruolamento dei bambini come combattenti, cuochi, facchini e anche a scopo sessuale è massiccio: Afghanistan, Colombia, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Iraq, Mali, Myanmar, Nigeria, Filippine, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria e Yemen. Il fenomeno dei bambini soldato trae nutrimento dalla natura dei conflitti contemporanei che si protraggono nel tempo, sono asimmetrici e vedono coinvolti una miriade di attori informali e un’elevata esposizione della popolazione civile.

Qual è la situazione nel continente africano in particolare e come si è evoluta negli ultimi anni?

L’Africa è considerata l’epicentro del fenomeno: dal 2015 nella Repubblica Democratica del Congo sono stati arruolati quasi ottomila bambini, di cui il 40% bambine, ma è difficile accertare lo stato dei fatti. Nel conflitto armato in corso nel nord-est della Nigeria sono stati reclutati da gruppi armati non statali più di tremila cinquecento bambini, altri sono stati mutilati e uccisi; i bambini di strada sono il bersaglio privilegiato del reclutamento. Molte ragazze sono state violentate dai guerrieri jihadisti di Boko Haram, e una volta diventate madri hanno partorito senza alcun tipo di assistenza. In Sudan le stime parlano di almeno centomila bambini che prestano servizi su entrambi i fronti di una guerra civile che dura da decenni. Nel conflitto in Liberia, dove sono stati utilizzati ventimila bambini, sono stati trovati bambini soldato di 5 anni. Anche in Sierra Leone, in dieci anni di conflitto, i bambini soldato hanno avuto un ruolo di primo piano. In Angola oltre il 36% dei bambini ha prestato servizio al seguito di truppe di combattimento.

Nonostante lo sforzo delle organizzazioni internazionali il fenomeno è in crescita. Un rapporto del 2019 delle Nazioni Unite dice che i bambini coinvolti nei conflitti sono stati colpiti da oltre venticinque mila gravi violazioni. I numeri sono tuttavia sicuramente molto più grandi rispetto alle stime di cui disponiamo.

Il fenomeno si è aggravato con il sopraggiungere della pandemia che ha aggiunto una nuova urgenza. A fronte del diffondersi del virus, gli stati in cui si svolgono i conflitti non sono stati in grado di dare la giusta e corretta erogazione dei servizi sanitari alle persone più vulnerabili, fra cui i bambini, che non ricevono le cure mediche di base, comprese le vaccinazioni. Le scuole sono state chiuse e ciò ha esposto maggiormente i bambini a un possibile utilizzo da parte dei gruppi armati, perché la scuola è un luogo non solo di formazione, ma anche di protezione dal possibile reclutamento. Peraltro in molti casi le scuole sono state prese dai gruppi belligeranti che hanno impedito l’accesso all’istruzione ai minori: questa è una delle gravi violazioni ai danni dei bambini riconosciuta a livello internazionale. Un importante documento intergovernativo, la Dichiarazione sulle scuole sicure, richiama gli stati per far sì che, nell’ambito di una situazione di conflitto armato, gli istituti scolastici vengano preservati.

Oltre al reclutamento a scopo militare, in quali altre modalità vengono sfruttati i minori nelle zone di guerra e quanto è gravoso il coinvolgimento delle bambine?

Quando si parla di bambini nei conflitti armati si tende a ridurre il fenomeno alla questione dei bambini soldato. Il reclutamento è l’impiego di primo impatto, ma non è l’unico. Fra le altre gravi violazioni riconosciute nei rapporti internazionali vi sono l’uccisione, il ferimento, gli stupri e le altre forme di violenza sessuale, il rapimento, gli attacchi armati contro scuole e ospedali, e i casi di negazione dell’accesso umanitario. Tutte queste violazioni colpiscono i minori allo stesso modo, ma occorre tener conto della maggiore vulnerabilità delle bambine. Per troppo tempo si è negato il loro coinvolgimento nel fenomeno dei bambini soldato e ciò le ha escluse dai processi di disarmo e di reintegrazione all’interno dei quali invece i bambini sono stati considerati. La reintegrazione sociale è più delicata per le bambine soprattutto in società patriarcali dove vi sono degli stigmi sociali che inducono a vedere la donna che ha subito violenze non come vittima ma molto spesso come persona sporca, non più socialmente idonea a far parte della società. Quindi, le bambine, già vittime degli abusi perpetrati durante i conflitti, subiscono anche una stigmatizzazione sociale che le porta ad essere escluse dalla comunità di appartenenza. Per questo è necessaria una particolare attenzione e sensibilizzazione rispetto alle problematiche che le riguardano.

