Sudafrica: la vita dei minatori di platino

di Valentina Milani
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Ieri, martedì 30 aprile, 1800 minatori sono rimasti bloccati nel sottosuolo sudafricano a causa di un guasto a un impianto di risalita della compagnia di estrazione Sibanye-Stillwater. Fortunatamente tutti i lavoratori sono stati tratti in salvo e pare che nessuno sia ferito, come riporta il dipartimento delle Risorse Minarerie Sudafricano.

Non è però la prima volta che accade: all’inizio del 2018, 1000 minatori restarono intrappolati per più di 24 ore sotto terra a causa di un danno alle linee elettriche dovuto a un temporale e nello stesso anno oltre 21 minatori rimasero uccisi in diversi incidenti.

Le condizioni di vita e di lavoro di queste persone sono infatti davvero agghiaccianti. Noi di Africa, pochi mesi fa, siamo andati nella regione del Rustenburg per capire come si vive nella zona dove si estrae il più grande quantitativo di platino al mondo…

«Sondela, in lingua locale xhosa, significa “vieni un po’ più in qua”. Il nome di questo slum deriva dal fatto che le prostitute che la abitano tendono a costruire le baracche sempre più attaccate al vicinissimo impianto di estrazione per poter abbordare i minatori quando escono dal lavoro». Dalla sommità della collinetta di rifiuti, Sam (nome di fantasia per proteggere l’interessato), 60 anni, sindacalista e attivista, presenta con queste parole il panorama circostante: una distesa di scatole di lamiera che, intrecciandosi con la discarica, termina a ridosso di una miniera di platino.

Prende così forma, avvolta dai fumi delle emissioni, la realtà del Rustenburg: la regione del Sudafrica settentrionale meglio conosciuta come Platinum Mining Belt, dove si estrae il più grande quantitativo di platino al mondo e dove le possibilità di lavoro per la popolazione locale si riducono a un paio. «Qua non è più possibile coltivare le terre. L’unico modo per guadagnare qualcosa per gli uomini è fare il minatore e per le donne è  lavorare anch’esse in miniera, oppure prostituirsi», precisa Sam.

Le terre del Rustenburg sono infatti ricoperte da pozzi di estrazione dai quali proviene circa l’80% della produzione mondiale: distese di savana dalle quali le popolazioni locali sono state cacciate per far posto alle compagnie multinazionali. Le persone si trovano pertanto costrette a vivere ammassate in baraccopoli. «Il governo fa accordi con le compagnie senza consultarci e senza trovare soluzioni alternative adeguate. Semplicemente ci “riallocano” in base ai loro interessi», afferma con rancore Muthi, capocomunità dei Bakgatla, mentre siede composto sotto un grande albero.

Le poche terre che restano alle tribù sono però incoltivabili perché – come spiega l’anziano signore – «tutta l’acqua viene convogliata nelle miniere, è quindi per noi impossibile irrigare i campi». Un sistema di tubazioni corre infatti sopra e sotto al suolo lasciando asciutti villaggi interi. «Le donne devono percorrere chilometri e chilometri a piedi con grosse taniche sul capo da riempire al pozzo più “vicino”. L’acqua è però contaminata e non fa bene, soprattutto ai bambini», dice Sam che, insieme ad altri capivillaggio e attivisti della Bua Mining Communities, associazione che si occupa di difendere i diritti delle popolazioni locali, si stanno battendo per ottenere dal governo supporto e finanziamenti al fine di avviare colture e allevamenti. Il loro slogan? “Ogni miniera, un prezzo da pagare per le comunità”.

La maggior parte dei minatori, inoltre, proviene da altri Stati africani o da altre regioni del Sudafrica: «Molto spesso la nostra gente non viene nemmeno assunta perché danno la precedenza a chi ha più esperienza», taglia corto Pilane. Ma anche chi arriva da lontano non si ritrova a gioire delle proprie condizioni di vita. Come Makhanya, 34 anni, che lavora da quando ne ha 20 nelle miniere. Seduto all’interno della propria abitazione, un minuscolo quadrato in muratura, racconta con sguardo spento e viso stanco di essere sposato e di avere quattro figli. «La mia famiglia vive a un centinaio di chilometri da qua. Riesco ad andarli a trovare solo un paio di volte all’anno. Nella regione dalla quale provengo non c’è possibilità di lavoro ,quindi questo è l’unico modo per far studiare i miei bambini». Il ragazzo guadagna circa 600 euro al mese e lavora sei giorni per settimana infilandosi in lunghi tunnel sotto terra. «Molti di noi sviluppano seri problemi alla spina dorsale oppure all’apparato respiratorio», racconta Makhanya, che, nel 2014, venne arrestato perché in sciopero con altri colleghi.

