Una grande lezione di giornalismo di Raffaele Masto

di Diego Fiore
Raffaele Masto
Tempo di lettura stimato: 6 minuti

Come ha interpretato il proprio ruolo di giornalista il nostro compianto Raffaele Masto? Ce lo spiega lui stesso in questo illuminante testo che pubblichiamo in occasione della sua scomparsa.

Prima o poi con la propria scrivania si finisce per avere un rapporto maniacale. Sul tavolo di un giornalista arriva di tutto: dispacci di agenzia, e-mail, fax, lettere che parlano di guerre lontane, di attentati, di crisi politiche. Lì sulla scrivania, il giornalista si fa un’idea di quello che accade, mette insieme frammenti di informazione per farne un quadro completo, per dare senso a un fatto, per spiegare un avvenimento.

Mettersi in crisi

È sulle scrivanie che il mondo prende forma, che tutto diventa chiaro e i conflitti trovano una spiegazione. Ma poi, la prima volta che ci si alza dalla sedia per andare a vedere con i propri occhi le situazioni schematizzate e sintetizzate sulle scrivanie, ci si accorge che il mondo, quello vero, è lontano anni luce. E allora si va in crisi. Mi capita sempre di ricredermi, ogni volta che arrivo sul luogo di un avvenimento, su gran parte delle idee che mi ero fatto a tavolino. Sul posto la gravità della situazione appare smussata, si finisce per convincersi che i “cattivi” hanno fior di giustificazioni, spesso condivisibili, e che i “buoni” non lo sono poi del tutto. Insomma, sul posto le cose cambiano sensibilmente, rivelando la loro complessità. In questi anni mi sono convinto che non esistono fatti semplici, e che gli avvenimenti non rispondono meccanicamente alla legge causa-effetto, perché sono la risultante di svariate forze. D’altra parte, però, se si volesse dar conto fino in fondo di tante sfaccettature, si finirebbe per non scrivere e non raccontare più niente. Dunque il problema resta senza soluzione e credo stia proprio qui l’origine di quel rapporto insano con le scrivanie.

Fare ordine

Qualche anno fa, mi consegnarono in redazione un dispaccio di agenzia, poche righe che riferivano di scontri religiosi in Nigeria, con diversi morti. Mi organizzai per scrivere la notizia e riordinai le idee. La Nigeria, il Paese più popolo dell’Africa. Una miriade di etnie e di lingue diverse. Una potenza regionale schiacciata per decenni da durissime e spietate dittature militari. Un Paese ricchissimo di risorse umane e materiali, con giacimenti di greggio che ne fanno uno dei principali produttori mondiali di petrolio, eppure una popolazione poverissima. Lo scontro religioso tra il Nord musulmano e il Sud cristiano-animista. Le brulicanti baraccopoli che cingono tutte le grandi metropoli vere e proprie città nelle città. Insomma, un vulcano in eruzione, lì sulla scrivania, da sintetizzare nelle poche righe richieste dal caporedattore. Ripresi fiato e, prima di scrivere, riordinai il tavolo: tastiera in linea con il video del computer, portacenere all’altezza giusta della mano destra, pacchetto di sigarette con accendino allineato sopra, le carte da consultare sulla sinistra. Di fronte alla complessità del mondo avevo bisogno di un po’ di ordine, almeno interno a me.

Evitare i cliché

È questa ricerca di un ordine che spinge, spesso, il sistema mondiale dell’informazione a parlare per luoghi comuni. Così, se non ci si riesce a spiegare il motivo per il quale di colpo gli hutu del Ruanda massacrano a colpi di machete centinaia di migliaia di tutsi, si dice che si tratta di un conflitto tribale. E se non si comprende perché mai due Paesi amici come Etiopia ed Eritrea improvvisamente si lanciano in un conflitto spietato che lascia sul terreno decine di migliaia di morti in pochi mesi, si dice che gli africani sanno fare solo la guerra. Ma le cose non sono mai così semplici, è il nostro bisogno di ordine che ci spinge a trasformarle per renderle comprensibili. Negli ultimi trent’anni, le vicende della vita mi hanno portato più spesso in Africa che altrove. La mia ambizione è quella di raccontare questo continente evitando i cliché che lo dipingono alternativamente come un immenso territorio di fame, violenza e scontri etnici, oppure come un Paese di colore, spezie e tamburi.

Ricucire i tagli

I miei libri sono il risultato di questo tentativo e contengono tutto ciò che in tanti anni di viaggi in Africa, i giornali, le radio e le televisioni non mi hanno mai chiesto di documentare. L’idea di scrivere il primo libro mi venne rimettendo mano ai miei appunti. Mi resi conto di quante cose avevo scritto e, sulle loro scrivanie, redattori, capiredattori e direttori mi avevano tagliato. È sempre frustrante vedersi pubblicato un articolo rimaneggiato: una parte dell’energia impiegata per comprendere una situazione e per renderla chiara sulla carta si perde per sempre. Ma è ancora più frustrante rendersi conto che spesso i tagli, oltre a rispondere alla necessità di spazio, hanno la precisa, e spesso inconsapevole, finalità di riprodurre gli schemi di pensiero diffusi tra il grande pubblico. Succede anche a me, quando assegno troppo potere alla mia scrivania, quando mi fido ciecamente dei formidabili mezzi che la tecnologia odierna ci mette a disposizione.

