Tra le strade deserte di Dakar

di Diego Fiore
Covid-19-Dakar
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Da lunedì in Senegal c’è il coprifuoco. Da poco nel Paese è stata dichiarata “comunitaria” la pandemia del Covid-19: vuol dire che chiunque può contagiare un membro della comunità. Nella capitale le strade sono deserte. Non si esce dalle 20 alle 6 e da sabato è stata decretata la chiusura delle frontiere aeree. La gendarmeria ha imposto la sospensione di tutte le piccole attività commerciali non dichiarate e l’astensione assoluta degli assembramenti pubblici.

Oggi la spiaggia di Ngor non profuma più di mango maturo e pesce grigliato. I turisti se ne sono andati, gli ombrelloni sono chiusi e nel mare i pesci saltano tra le onde. Camminando sulla grande strada nazionale, la Route de l’Aéroport, si riesce stranamente a respirare, lo smog non c’è più e viene voglia di correre. I supermercati rimasti aperti sono generalmente negozi per toubab, gli occidentali. Un sorvegliante vestito di nero, guanti e mascherina, gentilmente apre la porta ai clienti, raccomandando di disinfettarsi le mani prima di procedere con gli acquisti. Confezioni rosa di gel idroalcolico si notano appese alle borse delle eleganti signore senegalesi.

 

Ovunque, sulle saracinesche chiuse, sui pilastri dei lampioni, sono stati affissi foglietti informativi che spiegano le norme igieniche da seguire per evitare il contagio. Le rare persone che si incrociano per strada parlano dell’Italia e di quanto sta succedendo in Europa. In giro pochi volti coperti da mascherine che lasciano intravvedere soltanto gli occhi. In pochi giorni sono cambiate con una rapidità allucinante le abitudini comportamentali dei senegalesi: non ci si dà più la mano, al massimo un colpo di gomito. I bambini si divertono come i matti a scambiarsi una toccata di piede simulando quasi un balletto.

Prendendo una strada laterale, una qualsiasi, del quartiere “bene” Les Almadies, il gel è già però un vago ricordo. Tra i calcinacci di un cantiere si scorgono i panni stesi da qualche signora che di sicuro abita lì con la sua numerosa famiglia. Baracche ricavate da lamiere arrugginite e qualche cartone. Poco più avanti, su un alto edificio in costruzione, una decina di muratori lavorano, oltre che senza gel e mascherine, senza elmetti e imbracature. È quasi l’una e ci saranno come minimo trenta gradi. Poco più in là, in un ristorante improvvisato, sempre lamiere e cartone, si preparano grandi piatti di riso.

È ora della pausa e ad aspettare gli avanzi che non mancheranno ci sono i bambini di strada. Dall’alba al tramonto setacciano ogni angolo di Dakar in cerca di qualche moneta, una banana, del latte. Un giorno una donna,  mangiando il suo piatto di tiéboudiène, mi disse: «Vedi, anche se non riesco a finirlo non mi preoccupo per lo spreco di cibo, tanto poi ci pensano i bambini di strada, i talibé». Con le mani sporche, seduti per terra, ripuliscono i vassoi di alluminio dai pochi chicchi di riso rimasti, a Dakar come in ogni altra regione del Paese. Ce ne sono almeno 100.000, costretti dai loro “maestri” coranici a mendicare qualche soldo o una zolletta di zucchero. Le premesse perché questa pandemia abbia effetti collaterali di serie A e di serie B ci sono tutte.

(testo e foto in b/n di Lucia Michelini)

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