Al di fuori del lavoro questi uomini hanno ben poco da fare: chi non vive negli squatter camps – baraccopoli – abita nei compound costruiti dalle compagnie di estrazione e dal governo appositamente per i minatori. Lunghe file di minuscole casette identiche dove i lavoratori possono solo dormire: «In questi quartieri non c’è nulla: non ci sono chiese, biblioteche, scuole. Le mogli e i bambini non ci possono stare… La nostra vita è alienante. Chi non vive nel compound ha uno stipendio un po’ più alto ma deve pagarsi l’affitto e, se non vuole vivere in una baracca, a conti fatti non conviene», spiega il giovane.

Per tutti questi motivi, nel 2012 i minatori fecero lunghi periodi di sciopero fino a quando, il 16 agosto di quell’anno, le forze del South African Police Service spararono ai lavoratori in sciopero della multinazionale britannica Lonmin. Morirono 34 persone e 78 furono gravemente ferite. A oggi, però, le condizioni di lavoro e di vita non sono cambiate ma, al contrario, peggiorate a causa del crollo del prezzo del platino sul mercato. Ai picchi che sono stati toccati nel 2008, con prezzi attorno ai 1700 dollari a oncia, si contrappone il valore attuale: circa 835 dollari per un’oncia di metallo (27 dollari al grammo). Il valore dell’oro è invece attualmente di 1300 dollari per oncia. E pensare che un tempo il platino era più costoso dell’oro.

Parallelamente è calata anche la domanda sia nel settore orafo sia nel campo della motorizzazione, dove il platino è utilizzato principalmente nei convertitori catalitici per veicoli a motore diesel, oggi sempre meno richiesti in Europa e in Cina, Paesi dai quali proveniva la maggior parte della domanda. Questo ha pesato significativamente sui prezzi e, quindi, sulla vita dei minatori.

Le principali compagnie presenti nel Rustenburg, come Implats (Impala Platinum), Anglo American e Lonmin, stanno infatti licenziando migliaia di lavoratori e avviando radicali ristrutturazioni. L’Implats, il secondo gruppo al mondo nel settore del platino, sta per esempio riducendo il numero delle sue miniere da 11 a 6, per un totale di 13.000 posti di lavoro in meno entro due anni. La compagnia attualmente impiega 40.000 persone (2000 dipendenti sono già stati licenziati dal 2017) e produce 750.000 once di platino all’anno.

«Che cosa andranno a fare i lavoratori africani?», a chiederselo è Desirée, una giovane e robusta ex minatrice licenziata nel 2014 perché in sciopero. «Ci hanno portato via qualsiasi alternativa di lavoro e adesso ci lasciano totalmente a piedi. Ora vendo zampe di gallina arrostite, ma vorrei qualcosa di diverso per me». Come Desirée, molte altre ragazze lavorano nelle miniere. Stesse condizioni degli uomini, aggravate però dagli abusi sessuali e psicologici che subiscono sia a casa sia al lavoro.

In Sudafrica si registra infatti uno dei più alti tassi di violenza sulle donne a livello globale e i maltrattamenti sono soprattutto concentrati proprio nel Rustenburg: l’insoddisfazione generale alimenta problemi quali l’alcolismo che, in alcuni casi, causa violenza contro il genere femminile. Secondo il Medical Research of South Africa, nel Paese una donna subisce aggressioni sessuali ogni 36 secondi, un uomo su quattro ha commesso un reato sessuale e il 40% degli uomini ha picchiato la propria donna.

Per fortuna, però, tante donne, oggi, iniziano ad avere il coraggio di dire basta. Accanto a loro vi sono i numerosi uomini che si battono per i diritti delle popolazioni locali. Come l’attivista Sam che, al calar del sole, si accende una sigaretta e dice pensieroso: «Ora devo andare a prendere il pullman per tornare a Johannesburg dai miei nipoti». Si avvia chino alla fermata dell’autobus, lo aspettano due ore di viaggio per raggiungere la baraccopoli dove vive e dove, ogni giorno, sogna condizioni di vita migliori, per sé e, soprattutto, per i tanti giovani che vivono queste terre da noi, apparentemente, così lontane.

(Testo e foto di Valentina Giulia Milani)

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