Sudan, i militari: «La sharia non si tocca»

di Enrico Casale
Shamseddine Kabbashi
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In Sudan il consiglio militare al governo chiede che la sharia (legge islamica) rimanga la base delle nuove leggi del Paese. Nei giorni scorsi, i leader della protesta hanno consegnato un programma per il governo provvisorio che dovrebbe gestire una fase di transizione dopo la cacciata del presidente Omar al-Bashir in aprile. Il consiglio militare, composto da 10 membri, ha detto di avere «molte riserve» sui loro suggerimenti, in particolare sul silenzio evidente dei dimostranti sulla legge islamica.

Il generale Shamseddine Kabbashi, portavoce del Consiglio militare di transizione (Tmc), ha detto ai giornalisti che «la dichiarazione non ha menzionato le fonti della legislazione, e la legge e la tradizione della sharia islamica dovrebbero essere la fonte della legislazione. Crediamo che la sharia islamica, le norme e le tradizioni locali nella Repubblica del Sudan dovrebbero essere le fonti della legislazione». La Costituzione del Sudan attualmente specifica che la legge islamica è il principio guida del Paese. Tuttavia, negli anni di governo di al-Bashir, questo riferimento è stato seguito in modo incoerente. Secondo gli attivisti, la legge islamica è stata usata soprattutto per colpire le donne. Alcune organizzazioni per i diritti delle donne affermano che migliaia di donne sono state frustate per «comportamento indecente».

I manifestanti hanno anche suggerito di «depotenziare»  la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza e che il periodo di transizione duri quattro anni. Su entrambi i punti non c’è accordo con i militari, che però hanno proposto di tenere elezioni anticipate entro sei mesi.

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