Va’ dove ti porta il vento… e il cuore

di Diego Fiore
Umra Omar
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

(reportage dal numero 4/2019 di Africa)

Una donna keniana, Umra Omar, ha rinunciato a una carriera promettente negli Usa per portare soccorsi sanitari via mare nella sua Africa

L’Africa è piena di “eroine normali” di cui ignoriamo nomi e storie, donne di straordinario valore e carattere che compiono ogni giorno imprese prodigiose. Umra Omar, 36 anni, ne è un fulgido esempio.

Nata a Mombasa, sulla costa del Kenya, è cresciuta in un piccolo villaggio di nome Tchundwa, sull’isola di Lamu. Si è trasferita a Nairobi per studiare e dopo il diploma è volata negli Usa per specializzarsi in psicologia e relazioni interculturali. Si è laureata in una scuola prestigiosa del Vermont e in poco tempo ha trovato un posto di lavoro ben retribuito a Washington. Aveva un futuro promettente davanti a sé, ma cinque anni fa, proprio mentre il suo “sogno americano” stava decollando, ha deciso di mollare la carriera e se n’è tornata a casa. «La vita d’ufficio non faceva per me – sorride –. Il vento mi ha riportato qui… Come accade ai marinai che alla fine della loro navigazione ritrovano il porto di partenza».

Ong sparite

«Ho ritrovato la serenità e la felicità solo quando ho rivisto il mio mare», dice la donna mentre la brezza serale accarezza il suo velo azzurro e il sole al tramonto infiamma le acque dell’oceano. Ma non è stata la nostalgia di casa la molla che l’ha spinta a tornare in questo lembo di Kenya, quanto la presa di coscienza della sofferenza patita dalla sua popolazione. E la voglia di rendersi utile. «La sicurezza economica è importante, ma le gratificazioni più grandi arrivano se capisci di fare un lavoro utile non solo per te stessa ma anche per gli altri. E io non potevo far finta di non sapere cosa stava accadendo nella mia terra».

La splendida regione di Lamu, vicino al confine con la Somalia, è divenuta negli ultimi dieci anni bersaglio di incursioni armate e saccheggi da parte del gruppo terroristico al-Shabaab. Le autorità keniane si sono rivelate incapaci di proteggere i civili. L’instabilità e l’insicurezza hanno fatto fuggire i turisti e i cooperanti delle ong che un tempo erano assiepati in questo paradiso naturale, fatto di spiagge incontaminate e fondali cristallini. I jihadisti hanno seminato il terrore e la popolazione locale è rimasta sola e vulnerabile.

Medici naviganti

A pagare le conseguenze più pesanti sono stati gli abitanti dell’arcipelago di Lamu, circa diecimila persone di etnia Aweer e Bajuni disseminate per una decina di isole e lungo la linea costiera in prossimità della frontiera somala. «Terre remote, isolate, prive di servizi essenziali, dove malattie banali come la malaria o le infezioni intestinali mietono vittime ogni giorno per mancanza di medicinali, personale sanitario», spiega Umra, che per far fronte alla mancanza di medici e infermieri ha deciso nel 2015 di lanciare un’organizzazione non profit locale, Safari Doctors, volta a portare soccorsi sanitari agli abitanti delle isole e dei villaggi costieri più isolati.

Nell’iniziativa ha coinvolto amici e volontari. Per raggiungere i pazienti hanno rimesso in funzione un vecchio peschereccio e l’hanno caricato di medicinali di base, vaccini, garze, tutto l’occorrente per portare assistenza immediata ai casi clinici più comuni. «Quando sono iniziate le violenze di al-Shabaab, i dottori occidentali se ne sono andati, come spesso accade in queste situazioni». Risultato: la popolazione di questo lembo sperduto del territorio keniano è rimasta priva di assistenza sanitaria. Oggi i volontari di Safari Doctors sono gli unici operatori umanitari capaci di coprire con le loro missionari sanitarie una regione estesa per oltre 600 chilometri quadrati.

Nessun rimpianto

«Navighiamo a bordo della nostra nave sfruttando i venti e le correnti, spostandoci in continuazione da un villaggio all’altro – racconta Umra –. Dappertutto riceviamo un’accoglienza calorosa. La gente ci chiama per curare le malattie più comuni o per soccorrere le vittime di incidenti e infortuni. Noi facciamo del nostro meglio. Ma non siamo attrezzati come una sala chirurgica. Nei casi più gravi, trasportiamo i pazienti sulla terraferma al più vicino ospedale».

Ogni anno vengono visitate circa mille persone. I servizi offerti sono totalmente gratuiti. Le attività di Safari Doctors sono finanziate con donazioni private e numerosi sono i volontari di ogni nazionalità che decidono di trascorrere qualche settimana di vacanza lavorando a bordo della nave-ospedale (per contribuire o candidarsi: safaridoctors.org). In pochi anni Umra Omar è riuscita a realizzare un’organizzazione efficiente che, pur piccola e povera, riesce a fare la differenza tra la vita e la morte. «La vita negli Stati Uniti non mi manca – riflette la donna, che su tutto ha fatto prevalere le ragioni del cuore –. Certo non è stato facile lasciare comfort e sicurezze per iniziare un’avventura da zero. Alcuni conoscenti ritengono che io abbia fatto una pazzia a rientrare in Africa. Ma non sono affatto pentita. E non c’è soddisfazione migliore che portare soccorso a una persona sofferente e ammalata che attendeva il tuo aiuto».

(testo di Marco Trovato – foto di Neil Thomas)

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