Lavorare sul campo

Un’alleanza troppo stretta fra il giornalista e il suo tavolo finisce per essere deleteria. Quando il matrimonio tra i due è soffocante, avvengono i più clamorosi scivoloni verso la banalizzazione. Quando il giornalista si muove con troppa sicurezza sulla propria scrivania, i luoghi comuni diventano schemi ideologici. Insomma, quella che esce dalle redazioni è spesso un’informazione molto parziale, frammentaria, confusa, distorta. E il sistema mondiale dei media si sta organizzando per il futuro in modo da dare alle scrivanie un potere sempre più rilevante. Con le antenne paraboliche, le agenzie e Internet siamo inondati di informazioni: mai nella storia si è saputo di più sul mondo e nello stesso tempo mai è stato così difficile interpretare e contestualizzare gli eventi. Milioni di notizie quotidianamente ci bombardano, milioni di frammenti di storie, spesso prive di un contesto, che ci illudono di poter sapere tutto mentre conosciamo sempre meno.

Fare di necessità virtù

Ho sempre lavorato come free lance o per testate povere, anche se prestigiose, come Radio Popolare e la Rivista Africa, dunque non ho mai avuto grandi budget da investire sul campo. Questa condizione ha fatto sì che in molte occasioni mi trovassi a seguire a distanza, come osservatore e con un po’ di invidia, i giornalisti delle grandi testate italiane e straniere che potevano permettersi scorte, guide, vetture, apparecchi satellitari e hotel dove i telefoni funzionano. Qualche volta ho potuto usufruire di quei vantaggi grazie alla gentilezza di qualche collega, ma più spesso sono stato ospite di missionari, delle organizzazioni non governative della cooperazione, di qualche residente o in infimi hotel, senza telefono e senza bagno. Però, a distanza di anni, ho rivalutato quelle esperienze di cui all’inizio mi sono ampiamente lamentato. Di solito, quando scoppia una crisi che potrebbe rivelarsi un evento mediatico di grande portata, gli inviati partono immediatamente, se ci sono ancora le comunicazioni prenotano una camera nei migliori hotel del posto e salgono sul primo aereo. È la prassi. Poche ore dopo si ritrovano tutti nello stesso albergo. È successo così all’Holiday Inn di Sarajevo, al Meridien di Kigali, all’Intercontinental di Kinshasa. I giornalisti scelgono questi hotel perché in qualche modo sono una zona franca (le due parti in guerra sanno che ospitano dei giornalisti e di solito evitano di colpirli) e poi perché fino all’ultimo in questi posti i telefoni funzionano e ci si può collegare con le proprie redazioni più volte al giorno. Ma gli hotel, spesso, non sono il miglior osservatorio per seguire la situazione. In genere vi si rifugiano personaggi che hanno vissuto, o stanno vivendo, solo marginalmente ciò che sta accadendo: stranieri che attendono di mettersi al sicuro all’estero, funzionari di aziende che tornano in patria, diplomatici che abbandonano le loro sedi. Gli effetti concreti delle guerre, dei colpi di stato, delle crisi si vedono maggiormente tra chi vive da lungo tempo nel Paese, cioè tra la gente comune o tra i missionari e i cooperanti che hanno deciso di rimanere nonostante la situazione. Così dalle mie sistemazioni apparentemente sfortunate ho seguito le maggiori crisi africane degli anni Novanta e mi sono convinto che non tutti i mali vengono per nuocere: la mia povertà di mezzi mi ha consentito di avere un punto di vista diverso da quello comune al quale si uniforma, spesso, l’informazione. Non necessariamente più valido, ma di certo originale.

Appassionarsi

Nei miei libri, nei miei reportage, c’è “la mia Africa”. Un’esperienza che non ho potuto fare a meno di vivere in modo molto intimo e che mi ha profondamente influenzato. Non l’ho voluto, è avvenuto. Più volte mi sono chiesto se possono interessare le impressioni di uno come tanti, che ha avuto l’occasione di conoscere la realtà e i problemi di alcuni Paesi africani, che ha cercato di farsi una ragione di massacri e guerre, di comprendere la genesi di un conflitto o, ancora, che si è innamorato di un singolo attore nella moltitudine di quelli che calcano la scena. Non sono un fautore del giornalismo anglosassone, freddo, asettico, imparziale. L’esperienza di questi anni mi ha confermato che riesco a seguire un argomento, a penetrarlo e comprenderlo solo se me ne appassiono.

Prendere posizione

Mi rendo conto che tutto questo ha una controindicazione, e cioè che un eccessivo coinvolgimento rischia di inquinare i miei giudizi e le mie analisi, spingendomi a prendere posizione. Ma, mi chiedo, non è forse vero che la totale oggettività non esiste? E allora non vale la pena di uscire da questa ambiguità che diventa addirittura ipocrisia quando, dichiarando di essere super partes, si finisce per far passare in modo subdolo opinioni e giudizi dettati dal proprio modo di vedere? Tanto vale sentirsi più liberi e ammettere chiaramente che un determinato avvenimento viene raccontato con la mediazione delle proprie passioni. Personalmente, diffido di chi riesce a entrare in un campo profughi o ad assistere agli effetti della guerra senza provare alcuna emozione. E diffido ugualmente di chi, pur provandole, a un certo punto riesce freddamente a metterle da parte a vantaggio di una improbabile imparzialità di giudizio.

Raffaele Masto

(12 dicembre 1953 – 28 marzo 2020)

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