Qual è il ruolo della comunità internazionale di fronte al fenomeno?

La comunità internazionale può e deve fare di più. Indubbiamente negli ultimi anni c’è stata, però, una maggiore presa di coscienza e sono stati adottati vari strumenti internazionali. L’attenzione da parte dei legislatori internazionali inizia ad essere rivolta alle problematiche presentate dai bambini in conflitto armato in particolare dopo il 1989. In quell’anno le Nazioni Unite hanno adottato la Convenzione sui diritti del fanciullo, che sancisce i diritti umani dei bambini e dei ragazzi di età inferiore ai diciott’anni. Tra i vari documenti adottati da allora vanno ricordati il Protocollo opzionale alla Convenzione, sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati; i principi di Parigi, sui minorenni associati a eserciti e gruppi armati; i principi di Vancouver, su peacekeeping e prevenzione del reclutamento dei bambini; la Dichiarazione sulle scuole sicure.

Altrettanto importante è stata l’istituzione, nel 2005, tramite risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dell’agenda Children and armed conflict che prevede anche meccanismi di monitoraggio e rapporto che hanno rappresentato una pietra miliare nell’impegno internazionale per la protezione di tutti i bambini. Certo, quello che conta è la volontà politica di far rispettare questi strumenti, e su questo la prima responsabilità ricade sugli stati. Però, bisogna ricordare che, grazie a questi strumenti internazionali, molti Paesi hanno compiuto anche dei passi in avanti e hanno introdotto nuovi impegni nelle loro legislazioni nazionali. Nel 2020, per esempio, la Repubblica Centrafricana ha adottato il nuovo Codice per la protezione dell’infanzia che criminalizza il reclutamento dei bambini. Quindi, le leggi e gli strumenti ci sono, l’importante è che poi ci sia la volontà politica di attuarli.

È un tema che necessita di continue e particolari riflessioni: nella Convenzione sui diritti del fanciullo, per esempio, la definizione di minore comprende qualunque persona dagli 0 ai 18 anni. Probabilmente dovrebbe essere rivista perché è evidente che una persona di 17 anni ha delle esigenze diverse rispetto a una persona di 6 anni. Di fronte a delle violenze subite, c’è una maturità psicologica differente e una conseguente capacità di rielaborazione e denuncia. Ciò significa che tutti i processi di indagine, che devono essere svolti da strutture quali la Corte penale internazionale, sono più difficili nei confronti di minori che non hanno ancora raggiunto l’adolescenza. Per cui credo che sia necessaria una rilettura dei termini che vengono utilizzati anche a livello internazionale quando si parla di minori dagli 0 ai 18 anni.

La professoressa Laura Guercio, Rappresentante del Comitato di Coordinamento dell’Universities Network

Esistono delle regole e delle sanzioni dal punto di vista giuridico che la comunità internazionale riesce a far rispettare?

Tra gli strumenti giuridici la Convenzione è uno strumento di hard law, sostanzialmente un accordo fra gli stati, mentre la Risoluzione è uno strumento di soft law, cioè una norma che non ha un’efficacia vincolante nei confronti dello stato. Questi strumenti giuridici devono permettere allo stato interlocutore di assumere una maggiore consapevolezza e responsabilità nei confronti degli altri stati. Un esempio di strumento di soft law è la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su Donne, Pace e Sicurezza che prevede la protezione nei confronti delle girls, termine che viene utilizzato sia per bambine che per ragazze – e di nuovo si incorre in quella confusione a cui accennavo prima. Questa risoluzione richiama gli stati affinché promuovano la figura delle bambine e ragazze, dando loro un ruolo attivo per il miglioramento sociale. Pur essendo uno strumento di soft law, la risoluzione ha avuto una progressiva attuazione grazie ai National Action Plans, che indicano azioni concrete per la sua realizzazione.

