Camerun, Bamenda nella morsa tra militari e separatisti

di Celine Camoin
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Un’aria di lockdown avvolge da giorni Bamenda, epicentro della crisi delle regioni anglofone in corso da quattro anni in Camerun. Circolazione vietata, attività ridotte al minimo, fanno da cornice all’operazione Bamenda Clean lanciata dal governo centrale per “ripulire” la città da ribelli separatisti e criminali.

Protagonisti di questa dimostrazione di forza, che dovrebbe durare 30 giorni, sono i militari, i poliziotti e i gendarmi, impegnati congiuntamente nel setaccio delle abitazioni e nel controllo dei movimenti in città. Da più fonti giungono testimonianze di eccessi da parte dei soldati, che tendono ad amalgamare civili innocenti con attivisti secessionisti. Brutalità, furti in casa, stupri di giovani donne, sono abusi di potere di cui si starebbero macchiando gli uomini in divisa.

La tensione è salita dopo il 1° settembre, data in cui un uomo armato ha ucciso un poliziotto in un centralissimo quartiere di Bamenda. La reazione delle forze dell’ordine è stata violenta, fatta di spari, perlustrazioni aggressive e fermo potenziale di chiunque si trovasse in giro. «L’episodio è stato traumatizzante. Nei giorni successivi la gente ha preferito restare in casa, finché non è giunto, da parte delle autorità cittadine, il divieto di circolare su due ruote, il mezzo usato dal 75% delle persone. Come reazione al provvedimento, i leader separatisti hanno imposto il divieto totale di circolazione» riferisce ad Africa Rivista Michael Fon Nsoh, coordinatore dell’Ong Cominsud (Community Initiative for Sustainable Development), che a Bamenda è impegnata a fianco della comunità locale in attività di sensibilizzazione alla pace, al buon governo, all’educazione e allo sviluppo.

«La tensione ha spinto alla fuga centinaia di persone» precisa ad Africa Rivista l’ufficio comunicazione dell’Ocha, l’agenzia di coordinamento umanitario delle Nazioni Unite. «Molti negozi e mercati sono chiusi. Il personale delle Ong e delle agenzie delle Nazioni Unite non si muove, per paura di trovarsi nel mezzo del fuoco incrociato» riferisce un portavoce di Ocha, che aggiunge: «Se non assisteremo a nuovi sviluppi politici il lockdown potrebbe durare fino al 2 ottobre, il giorno successivo al terzo anno di autoproclamazione dell’indipendenza delle regioni anglofone»

Quello che sta vivendo Bamenda in questi giorni è l’ennesimo contraccolpo di un conflitto nato dalle rivendicazioni della comunità anglofona, circa il 20% della popolazione. La minoranza accusa il governo centrale, francofono, di trascurare e marginalizzare, sia economicamente, che politicamente, che nella pubblica amministrazione, le antiche regioni sotto tutela britannica, il Northern e il Southern Cameroon. È in queste regioni che trova leve il principale partito d’opposizione, il Social democratic front (Sdf), fondato a Bamenda nel 1990. Il passo verso la ribellione armata, stanca dell’inefficienza della politica, è avvenuto sulla scia di rivendicazioni degli avvocati e degli insegnanti, che segnarono la fine del 2016. Attacchi contro obiettivi mirati, rapimenti di personalità rappresentative del potere centrale, hanno dato vita a un braccio di ferro con l’esercito che ha messo a repentaglio i civili, provocato una crisi umanitaria e distrutto l’economia locale.

Il 1° ottobre 2017, i vari gruppi di separatisti radicali, che nelle campagne e nei quartieri popolari trovarono giovani pronti a combattere, proclamarono la nascita simbolica dello Stato indipendente dell’Ambazonia. La data del 1° ottobre era stata scelta perché coincide con la nascita della Repubblica federale del Camerun dopo la riunificazione del Camerun francese e del Southern Cameroon britannico, retaggio dalla prima guerra mondiale.

Dopo due anni di pugno duro, il presidente Paul Biya organizzò un grande dialogo nazionale.  Tenutosi un anno fa, diede speranze per un cammino verso la pace, purtroppo non avvenuta. «Il governo si concentrò sugli obiettivi che voleva ottenere. Se il conflitto va ancora avanti, è perché fino ad oggi non c’è stata nessuna mossa significativa verso un rafforzamento della fiducia. L’assenza di un impegno sincero verso un dialogo inclusivo e senza condizioni rappresenta ancora un ostacolo» ritiene Fon Nsoh. Il governo sembra rimanere convinto che può eliminare la ribellione con la forza, mentre tentativi già messi in atto, tra cui un’iniziativa per il disarmo e il reintegro dei combattenti, sono falliti.

Dimenticata da molti, la crisi è ancora aperta e farne le spese sono i civili. Vittima emblematica di questa situazione è la scuola, che da circa quattro anni funziona solo al 15% delle proprie capacità, lasciando bambini e ragazzi privi d’istruzione mentre insegnanti sono stati spinti alla fuga o addirittura uccisi.

«Ad un entusiasmo iniziale della popolazione nei confronti dei separatisti è seguita la delusione, dovuta alla violenza che anch’essi hanno usato, e la frustrazione di trovarsi nel mezzo di questo braccio di ferro», conclude Fon Nsoh che ora spera nell’intervento di un intermediario, una terza parte, in grado di aiutare a riportare la pace. Una speranza alimentata da voci da poco circolate sui social media, secondo le quali l’Assemblea generale delle Nazioni Unite avrebbe incluso alla propria agenda la crisi del Camerun anglofono.

(Céline Camoin)

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