“Sakho & Mangane”, la serie africana tra il poliziesco e il soprannaturale

di claudia
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Oggi vi parliamo della serie poliziesca “Sakho & Mangane“, recentemente acquisita da Netflix e prodotta in Senegal per Canal + Afrique, ambientata nella capitale, Dakar. Un progetto panafricano che ha coinvolto professionisti del settore da più parti del continente. La base soprannaturale è una costante per tutta la stagione. Il pubblico, che l’ha seguita con entusiasmo, ha decretato il grande successo della serie.

di Annamaria Gallone

La folle crescita dei servizi di streaming ha reso possibile una distribuzione globale e al tempo stesso ha innescato un incremento della produzione a livello regionale, dato che gli studios americani e gli streamer firmano accordi con sceneggiatori e produttori locali di talento per creare una programmazione di fascia alta realizzata appositamente per un pubblico globale. Se le produzioni girate in Africa da Africani appassionano i locali, che vi ritrovano le loro storie, nonostante a volte i critici storcano un po’ il naso, interessano anche il pubblico europeo, che scopre, curioso, altri aspetti della realtà.

Netflix ha decisamente sposato l’Africa e, al di là dell’attenzione a Nollywood e alle produzioni anglofone, ha acquistato anche produzioni francofone, come ad esempio Sakho & Mangane, una serie prodotta in Senegal per Canal + Afrique e ambientata nella capitale, Dakar, dove, in una stazione di polizia, un’unità speciale combatte contro forze oscure che progettano di gettare il mondo nel caos. Issaka Sawadogo interpreta il capitano Souleymane Sakho, stanco poliziotto veterano, che incontra il suo nuovo futuro partner mentre arresta un traffico di cocaina e insegue uno dei sospetti per le strade di Dakar. Quando il sospettato finisce a terra sulla schiena, sempre sorridendo e fumando un sigaro, si presenta come un poliziotto sotto copertura. Il tenente Basile Mangane (Yann Gael) è il tipico partner di polizia giovane e sfacciato, incurante delle procedure e patologicamente disinteressato a fare gioco di squadra. E poi arriva il nuovo capo, un tipo che non si fa intimidire da nessuno, di nome Mama Ba (Christiane Dumont), il vero protagonista. Ma i ruoli che abbiamo incontrato centinaia di volte nei polizieschi sono filtrati attraverso la cultura africana. Infatti, già nel primo caso, si scopre il furto di un totem sacro che i pescatori locali Lebou credono dia loro il favore degli spiriti, forse rubato da un’etnologa belga che viene rinvenuta cadavere sugli scogli. Questa base soprannaturale è una costante per tutta la stagione e nei due episodi finali l’arco narrativo include zombie creati chimicamente, un’organizzazione misteriosa e poteri che sembrano confondere la linea tra la realtà e il mondo degli spiriti. Si incontrano un demone alto due metri con le dita uncinate, un leone ipnotizzato, un nano che non teme i proiettili: tutti gli episodi si susseguono flirtando con il paranormale e il misticismo.

Gli attori

Gli attori, alcuni professionisti e altri neofiti, sono divertenti: Christophe Guybet interpreta Toubab, un eccentrico patologo che ha arredato la sua sala di dissezione con poster da discoteca eurotrash, luci d’atmosfera e un pappagallo parlante. Fatou Elise Ba è Antoinette, una sedicente giornalista femminista incerta tra il miraggio di una nuova Dakar e la cultura del vecchio mondo che ancora la domina. Awa (Khalima Gadji) è la responsabile della reception della stazione, una donna timida che è stata vittima di un abuso, ma trova la sua forza interiore nel corso della stagione e diventa un’investigatrice preziosa e perspicace. Pope (Ricky Tribold) è un giovane ufficiale serio e lunatico che si evolve, da poliziotto critico e serio, in un riluttante, ma efficace baluardo contro i poteri soprannaturali che prendono di mira la squadra di polizia.
Ma la vera star è Dakar, mostrata nel suo fervore quotidiano, nei suoi sfaccettati quartieri, dagli aspetti più lussuosi ai più poveri.

Un successo

Il progetto è panafricano: l’ideatore e regista degli 8 episodi della serie, Jean-Luc Herbulot, è nato a Congo-Brazzaville, a Pointe-Noire, gli episodi sono stati girati dal senegalese Hubert Laba Ndao e il franco-maliano Toumani Sangaré. Gli sceneggiatori provengono da Senegal, Gabon, Costa d’Avorio… E Alexandre Rideau, un francese residente in Senegal, ha prodotto con la sua società, Keewu Production, la serie a Dakar. Anche la postproduzione è stata fatta in loco. “Il livello è stato fissato molto in alto -dice l’attore Issaka Sawadogo- ora la concorrenza avrà il suo bel da fare. ” Alcuni dati fanno riflettere: la serie ha avuto 3 anni di sviluppo, 87 giorni di riprese, 8 episodi da 52 minuti, almeno 100 posti di lavoro creati ad hoc. Nessuno ha fornito il budget preciso, ma secondo i gestori della catena sarebbe equivalente al decimo di una serie simile prodotta in Francia, e al ventesimo di un programma americano.

Confesso che mi ci è voluto la maggior parte del primo episodio per essere davvero attratta dai ritmi poco familiari di Sakho & Mangane, ma poi mi sono divertita con il resto degli episodi.
Il successo della serie è stato eclatante e, se per il momento è stata smentita una seconda stagione, il team è pronto a raccogliere la sfida.

L’autrice dell’articolo, Annamaria Gallone, tra le massime esperte di cinema africano, terrà a Milano il 16 e 17 Ottobre 2021 il seminario “Schermi d’Africa” dedicato alla cinematografia africana. Per il programma e le iscrizioni clicca qui

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