Caro Madiba, manchi tanto ma il rugby forse può indicarci la strada

di Stefania Ragusa

A poche ore dalla finale della Coppa Mondiale di Rugby il suono vibrante delle vuvuzela ha iniziato a riempire le strade del Sudafrica. Da strumento di richiamo di caccia, la lunga tromba ad aria era diventata dai Mondiali 2010 il simbolo del calcio, sport nero, e ora colonna sonora anche della palla ovale, sport bianco fino alla fine dell’apartheid. O meglio, fino a quando Nelson Mandela non lo fece diventare strumento ed elemento di unità nazionale. A lui, a Tata Madiba, scomparso sei anni fa, scrive oggi una lettera Zelda la Grange, la donna che fu sua segretaria privata, amica, confidente, consigliera.
«Ahhh, Dalibunga!!! Dear Khulu». Inizia così, con il massimo degli onori, la missiva pubblicata dal principale sito di informazione online, News24. Dalibunga è il soprannome xhosa che Mandela assunse dopo la sua iniziazione e fu lui stesso a definirlo «più importante dei nomi di battesimo»; Khulu in zulu sta per “nonno”, con tutto il carico di rispetto che questa parola si porta dietro nella cultura africana.

Mandela e Zelda la Grange

Una lettera di passione per Tata Madiba e per il Sudafrica tutto, alla vigilia del match che vedrà gli Springboks contendersi il titolo con la Gran Bretagna e mentre i primi raggi dell’estate australe riscaldano i colori sbiaditi della Nazione Arcobaleno.
Sport e politica di pari passo, come insegnò Mandela stesso in quel 1995 quando la Coppa di Rugby si disputò nel Sudafrica finalmente democratico. «Le tue parole risuonano vere. Lo sport ha il potere di unire le persone come nient’altro. Siamo pronti». Ke nako, aggiunge la Grange: in sotho significa appunto “Ci siamo”. E poi ricorda un ammonimento dell’artefice della liberazione: «Come ci hai insegnato, non possiamo vincere se non ci crediamo». Il pensiero va al futuro del Paese.
La lettera di la Grange non a caso è corredata da quella storica foto del primo presidente nero e del biondissimo e latteo capitano della squadra verde oro, François Pienaar (la vedete in apertura). Mandela guidava da un anno la meno africana delle nazioni del continente africano.
Il suo partito, quello col quale aveva lottato contro l’apartheid, dopo le libere elezioni del 1994 spingeva per più radicali cambiamenti, alcuni anche solo di facciata ma ritenuti necessari per gettare acqua sulle fiammate di violenza atroci che stavano sconvolgendo il Paese e che sembrava potessero sfociare solo in una guerra civile come quella che aveva devastato lo Zimbabwe: l’African National Congress chiedeva al proprio indiscusso leader e amato presidente di sostituire, per esempio, i nomi delle città intitolate ai simboli della dominazione bianca, come Pretoria, e, nell’occasione dei mondiali di rugby, di cambiare colori e capitano, che rappresentavano in tutto il mondo l’orgoglio sudafricano bianco.
Invece Mandela impostò la rinascita della sua terra sulla riconciliazione e sul dialogo con quelli che erano stati i suoi persecutori e nemici, e non solo indossò lui stesso il cappellino e la maglia verde e oro, ma invitò ufficialmente il capitano dei Bokke nel palazzo presidenziale di Pretoria. E poi, con la divisa dei campioni del mondo, gli andò incontro al centro del gremito ed esultante stadio di Ellis Park di Johannesburg per tuffarsi in quella stretta di mano in mondovisione.
“Si respira un’aria come nel 1995”, si dice in giro oggi, col fiato spezzato dalla speranza e dall’attesa del compimento di un paradigma vitale. Rallentato da una fase di recessione economica legata alla globalizzazione ma anche agli anni passati di corruzione e cattiva politica, il Sudafrica spera di ricominciare, di nuovo, dai festeggiamenti di una vittoria su un prato sul quale l’attuale presidente Cyril Ramaphosa potrebbe ripercorrere gli stessi passi dell’amato Madiba. E, in vena di simbolismi, ritrovarsi in una foto epica che gioverebbe alla sua immagine politica, questa volta con un capitano nero, fatto praticamente impensabile e unico in 126 anni di storia della squadra. Come fece Mandela, Siya Kolisi ha cambiato un modo di pensare e di vedere le cose, il rugby, nel suo caso, che però vuol dire tante cose.

Siya Kolisi

«Khulu, siamo in una fase spartiacque, ancora – scrive la Grange –. Simbolicamente Siya ha preso da te il bastone. Rappresenta ciò che vogliamo essere come nazione: una umile, semplice, autentica comunità unita. Lui è la persona in cui ciascuno di noi può identificarsi, indipendentemente dal colore, dalla religione, dall’ideologia, dalla classe sociale. Noi abbiamo bisogno di eroi come lui, perché i politici ci hanno traditi, delusi».

Ramaphosa, braccio destro e fidato di Mandela durante le trattative con l’allora presidente Frederik Willem de Klerk per la fine del regime segregazionista, aveva riacceso un anno e mezzo fa le speranze di un positivo superamento anche della tragica presidenza di Jacob Zuma, coinvolto da inchieste e scandali di arricchimento personale e da accuse di totale disinteresse per il destino del suo popolo. Tuttavia la moneta sudafricana, il rand, è sempre più debole, l’occupazione in calo, gli investimenti internazionali promessi ancora solo parole, i black-out causati da una vecchia rete elettrica inarrestabili. A peggiorare la situazione, la criminalità in aumento, con particolare allarme per gli attacchi xenofobi nei confronti soprattutto di nigeriani e somali che hanno scatenato le critiche dei capi di Stato africani e per le violenze sessuali che stanno scuotendo l’opinione pubblica come non mai.
Anche l’allenatore degli Springboks, Rassie Erasmus, ha espresso la speranza che una vittoria possa «aiutare a superare le divisioni» del Paese.
Rimanendo sul piano simbolico, il cui peso non è leggero, il Sudafrica fu anche colonia dell’Inghilterra e, con una punta di ironia, la Grange non perde l’occasione per notare che l’incontro di domani potrebbe essere visto come una resa dei conti.

Il quadro è difficile ma il Sudafrica resta il Sudafrica con quella spinta ottimistica e positiva, e allora ecco i supermercati pieni per comprare il necessario e festeggiare. «Bramiamo festeggiamenti», scrive la Grange prima di mettere in fila: «Shisa nyama, braai, biltong and iziselo», tutti gli ingredienti di un’immancabile grigliata sudafricana. L’arcivescovo Desmond Tutu ha voluto inserire la grigliata nell’elenco dei beni che compongono il patrimonio nazionale che si festeggia il 24 settembre nell’Heritage Day, diventato ormai nella vulgata comune il Braai Day. Il braai, la grigliata appunto, come elemento di unità di un popolo. Come tutte le sue ricette della cucina più naturalmente fusion del mondo e le undici lingue ufficiali riconosciute dalla Costituzione. Come l’inno, quello Nkosi Sikelele iAfrica, “Dio benedica l’Africa”, cui la Grange affida il taumaturgico potere di portare la calma e la forza «di 58 milioni di persone che abbracciano questi uomini che correranno sul campo», come l’antilope diventata emblema del Sudafrica, va detto. Di solito funziona, con quella mano che automaticamente, immancabilmente, si avvicina al cuore. E allora Ke nako. O Voorspoed, in bocca al lupo. E soprattutto l’hashtag degli Springboks, #StrongerTogether. Più forti, insieme.

Lorella Beretta

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