L’Eritrea celebra trent’anni di indipendenza

di Enrico Casale
eritrea

L’Eritrea celebra oggi la Festa dell’indipendenza. Trent’anni fa terminava la guerra contro l’Etiopia e il Paese diventava, de facto, autonomo. Nel 1993, a seguito di un referendum, acquisiva anche de jure, il diritto a separarsi da Addis Abeba. Oggi in tutto il Paese e nelle comunità della diaspora si festeggerà la ricorrenza. Non senza polemiche tra i sostenitori del regime di Isaias Afeworki e i membri dell’opposizione (in stragrande maggioranza in esilio).

Per la piccola nazione affacciata sul Mar Rosso, il cammino verso l’indipendenza è stato un processo lunghissimo. Dopo la fine della colonizzazione italiana (1941) e del protettorato britannico (1952), Asmara viene di fatto inglobata nell’impero etiope prima come uno Stato federale e poi come una provincia. Di fronte a questa situazione, sorge un movimento indipendentista sempre più forte che, agli inizi degli anni Sessanta sotto l’ala del Fronte di liberazione eritreo (Fle) e la guida militare di  Hamid Idris Awate, inizia una guerra per raggiungere la secessione.

Obiettivo, quest’ultimo, raggiunto solo nel 1991. Nel frattempo al Fle era subentrato il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Flpe), movimento di ispirazione marxista in cui inizia a emergere la figura di Isaias Afeworki. Raggiunta l’indipendenza nel 1991, gli eritrei si alleano ai tigrini etiopi e contribuiscono alla caduta del dittatore Manghistu Hailè Mariam e all’ascesa al potere dei tigrini ad Addis Ababa.

Quest’alleanza non durerà molto. Nel 1998 Eritrea ed Etiopia entrano in conflitto per una disputa territoriale. La guerra farà migliaia di morti in entrambi gli schieramenti e lascerà uno strascico ventennale di tensioni tra i due Paesi che, per cultura, religione, tradizioni sono strettamente legati.

Solo con l’ascesa al potere del premier etiope Abiy Ahmed, Asmara si riavvicina ad Addis Abeba. Un’alleanza che si materializza con il sostegno eritreo alla guerra di Abiy contro i tigrini scoppiata nel 2020. Un conflitto nel quale gli eritrei vengono accusati di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.

Sul fronte politico interno, l’Eritrea si è progressivamente trasformata di fatto in un regime a partito unico. Isaias Afeworki, adducendo come giustificazioni minacce etiopi e il rischio di nuove guerre, ha rinviato sine die l’entrata in vigore della Costituzione. L’opposizione è stata annichilita. I media indipendenti sono stati chiusi. La popolazione si è impoverita anche se l’economia nazionale, per effetto soprattutto dell’industria mineraria, è andata crescendo. La diaspora eritrea è spaccata con comunità apertamente legate al presidente e altre in contrasto. A trent’anni dall’indipendenza, l’Eritrea deve ancora trovare una sua dimensione definitiva.

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