Storia di una confisca di terra nel Sud-Kivu

di Marco Simoncelli

Circa 2500 persone senza casa, più di duecento abitazioni rase al suolo. È l’ennesima violazione nell’est della R.D. Congo dove il presidente Kabila vuole ampliare le terre di sua proprietà.

“Ho la paura nella pancia”: è un sms di un abitante di Mbobero. La sua casa è stata distrutta 2 anni fa dalle ruspe mandate dal Presidente della Repubblica e scortate dai militari, che da allora presidiano il territorio. Ha la paura nella pancia, perché alcuni membri del movimento di resistenza e di protesta di cui fa parte sono dovuti fuggire, dopo la coraggiosa denuncia pubblicata su Youtube: “Il presidente ci caccia da una terra che non è sua per farne proprietà privata”.

“Andate a Mobobero?”. Nel minibus pubblico che ci porta verso la collina della discordia, si scatenano commenti di indignazione: “Il Presidente dovrebbe proteggerci, non rubare la terra alla gente”.

Mentre nel Sud-Kivu divampano le polemiche e le proteste, Joseph Kabila, a Kinshasa, annulla la visita programmata fin da gennaio con il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, e il Presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat. Si dice impegnato con l’organizzazione delle elezioni che da ben due anni deve indire. Si faranno a dicembre, ma non ha ancora risposto alla domanda che si fanno tutti: lui si candiderà? Non potrebbe presentarsi in quanto ha esaurito i due mandati previsti dalla Costituzione, ma il suo silenzio non rassicura nessuno.

Il minibus continua a costeggiare il lago e a fare lo slalom tra le buche, come qui nel Kivu si fa con la vita. Bukavu è una zampata di terra nel lago Kivu. Cinque dita che sorreggono il caos di una città di un milione di abitanti affaccendati in lavori occasionali che per lo più rendono circa un dollaro al giorno. Sul mignolo sorge la collina di Mbobero con un panorama mozzafiato sul Ruanda.

Una donna grassa ed elegante pone domande agli occasionali compagni di minibus. Indossa una parrucca di capelli lisci e un abito dai colori sgargianti: “Perché il Presidente vuole queste terre? Forse perché è facile raggiungere i nostri vicini e svendergli i minerali, come del resto il governo fa da sempre? Oppure perché Mbobero potrebbe trasformarsi in una porta d’accesso a Bukavu e quindi all’intero Congo per una nuova invasione? Ci sono forse minerali preziosi che non sappiamo, sotto questa collina?”  Siamo nel Paese in cui la ricchezza è una maledizione: un minerale in più significa più e più sfruttamento e più violenza per mantenerne il controllo.

I giovani fuori dal finestrino del Minivan, intanto, spaccano le pietre per farne ghiaia: dalla mattina alla sera sotto il sole seduti su un cumulo di sassi da prendere a martellate. Riziki mantiene così sei figli ma i soldi non bastano mai, si paga tutto, anche la scuola è a pagamento. Il governo paga poco o non paga da anni i maestri, la gente si autotassa ma non tutti i bambini possono andarci. Così, tre dei figli di Riziki si dedicano alla raccolta della plastica in strada e la rivendono per un sedicesimo di dollaro al chilo.

Nel 2016 Joseph Kabila comincia a prendere possesso della collina in cui abitano, Mbobero, una cui parte appartiene ai cittadini usurpati che dimostrano, carte alla mano, il loro diritto di proprietà e la truffa. Forse i suoi intermediali lo hanno ingannato, ma lui non scende ad ascoltare la gente. Ordina comunque di spianare le case, di fronte alle attonite autorità provinciali. Alcuni uomini resistono schierandosi davanti alle abitazioni, ma i bulldozer avanzano e buttano tutto a terra. Le ossa degli antenati si mischiano alle macerie: un sacrilegio e un’offesa insopportabili per la tribù locale, i Bashi.

Mentre le ruspe avanzano il Dott. Kachungunu sta operando una donna nell’ospedale neurologico che viene abbattuto, lui deve terminare l’operazione sull’erba, data l’urgenza. Un bambino muore per le ustioni conseguenti all’incendio della sua casa.

I soldati si portano via tutto, anche i chiodi per farne guadagno. L’azione è talmente improvvisa che Riziki riesce a portare fuori di casa solo i pochi vestiti e una pentola.

È così che un Presidente di una Repubblica grande 8 volte l’Italia decide di spianare più di 200 case e mettere per strada quasi 3mila persone dal 2016 ad oggi, tutto ciò semplicemente per allargare la sua proprietà privata.

Dopo le ruspe, per presidiare il territorio vengono create diverse postazioni di soldati, tra cui quelli della Guardia Repubblicana, la più potente delle forze armate, strettamente legata al Capo dello Stato che proteggono la terra confiscata.

Poi, nel territorio militarizzato, nel 2017, i soldati della Guardia Repubblicana uccidono a bruciapelo un ragazzo, Cédrick, che si rifiuta di esibire il telefono. Basterebbe per riaccendere la miccia, ma la gente sceglie la linea della lotta non violenta. La memoria di vent’anni di guerra, segnati da atrocità indicibili, ha profondamente segnato tutte le famiglie. E così si chiede all’Ufficio dei Diritti umani della forza Onu, la missione di pace Monusco, una presenza di interposizione, ma dopo un tentativo, indietreggiano.

A febbraio 2018 si compie un’altra demolizione: ancora decine di case demolite, ancora macerie a Mbobero e a Mbiza.  La rabbia di una popolazione che ha perso tutto si fa sempre più esplosiva. Ma vince ancora la solidarietà: chi ha un’abitazione accoglie chi ne è stato ingiustamente privato. La gente si organizza, ancora una volta, pacificamente.

Nell’aprile 2018, alla vigilia di preannunciate nuove demolizioni, una campagna inonda di sms il Governatore della Provincia e le autorità governative. Centinaia di congolesi aderiscono esprimendo il dissenso alle demolizioni di Mbobero: ricchi, poveri, donne e uomini, tutti hanno scritto il loro sms per dire basta. Le case vengono risparmiate, ma vengono incluse nel recinto del nuovo proprietario.

(Annalisa Vandelli)

 

La comunità ha anche girato e montato un documentario pubblicato, per denunciare la situazione. Lo proponiamo qui.

Altre letture correlate:

X