Gli strumenti giuridici possono incidere sulla volontà politica degli stati, ma è chiaro che tutto il sistema internazionale deve funzionare. Per anni abbiamo vissuto uno stallo delle Nazioni Unite con il Consiglio di Sicurezza bloccato. Oggi, dopo un periodo – successivo alla Guerra Fredda – in cui sembrava che le Nazioni Unite potessero incidere con maggiore forza, ci troviamo in un sistema internazionale multipolare in cui è difficile richiamare gli stati al rispetto del Diritto Umanitario. Sempre più nel mondo si dibatte anche sul fatto che il rispetto dei diritti umani possa essere una violazione di quello che è il principio di sovranità statale di non interferenza nella legislazione nazionale da parte degli altri stati e di realtà straniere. Per cui è chiaro che prima di discutere se le norme abbiano incidenza o meno dobbiamo avere la consapevolezza che di fronte ai diritti umani c’è un obbligo morale e politico da parte degli stati, oltre che legislativo e normativo.

Come è nato l’Universities Network for Children in Armed Conflict e con quali obiettivi?

Il lancio del Network è stato a novembre del 2020. Abbiamo fatto una serie di attività, webinar e incontri a livello interuniversitario per sviluppare una riflessione accademica che sia strumento di ragionamento e di riconsiderazione della realtà ma non solo. È necessario, infatti, che su tematiche come queste le riflessioni abbiano un’incidenza pratica.

Il mondo accademico si rivolge ai giovani: è una realtà che mira non soltanto a dare agli studenti un titolo ma a creare categorie mentali di ragionamento che possano permettere agli studenti, uomini e donne future dei sistemi nazionali e internazionali, di interagire con la realtà che si trovano davanti. I professori delle università coinvolte, che adesso sono oltre 45, hanno pensato fosse necessario costituire un network che assumesse la funzione di moltiplicatore di forza per prevenire e combattere le gravi violazioni internazionali ai danni dei minori. Il Network è nato con il supporto del Ministero degli Affari Esteri italiano e ha instaurato ottimi rapporti con l’Ufficio del Rappresentante Speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sui bambini e conflitti armati, oltre che con i rappresentanti delle società civili, di ong: a dimostrazione che ognuno, nel rispetto delle proprie competenze, contribuisce a creare sinergie. A ottobre verrà lanciata l’Autumn School, un corso online in contemporanea da tutte le università, dove, in collaborazione con istituzioni nazionali e internazionali, verranno analizzati gli aspetti normativi e pratici della protezione dei bambini in situazioni di conflitto.

Nel contempo stiamo portando avanti dei lavori di analisi tra cui lo studio delle linee guida europee sul Diritto Umanitario e l’elaborazione di un manuale accademico sulla Dichiarazione sulle scuole sicure. Cerchiamo di lavorare, inoltre, anche con altre realtà come quella artistica, con un progetto di cortometraggio su come le bambine, sulla base della Risoluzione 1325, se seguite in maniera opportuna, possano diventare da vittime di guerra soggetti attivi di cambiamento. Questa è una delle questioni più importanti dato che le donne, benché siano sempre le più colpite nei conflitti armati, non sono quasi mai presenti alle tavole di discussione per gli accordi di pace. La forte sottostima del ruolo femminile nelle ricostruzioni di pace è uno degli aspetti delicati da affrontare più seriamente: sono convinta che quando le donne sono messe di fronte a un bene importante quale quello delle future generazioni probabilmente hanno un’attenzione più sensibile.

(Giovanni Guderzo)

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